Cinque punti per la “rivoluzione” (nevermore)

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’Italia non è paese di rivoluzioni né di rivoluzionari, quindi tutti coloro che hanno promesso il “cambiamento”, inteso come sovvertimento del regime dominante a favore di un corso radicalmente nuovo, sono da ritenere i peggiori traditori del “popolo”, molti in mala fede, alcuni in buona fede, ma non per questo giustificabili stante la loro manifesta inettitudine. E non ci sarebbe neppure bisogno di ripeterlo, visto che quanto detto si trova scolpito a lettere cubitali nella letteratura universale, dove campeggia quel trattato politico (che qualcuno ha confuso essere un “romanzo”) che è l’opera celeberrima di Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”. Mutatis mutandis, oggi l’aristocrazia morente è rappresentata da Confindustria e tutto l’indotto politico-finanziario che le orbita attorno, mentre c’è la gara per chi debba rivestire il ruolo di parvenu simulante la discontinuità del nuovo corso.

La “rivoluzione” non la poteva fare il PCI neppure se avesse stravinto le elezioni (fatto improbabile e a cui comunque sarebbe conseguito un golpe in nome dell’anticomunismo atlantico), e quindi si cercò la via, tipicamente all’italiana, del “compromesso storico”. Ma neppure questo fu accettato, e così caddero le figure scomode di Aldo Moro, Piersanti Mattarella e Pio La Torre, omicidi politici legati dallo stesso fil rouge. Ed in chiave “antirivoluzionaria”, ossia stabilizzante lo status quo, venivano utilizzate le associazioni criminali di stampo terroristico o mafioso, opportunamente eterodirette per tramite dei servizi segreti, gli unici apparati dello Stato che potevano svolgere questo ruolo di raccordo invisibile ed indicibile. Ma le pagine della storia repubblicana più buie non sono state ancora svelate, perché esse riguardano il rapporto inconfessabile tra la mafia e la sinistra politica e affaristica.

La “rivoluzione” non l’ha potuta fare nemmeno la magistratura all’auge del consenso popolare, anche se qualcuno ci ha creduto e forse ci crede sino ad oggi, dato che ad un certo punto si è dichiarato espressamente che la stessa fosse chiamata dagli eventi a svolgere un ruolo di “supplenza” rispetto alla politica. Quando quest’ultima veniva falcidiata nella saga di “Tangentopoli”, a meno di quella parte, sempre sinistra, che avrebbe dovuto successivamente prendere il potere in nome di una presunta illibatezza presto dimostratasi fallace. Ma con la discesa in campo del terzo incomodo che sparigliava i giochi, il cavaliere caduto da cavallo Silvio Berlusconi, si è perso un quarto di secolo a combattere una guerra civile strisciante a colpi di avvisi di garanzia e leggi ad personam, secondo l’assunto che se si cerca prima o poi si trova, soprattutto nel mondo della grande impresa e della finanza.

E la “rivoluzione” non l’ha saputa fare la “società civile”, che si è fatta abbindolare ora da questa ora da quella icona legalitaria à la page. Ecco che sono proliferati i preti sedicenti dell’antimafia (ma quelli veri sono morti), che ancora oggi pontificano senza misura, forti dei loro affari alla stregua di holding commerciali, mentre poi di antimafia vera ne razzolano davvero poca. Per non parlare dei “giornalisti” antimafia, una categoria altrettanto sedicente e del tutto improbabile, dato che il giornalista, se così è, non ha bisogno di etichettature di presunta qualità. Senza voler citare, visto che se n’é parlato sino alla nausea, dei falsi paladini ormai decaduti, i quali grazie alle connivenze istituzionali sino ai massimi livelli hanno strumentalizzato la legalità e l’antimafia per assicurare a sé a ai loro sodali vantaggi economici e postazioni di potere, corrompendo, abusando, malversando.

Ed allora chi la doveva fare questa “rivoluzione” in Italia? Forse quelli che hanno promesso il “cambiamento” e che nel brevissimo volgere di tre anni hanno assunto posizioni agli antipodi rispetto al mandato popolare del 33% ricevuto alle urne nel 2018? Gli stessi che ora sostengono il governo della “restaurazione”, delle disparità sociali, dei privilegi dei pochi e della sottrazione dei diritti ai più? I medesimi che autorizzano i licenziamenti di massa senza neppure immaginare uno straccio di strategia industriale che non sia l’accaparramento del “Recovery Fund” da parte dei soliti noti grandi imprenditori parassitari italiani che poi non pagano le tasse nello stesso paese che mungono sino all’ultima goccia? O ancora quelli che avallano la finta “transizione ecologica” proponendo i termovalorizzatori e il ritorno al nucleare o la finta “transizione digitale” rimasta sul libro (cartaceo) dei sogni? Nervermore.

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