Il tribunale dell’onestà (a cinque stelle)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Chi vuol essere onesto, sia: di doman non c’è certezza. E certamente non v’è certezza del futuro prossimo del M5S, quello che aveva riscoperto l’onestà, tuttavia riducendola ad una moda che, a dire dei loro slogan, sarebbe tornata. Forse per poco, dato che se ne sono smarrite le tracce all’interno dello stesso MoVimento, anche se qui – sia chiaro – si parla solo della più importante forma di onestà, quella intellettuale, da cui discendono tutte le altre. Nei confronti di sé stessi, e prima ancora degli elettori che, in misura del 33%, alle urne approvarono i buoni propositi di una formazione che si impegnava a spazzare corrotti e corruttori, furbetti e traffichini, ossia il sottobosco quanto mai rigoglioso della repubblica fondata sulla raccomandazione e dove il merito è una colpa grave da espiare con l’esilio civile e la persecuzione “democratica”.

L’onestà, uno, se non ce l’ha, mica se la può dare. E non bastano le buone intenzioni, né i proclami, per possederla, figurarsi essere iscritti ad un partito/movimento. Né si è onesti per timore della sanzione prescritta delle norme o della riprovazione popolare. Diversamente, l’onestà è una forma di nobiltà d’animo, quella stessa che fa accettare le ingiustizie subite senza che per questo ci si senta legittimati a ricambiarle con la stessa moneta falsa. E non si acquista al supermercato, né col mutuo della banca, né pagandola a peso d’oro, perché rientra tra ciò che, come ad esempio la salute e l’intelligenza, non può mai essere scambiata col denaro. L’onestà non è in vendita, né in affitto. Altrimenti si tratta di una falsa onestà, quella buona per ammansire il popolo, quella che ha il cartellino del prezzo che viene scontato coi saldi di fine stagione.

Onesto è chi onesto fa! Nella disfida, a tratti rusticana, tra l’ex premier Giuseppe Conte voluto dal M5S e il padre co-fondatore dello stesso M5S, Beppe Grillo, è difficile scorgere comportamenti intellettualmente onesti da parte di entrambi i contendenti. Che sembrano ora mossi, sino all’ossessione personale, dal simmetrico intento di impossessarsi/non spossessarsi di quella creatura politica allevata da oltre dieci anni e che alle ultime elezioni politiche del 2018 ha messo in fibrillazione l’establishment. Che è corso ai ripari come ha potuto, cercando di imbrigliare la piena dei consensi popolari che aveva rotto gli argini del corso “democratico”. Ma la carta più “disonesta” sembra averla giocata l’avvocato (fu) del popolo, quando addita il (a suo dire) “padre-padrone” del MoVimento per aver ceduto sulla famigerata prescrizione.

Lunga vita al governo. Gli indizi della “disonestà” politica dell’ex premier sono quindi plurimi, univoci e concordanti, sicché assurgono al rango di prova in un immaginario tribunale dell’onestà a cinque stelle. Che è poi quello psicodramma collettivo che li sta conducendo all’autodistruzione, con applausi propiziatori che scrosciano da quegli spalti del parlamento popolati da coloro che hanno visto la furia grillina come una minaccia concreta alla sopravvivenza della “casta”, sin dall’aggressione ai tanto agognati e difesi vitalizi. Che l’afflato legalitario del CamaleConte sia del tutto strumentale lo rivela l’ambiguità con la quale per un verso egli cerca di addossare sulle spalle di Grillo la decisione dei ministri pentastellati che hanno votato per la “riforma” Cartabia e per altro verso dichiara di non aver inteso con ciò portare alcun attacco al governo Draghi, auspicandone lunga vita.

Cartabia for president! Se a ciò si aggiunge che qualche voce maliziosa dal sen sfuggita proveniente dall’entourage dell’ex premier ha messo in circuito l’insinuazione che Grillo abbia condizionato i ministri perché con la reintroduzione della prescrizione (proposta dalla presidente della repubblica in pectore) il processo al figlio Ciro sarebbe destinato al nulla di fatto, ecco che il dado è tratto. Ed è la conferma che il ruolo del CamaleConte sia quello di traghettare il consenso del M5S verso i lidi del centrosinistra a trazione “democratica”, ossia ricondurre nell’alveo quel moto turbolento di protesta popolare che il M5S aveva rappresentato e tradotto in maggioranza politica e parlamentare relativa, provocando una scossa ancora più pericolosa di quella causata dal 33,3 % ottenuto dall’allora PCI alle europee, ai tempi del muro di Berlino.

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