Il procuratore straniero

di Salvatore Fiorentino © 2021

La beffa fu atroce. Dopo inenarrabili lotte intestine e colpi da bassifondi, la contesa tra i “catanesi” venne vinta da un procuratore “straniero”. Sollievo, speranza, cambiamento in arrivo. Finalmente. Si sarebbe indagato sul potere, svelati gli altarini di quei potenti che condizionavano la città da decenni. Catania avrebbe potuto “condannare sé stessa”. Chi era estraneo ai giochi locali avrebbe saputo mettere in riga tutti, perché non avvicinabile, alieno ai salotti e alle anticamere dei palazzi che contano, che non sono mai quelli istituzionali, ma ben altri e più alti.

Il procuratore straniero si spostava a piedi, esplorava la città, presenziava alla commemorazione di Giuseppe Fava, da sempre ignorata dai vertici della procura locale. Visitava i quartieri periferici più abbandonati, quelli dove l’onestà vale doppio. Arriverà, arriverà, arriverà. Tutti lo aspettavano il giorno che avrebbe inquisito i potenti, fino ad allora troppo sereni perché sempre graziati, spesso ringraziati, talvolta magnificati. E i giorni passavano, tra belle giornate di sole, tante passeggiate e molti fichi d’india, una passione ancora oggi coltivata.

L’attesa era diventata trepidante. A chi iniziava a nutrire perplessità, veniva risposto dai benpensanti che era solo questione di tempo, del resto doveva essere lasciato in pace a lavorare. Dopo anni di sabbie mobili si pretendeva forse che avesse la bacchetta magica? No, difatti non l’aveva. L’attesa si tramutò in delusione cocente, perché per i procedimenti ereditati riguardanti i potenti vennero confermate le richieste di archiviazione. Politici, imprenditori, mentre nessuna nuova indagine di rilievo veniva alla luce. Cosa era cambiato? Tutto, perché nulla cambiasse davvero.

Nel frattempo il procuratore straniero godeva delle bellezze naturali della città per invitare ad una gita sull’Etna in Vespa l’amico Luca Lotti, proprio quello che poi incontrava a pranzo a Roma, proprio lo stesso che si incontrava nottetempo con Luca Palamara. Si capì dopo che la trasferta catanese gli era servita per rimpolpare un curriculum poverello, così da permettergli di scalare in pochi anni i ranghi della magistratura requirente, sino a divenire – clamoroso al Cibali! – procuratore generale presso la Cassazione, al secondo tentativo, profittando delle disgrazie altrui.

Da questo sommo scranno non finì di stupire il mondo, emanando una circolare dove assolveva preventivamente quei magistrati che avessero praticato l’auto-raccomandazione ancorché petulante, ma senza colpo ferire. Il che parve un ossimoro alla carriera. Soprattutto quando si venne a sapere di un sontuoso pranzo con il poi tanto deprecato Luca Palamara, ma sempre alla luce del sole, in una delle più panoramiche terrazze romane, presso uno degli hotel più prestigiosi e lussuosi della capitale. Todo modo para buscar la voluntad divina.

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