Potere al popolo (magistratis mutandis)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Cosa è il potere e cosa è il popolo? Al di là di tutto, basta dire che il primo decide sulla vita del secondo. Quindi non sembrerebbe legittima, quanto meno non democratica, l’esistenza di un potere che sia fuori dal controllo, diretto o indiretto, del popolo. Questa è, in estrema sintesi, l’argomentazione di chi non accetta che la “magistratura” sia un “potere”, in quanto autonomo ed indipendente, mentre la si vorrebbe quale una “funzione pubblica” dello Stato, al pari di ogni altro ufficio dell’amministrazione, i cui funzionari sono vincolati al giuramento di fedeltà alla Costituzione, il che vale a dire, in essenza, garantire l’imparzialità nei confronti dei cittadini che usufruiscono dei servizi pubblici, resistendo ad ogni pressione indebita.

Ovviamente, l’architettura costituzionale vigente prevede i cosiddetti “contrappesi” nei confronti dell’ordine giudiziario, dato che l’organo che lo sovrintende, il Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.), è composto anche da rappresentanti eletti dal parlamento, ossia indirettamente dal popolo, oltre che presieduto dal capo dello Stato, a sua volta eletto dal parlamento, quale figura di garanzia super partes. Tuttavia, a causa di una progressiva caduta di tensione sul versante dell’etica pubblica, fenomeno che ha radici profonde e che inizia a manifestarsi perlomeno sin da quando entra nel dibattito politico la “questione morale”, questi delicati meccanismi di bilanciamento si sono, a lungo andare, logorati ed inceppati.

Di fronte alla recente crisi di credibilità che ha investito con inattesa virulenza il mondo togato, soprattutto sul versante requirente e dei vertici degli uffici delle procure della Repubblica, l’attuale presidente del C.S.M. non ha saputo, voluto o potuto fare altro che esternare ammonimenti e richiami alla magistratura associata, ai singoli magistrati, affinché sia ripristinato il prestigio dell’ordine giudiziario, presupposto indefettibile perché i cittadini possano ritrovare fiducia nell’istituzione, sia nel momento della richiesta della tutela dei diritti e degli interessi pregiudicati, sia quando si trovino ad essere accusati e giudicati dallo Stato, non dovendo neppure aleggiare, in democrazia, il sospetto di discriminazioni di sorta.

Per altro verso, i componenti “laici” del C.S.M., piuttosto che svolgere una funzione di bilanciamento portatrice delle istanze dei cittadini, hanno determinato la costituzione di una sorta di “consorteria” con i componenti “togati”, mediante un intrico di dangerous liaisons tra magistratura e politica, col comune obiettivo di realizzare una vera e propria spartizione di posti di vertice nei palazzi di giustizia, alla stessa stregua di quanto avviene con i vieti metodi di lottizzazione politica per ogni postazione pubblica e talvolta persino privata. Ciò, in definitiva, vale a dire la realizzazione di un manifesto sbilanciamento di un potere, quello politico-giudiziario così fatto, che ha finito per sfuggire al controllo democratico del popolo.

Preso atto di uno scenario così desolante, dal quale emergono episodi e protagonisti di incredibile meschinità umana e professionale, non sembra esserci riforma normativa che possa fornire una soluzione alla degenerazione del sistema giudiziario ormai conclamata, e nonostante i tanti servitori dello Stato fedeli che devono anch’essi soccombere alle scorribande di un manipolo ben organizzato di soggetti senza scrupoli pur di raggiungere traguardi personali di avanzamenti di carriera ed economici, mediante la strumentalizzazione e lo sviamento dei poteri loro affidati. L’unica prospettiva di cambiamento, di rigenerazione, non può, pertanto, che essere riposta in un profondo mutamento culturale nel Paese.

(11 luglio 2020)

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