La riforma della giustizia (del pane rubato)

di Salvatore Fiorentino © 2021

La Commissione Europea, come spesso accade, ha scoperto l’acqua calda. Nel rapporto che si riferisce all’anno 2019 risulta infatti che la giustizia italiana è il fanalino di coda dell’Europa. Mediamente, un processo civile dura, nei tre gradi di giudizio, oltre 7 anni. Per non parlare dei processi penali e amministrativi. E senza tenere conto della qualità delle sentenze, talvolta senza testa ne coda, conseguenza di un sistema che vive sul sacrificio di pochi e sulle brame di potere di molti. Del resto l’Italia è il paese europeo che ha meno magistrati in rapporto alla popolazione, ma che annovera un numero abnorme di leggi, spesso disorganiche e contraddittorie, se non addirittura incostituzionali. A ciò corrisponde un’avvocatura per lo più accomodata allo strapotere dei magistrati, secondo il principio del primum vivere deinde philosophari.

Si parla, spesso a sproposito, di riforma della giustizia, senza però aver ben chiaro cosa si intende per “giustizia”. Se è difficile – forse impossibile – stabilire cosa sia rispondente al canone universale della “giustizia”, appare più facile definire cosa non lo è. Non è giustizia quella in cui i magistrati non hanno il tempo di maturare le decisioni e agiscono in via “burocratica”; non è giustizia quella in cui le procure della repubblica sono gerarchizzate in spregio alla Costituzione, per orientare “politicamente” o “culturalmente” l’esercizio dell’azione penale; non è giustizia quella in cui una sentenza conta migliaia di pagine; non è giustizia quella che affida gli incarichi direttivi e semidirettivi all’esito di una lotta gladiatoria all’ultimo sangue; e non è certo giustizia quella che arriva tardi o che non arriva mai.

La verità è che una giustizia che non funziona per il popolo (in nome del quale dovrebbe essere amministrata) è da tempo immemore il principale obiettivo delle élite dominanti, che così ne possono agevolmente strappare la rete (Solone docet) diversamente dalla maggior parte dei cittadini, tra cui in primis le vittime dei reati perpetrati da queste élite, che ne rimangono invece imbrigliati. Ed ecco scovato il motivo di fondo per cui non si vuole riformare la giustizia, se non nel senso di renderla ancora più forte con i deboli e debole con i forti. Se poi la giustizia diventa un’arma politica impropria, da brandire contro l’avversario e da innalzare per scudare il sodale, ecco che secondo il principio di azione e reazione si scatena la corsa alle leggi ad personam, ad usum delphini, ai referendum populistici e demagogici.

La vera riforma della giustizia che oggi serve è quella di consolidare le malferme fondamenta della democrazia italiana ed anche europea – visto che i cittadini sono soggetti alle norme sovranazionali – nel senso dei principii ormai classici, ma disattesi, dell’eguaglianza, della solidarietà e della libertà. L’indice più eloquente del conclamato stato patologico della democrazia italiana è in particolare rivelato dal fatto che, grazie alla scusante di turno (oggi il Covid, ieri la crisi finanziaria, domani l’invasione degli ufo), il governo del paese debba essere affidato a figure autocratiche e non legittimate dal voto popolare, godendo della fiducia di quelle forze politiche che seppur elette dal popolo hanno deviato, sino ad intraprendere strade persino opposte, rispetto al mandato ricevuto dai cittadini.

Mentre la democrazia viene progressivamente sottratta al popolo, divampa l’indecente spettacolo del teatrino dei pupi di cartapesta – un bestiarium tra Draghi, Grilli, Di Miao e CamaleConti, Psiconani, Mattei, Letta-Letta, Speranze dure a morire e donne Giorgie di borgata – non altro che una formidabile arma di distrazione di massa per gli elettori che ancora credono che il partito/movimento o il deputato/portavoce che hanno votato si stia battendo per loro invece che per captare la benevolenza del deus ex machina, per colui che possa assicurare a lorsignori un futuro dorato e vellutato, ossia le caratteristiche di una poltrona in stile Luigi XV. Altro che cambiamento, altro che revolución. E, infine, l’unica riforma che occorre resta quella dell’italiano, inteso come abitante dell’Italia, che vive di pane rubato e raccomandazione. Costui pianga sé stesso.

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