Conte, leader del “cangiamento”

di Salvatore Fiorentino © 2021

La notizia del giorno – non data in pompa magna dai media di regime in ossequio ai rudimenti del marketing (“if you have a bad product don’t advertise it“) – riguarda l’elezione di Giuseppe Conte, ex premier per caso dei governi del giallo cangiante secondo le stagioni, a presidente del M5S con 62.272 voti sui 67.064 votanti dei 115.130 aventi diritto. Alle politiche del 2018 il MoVimento aveva avuto 10.697.994 voti alla Camera e 9.719.710 al Senato, conseguendo col 33% il ruolo di forza politica di maggioranza relativa nel Paese. Conte viene così incoronato leader dei pentastellati con una percentuale certamente “bulgara”, anche se si deve stabilire se si tratti ora di una maggioranza o di una minoranza. E’ pure certo che Grillo, garante ormai in disarmo, abbia tentato di sbarrare il passo al fu “avvocato del popolo”, dovendo infine ripiegare su una guerra di logoramento.

Il dato politico è chiaro. Adesso il M5S non è più la forza del “cambiamento”, ma semmai del “cangiamento”, quello che contraddistingue i camaleonti. Ecco che si può ragionevolmente prognosticare che di quei dieci milioni di voti ne resteranno ben pochi nelle prossime urne. Certamente non ci saranno quelli di chi ha dato fiducia ai programmi di “cambiamento”, ma che non potrà avallare il “cangiamento” già avviato dal novello leader a partire dal nuovo statuto che rade al suolo i cardini fondanti del fu M5S per concepire in vitro il gemello siamese del Partito Democratico. Il che non sarebbe un fatto da rigettare se il PD fosse veramente un partito democratico, dei lavoratori, per le fasce deboli della popolazione, come dovrebbe essere, invece di fare la corte a banchieri e finanzieri a scapito del popolo, sin da quando falce e martello furono sotterrati all’ombra della Quercia.

E non è certo un caso che il sommo Dante collochi nella zona più infima dell’ultimo girone dell’Inferno, quali irredimibili peccatori, i “traditori dei benefattori”. Sotto questo profilo, oggi quei M5S che hanno rineggato la loro identità, il loro dna politico, i valori in nome dei quali hanno beneficiato del consenso popolare, si dimostrano ben peggiori di quegli esponenti della sinistra, quasi tutti confluiti nel PD, che hanno da tempo snaturato la loro raison d’être, ora ritrovandosi M5S e PD avvinghiati nell’abbraccio mortifero che priva la maggioranza dell’elettorato di una effettiva rappresentanza politica, così compromettendo la democrazia sostanziale e alimentando una deriva élitaria che volge nella direzione di una sempre maggiore compressione dei diritti per la moltitudine dei cittadini e a cui corrisponde una crescente concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi privilegiati.

E chi sono questi M5S che hanno “tradito”? Li vediamo sudaticci e trafelati che, nonostante le temperature sahariane, si accapigliano per partecipare ad una gara meschina e mortificante sui social, quella tipica dell’italiota medio, senz’arte né parte, quella di chi cerca di saltare per primo sul malfermo carretto del vincitore da Volturara Appula, oggi il leader del “cangiamento”, il fu “avvocato del popolo”, Giuseppe Conte. Ed ecco che si sperticano in elogi ad alto tasso glicemico, in proclami da statisti della porta accanto, in sviolinate inaudite che fanno rivoltare nella tomba messer Antonio Stradivari. E vanno stigmatizzati in primo luogo i siciliani, che hanno ricevuto un mandato da ben oltre il 50% dei cittadini: Giancarlo Cancelleri (ex deputato regionale, sottosegretario con Draghi), Dino Giarrusso (ex Iena), Giulia Grillo e Nunzia Catalfo (ex ministre nei governi Conte).

Del tutto inutile e persino ovvio spendere critiche avverso il camaleonte per antonomasia, al secolo “il bibitaro”, Luigi Di Maio (ex capo politico M5S, ex vice premier nei governi Conte, oggi ministro degli Esteri con Draghi). Sarà un caso – ma forse no – che i più sfegatati galoppini contiani siano tutti esponenti M5S in scadenza del secondo mandato, quindi in teoria destinati, secondo i principi del MoVimento, a tornare alla vita civile di normali cittadini. Ecco perché chi non ha midollo spinale, chi non è capace di resistere alle adulazioni del potere, chi non sa gestire il proprio ruolo perché privo di senso di responsabilità e di servizio, di senso per le istituzioni, di dignità personale e professionale, di semplice buon senso dell’uomo della strada o dell’ultimo contadino della più sperduta landa siciliana, non è degno di rappresentare nessuno, né i cittadini e neppure sé stesso.

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