Adesso basta con l’antimafia politica

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’antimafia politica ha toccato il fondo, in Sicilia e in Italia. Perché alla fine anche la persona più onesta e capace, ancorché animata dalle migliori intenzioni, finisce per cedere a quello che per un politico è l’irrinunciabile richiamo della foresta: la ricerca del consenso. Del resto, dell’uso politico dell’antimafia ne sono piene le cronache regionali e nazionali, sicché si è finito per svuotare di senso e di legittimazione le commissioni parlamentari antimafia, che non di rado hanno dato (o cercato di dare) un contributo significativo all’accertamento della verità dei fatti, con la proposizione di questioni anche scomode, sopperendo talvolta alle non marginali défaillance della magistratura, quando questa sembrava non convincere ora per manifesta insipienza ora per apparente malafede.

L’ultima querelle, tutta catanese, tra l’attuale presidente della commissione regionale antimafia Claudio Fava e l’attuale presidente della regione siciliana Nello Musumeci, già presidente della stessa commissione regionale nella scorsa legislatura, certifica la fine di ogni credibilità di questa antimafia politica. Con sullo sfondo il “sistema Montante”, che non si è certo esaurito con i processi all’ex presidente di Confindustria Sicilia, ma prosegue vivo e vegeto con altri personaggi secondo il copione che vede il sistematico avvicinamento di figure istituzionali strategiche, ossia esponenti delle forze dell’ordine, dei ranghi prefettizi e financo della magistratura impegnata sul fronte della lotta alla mafia, trovando in questa frontiera il ventre molle della Repubblica di uno Stato smarrito.

Sono tempi di relativismo amorale, di corsa all’arricchimento smodato che vuol dire garanzia di potere su cose e uomini, mentre sono in caduta libera le quotazioni di valori come onestà, correttezza, fedeltà alle istituzioni, spirito di servizio per il bene pubblico, abnegazione nell’esercizio del dovere, valori che al più possono far guadagnare da morti qualche patacca medagliata avvolta nel tricolore di un bel discorso retorico di Stato letto distrattamente dall’alta autorità di turno. Avanti un altro, e così sia, siamo uno Stato laico! Poi ci sono quelli che mentre si ammantano di lirismo solenne (“Caro Paolo … “), chiedono la raccomandazione ad Antonello Montante perché muoiono dalla voglia di fare carriera (eppure non era Edoardo Bennato che cantava: “non sarò mai Procuratore Generale”?).

L’accusa che adesso Fava muove a Musumeci, sulla scorta di quanto sarebbe emerso in sede processuale a Caltanissetta, è pesante. Il governatore siciliano avrebbe deciso sulle indicazioni di Montante. Ed allora l’ignaro e sempre più allibito cittadino si chiede: ma cosa è cambiato rispetto al governo Crocetta (Lumia)? Ma Musumeci non si era candidato per spazzare via quella che aveva definito come “la mafia dell’antimafia”? E poi una volta eletto si sarebbe affidato alle cure del figlioccio politico di Lumia? Neppure Pirandello saprebbe oggi cosa dire, anche se Sciascia dall’alto della sua supponenza potrebbe dirci, stavolta a ragione, di aver avvisato per tempo sulla maledizione dei “professionisti dell’antimafia”. Purtroppo non c’è più Giuseppe Fava, forse l’unico che ci avrebbe potuto tirare fuori da questa impasse.

E magari avrebbe saputo ben consigliare il figlio, che ha di certo guadagnato sul campo tanti meriti, soprattutto con le relazioni della commissione antimafia che ad oggi presiede, ma che appare ancora una volta cadere nella sua “incapacità” politica, difetto che gli viene rimproverato anche da chi gli è più vicino, dato che egli si è accostato a quelle forze politiche – al PD in primis, ma anche ad una certa frangia del M5S che ha deviato dall’alveo pentastellato per avvicinarsi a personaggi discutibili – che sono le stesse che hanno sostenuto il blocco di potere che dal governo Lombardo a quello Crocetta (Lumia) ha soverchiato le istituzioni e la vita dei cittadini siciliani in nome di un fittizio legalitarismo apprestato da quello stesso Montante che oggi viene ritenuto la causa di tutti i mali, perché conviene farne il capro espiatorio. The show must go on.

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