Il tempo della giustizia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che il tempo sia relativo lo dimostrò Albert Einstein – pare anche grazie al fondamentale contributo non riconosciuto della moglie Mileva Marić – che la giustizia lo sia lo dicono i fatti. E perché lo sia il meno possibile, per essere il più possibile giusta, occorre quindi che il suo tempo sia esattamente definito. Perché se la vita umana si misura ancora in anni e non in dollari – come qualcuno vorrebbe – vuol dire che è il tempo l’unica risorsa non rinnovabile dell’umanità, la vera ricchezza che è sacrilego derubare. Se si vivesse come Giobbe, felici ma osteggiati, ed alla fine ricompensati, una vita di 140 anni sarebbe sufficiente a far ritenere i tempi della giustizia italiana come congrui e rispondenti ai cardini del “giusto processo”. Mentre l’uomo comune, per cui suona sempre la fanfara della politica delle flatulenze verbali, crepa prima sotto la panca del tribunale.

Ora ci prova la ministra Cartabia – ex presidente della Corte Costituzionale – a fermare le lancette dell’orologio della giustizia che scorrono senza tempo. La frenata è così brusca che è come fermare un treno che viaggia ad alta velocità, ma su un binario infinito. Si agisce sugli effetti e non sulle cause, come curare la febbre da coronavirus col paracetamolo. Ma occorre dare qualcosa in pasto al Moloch dell’Europa perché conceda i suoi denari alla patria italica, che spera di risollevarsi dalla crisi economica indotta dalla pandemia. Nessun limite per il primo grado di giudizio (come mai?), mentre in appello e in cassazione i tempi massimi sono rispettivamente due anni e un anno. Niente tempi supplementari né calci di rigore, né golden gol. Se il giudice fischia la fine è tutto improcedibile, cioè chi era colpevole o innocente resta senza giudizio, sospeso nel limbo dell’ingiustizia. Cosa scriveranno nel casellario giudiziale?

Si deve dire tutto il male possibile della riforma Cartabia, cosi come del governo Draghi, ma la presa di posizione della magistratura, per voce del suo organo di autogoverno, il C.S.M., appare surreale e degna di un paese dei balocchi. Invece di invocare misure strutturali per ridurre effettivamente la durata dei processi nei tre gradi di giudizio, si difende l’ineluttabilità dei processi senza fine, affermando che esistono ad oggi realtà territoriali in cui la media dei processi in appello si attesta intorno ai 4-5 anni, con la conseguenza che la nuova norma spazzerebbe una gran parte di questi processi, peraltro in contrasto con il precetto costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Ma senza dire né approfondire i motivi per cui esiste in Italia questa disparità temporale nello svolgimento dei processi, accettandola come un fatto “naturale” invece di denunciarne le cause e proporre urgenti rimedi.

Il primo rimedio, persino ovvio, consiste nel significativo incremento del numero dei magistrati togati, abolendo nel contempo la magistratura “onoraria” che ha finito per travalicare la propria ragion d’essere, costituendo comunque un elemento di fragilità dell’ordinamento non più accettabile sotto diversi profili. Se vogliamo essere sempre più “europei”, dobbiamo urgentemente risalire la classifica del rapporto tra numero di magistrati e popolazione, visto che in Italia questo rapporto (10 toghe per 100 mila abitanti) risulta attualmente pari a circa la metà della media europea (18 per 100 mila). Il motivo di fondo per cui la stessa magistratura non hai mai lottato per ottenere organici pressoché raddoppiati è insito nella subcultura élitaria che ancora la contraddistingue, tipica di una casta degli “ottimati”, un’aristocrazia di un potere che verrebbe altrimenti involgarito ed annacquato.

Il secondo rimedio, simmetricamente ovvio rispetto al primo, consiste nell’altrettanto significativo aumento del personale amministrativo, che sia qualificato per supportare adeguatamente i magistrati, unitamente alla adeguata dotazione di luoghi e strumenti di lavoro per tutti gli operatori della giustizia. Che un magistrato oggi spesso non possa disporre né di un ufficio, né di una scrivania né di un computer se non in condivisione con altri colleghi, è inconcepibile dato che questo non accade in nessuna altra amministrazione pubblica. Ma invece di occuparsi dei rimedi, chi pretende di rappresentare i magistrati finisce per dissipare enormi energie nelle lotte intestine tra le “correnti” della magistratura, queste ultime spacciate agli occhi dell’opinione pubblica come espressione di pluralismo “culturale”, mentre in verità sono non altro che strumenti per la spartizione dei posti apicali. E nel frattanto tempus fugit.

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