Uno Stato senza statisti

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ difficile immaginare uno Stato senza statisti, così come un esercito senza generali. Vero è che, nella sostanza, lo Stato sono i cittadini, come la vita quotidiana dimostra, ma è anche vero che senza le figure che sappiano assumersi le responsabilità per migliorare le condizioni (oggi si dice, con grigio linguaggio aziendalistico, “la qualità della vita”) di un popolo non esiste lo Stato né la Nazione, e tralasciamo pure la Patria. Certamente statisti furono i “Padri” costituenti, coloro che contribuirono a ricostruire dalle fondamenta l’edificio della democrazia dopo gli sciagurati disastri causati dalla dittatura fascista. Ma coloro che succedettero, e soprattutto quelli attualmente in carica, sono stati e sono degni di abitare e manutenere l’architettura democratica ereditata? Ed in primo luogo la domanda va rivolta a chi detiene la massima responsabilità di garante della Costituzione, il presidente della Repubblica.

Se essere statisti dopo un regime è compito persino scontato, lo stesso ruolo diventa alquanto arduo nel corso di una fase democratica che può essere tale solo in apparenza e celare subodolamente insidie ancora peggiori di quelle disseminate in assenza di democrazia. Pertanto, la domanda è la seguente: oggi si può dire sussistente uno Stato democratico? E come si fa a stabilirlo? La risposta è ad un tempo semplice e complessa. Basta tornare alla Costituzione, ai suoi principi fondamentali, inderogabili. Ed allora: è vero che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro? E’ vero che la sovranità appartiene al popolo? E’ vero che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali di fronte alla legge? E’ vero che la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro? E’ vero che la Repubblica promuove la cultura e la ricerca scientifica e tecnologica? E’ vero che l’Italia ripudia la guerra?

Alle superiori domande, da un punto di vista formalistico, si potrebbe rispondere affermativamente. Ma se si scende sul piano sostanziale, quello della vita vissuta da tutti i cittadini, le risposte diventano di segno opposto. Questo vuol dire che la democrazia in Italia è solo apparente, e di ciò occorre chiederne conto e ragione a chi siede ai vertici dello Stato, dato che, così stando le cose, costoro non stanno assolvendo alle loro responsabilità nei confronti del popolo. A cominciare dal presidente della Repubblica per finire all’ultimo consigliere di quartiere, chiunque rappresenta i cittadini oggi deve rispondere di uno Stato che non fa lo Stato, perché non è in grado di garantire l’effettività dei principi costituzionali fondamentali. Ed è noto che quando lo Stato non assolve alla sua funzione, dimostrandosi distante se non ostile nei confronti dei cittadini, ecco che si dà alimento alle associazioni mafiose.

Chi sarebbero oggi gli statisti? Mattarella? Casellati? Fico? Draghi? Di Maio? Conte? Cartabia? Speranza? Salvini? Meloni? Berlusconi? Letta? Renzi? Zingaretti? Grillo!?! E’ evidente che il livello sia davvero mortificante. Ma è difficile credere che non vi siano in un Paese di 60 milioni di abitanti figure che possano meglio di costoro rappresentare i cittadini. La domanda è quindi: perché non sono emersi dall’anonimato? E la risposta è ancora una volta allo stesso tempo semplice e complessa: in primo luogo, perché con un regime oligarchico, quale quello italiano, non è vi è mai un reale ricambio della classe dirigente, ma solo un continuo rimescolamento con l’inserimento di figure apparentemente nuove mediante la cooptazione di chi detiene il potere. E’ ormai evidente che anche il fenomeno del “grillismo” sia stato un espediente del sistema di potere per imbrigliare il voto di protesta, maggioritario, e ricondurlo nell’alveo.

E’ quindi conseguente che in assenza di uno Stato che garantisca effettivamente i principi fondamentali della Costituzione, ossia la democrazia di fatto, il comportamento dei cittadini – a parte una minoranza di votati al sacrificio pur di assolvere ai doveri civici – tenda ad assumere la direzione opposta a quella propria di un popolo civile e rispettoso delle regole, in quanto viene premiato dallo stesso Stato chi le trasgredisce e punito chi le osserva. Del resto, non può esserci corruttore senza corrotto, né raccomandato senza raccomandante. E’ l’eterno gioco delle parti, il più classico dei circoli viziosi, che non può essere interrotto se lo Stato non rende effettivi i principi costituzionali fondamentali. E’ difficile, impossibile? No, è molto semplice. Ma non conviene a coloro che statisti non sono, che altrimenti perderebbero il loro potere, l’unico movente ad assumere cariche pubbliche. Con indisciplina e disonore.

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