Miserabiliapoli (Miserabilia urbis Catanae)

di Salvatore Fiorentino © 2021

Miserabilia è, all’opposto di Mirabilia, quello che si addice all’urbanistica della città di Catania, almeno dal dopoguerra ad oggi, ma soprattutto riguardo a quel sacco speculativo che si affrettò ad essere riempito senza ritegno prima che entrasse in vigore il PRG Piccinato, alla fine degli anni ’60, sicché la bulimia edificatoria proseguisse oltre la cintura periurbana a nord della città, il cui limite veniva segnato, per antonomasia, dall’edificio monumentale – e la cronostoria dei giorni recenti ci ha svelato perché e come – in cui non trovava sede tanto l’impero editoriale locale con tentacoli in tutta la Sicilia e persino oltre, quanto quell’anomalo crocevia di potenti e potentucci, di ogni rango e risma, che era solito sedervisi attorno, o per meglio dire lungo esso, date le fattezze patriarcali con capotavola fisso ed immutabile.

Notabili politici a battersi il petto scudocrociato, e poi di qualunque colore purché fosse “magna Catana” come garofani all’occhiello, soli nascenti di incerto tramonto e ramificazioni avvinte più dell’edera, con la successiva condiscendenza di falci spuntate e martelli esausti, ma piantati come querce secolari all’interesse comune dei soliti noti. E sempre contro il bene comune, contro gli spazi aperti pubblici, considerati uno spreco di cubature, a favore di uno sviluppo canceroso della città, le cui metastasi si propagano sino ad oggi, con i tentativi di colonizzare quei pochi e strategici spazi vuoti che rimangono da divorare per poi colare di cemento, armato o no fa poca differenza ormai.

Purché ci sia gettito speculatorio, con la falsa consolazione di qualche decina di posti di lavoro per i nuovi disperati del tempo presente, tanto per qualche mese. Ed è per questo che abbiamo un lungomare miserabile (ultimamente impreziosito da una pseudo pista ciclabile) che oggi si ha persino l’ardire di chiudere al transito, ed è per questo che abbiamo l’infame scacchiere delle vie Napoli e consorelle, ed è per questo che oggi rischiamo la cementificazione definitiva, la tombatura del porto e della plaia. Ossia la monumentalizzazione, ancorché funeraria, della città del futuro. Una colata di cemento ci seppellirà, altro che ridere …

E quando da uno dei processi storici, per questa città e non solo, IBLIS – che la novella procura chiese di archiviare, non sia dimenticato, solo che ci fu un GIP che disse nossignori, scrivete l’imputazione – emergono dinamiche di occupazione militare del territorio e della sua devastazione urbanistica con centri commerciali e progetti non adeguati alle esigenze dei cittadini, sia sotto il profilo economico, sociale ed ambientale prima ancora che segnatamente paesaggistico ed architettonico-urbano, non si può non tenerne conto senza compromettere irreversibilmente l’evoluzione di una comunità insediata, senza compromettere la democrazia, la giustizia, il bene comune, l’idea stessa di città.

Già il sol fatto che si dica che l’operazione PUA, ossia la ristrutturazione urbanistica della plaia, non sia assoggettabile a VAS appare una delle più grandi contraddizioni mai udite in materia, certamente assurdo sostenerlo per la rilevanza della trasformazione, a tutti gli strati, del palinsenso periurbano che va ad incidere direttamente, nonché di tutto l’ambito territoriale e paesaggistico che, inevitabilmente, questa operazione a grande scala coinvolge, dato che si spinge sino all’Etna per un verso, sino alla costa che dall’Oasi del Simeto giunge ad Ognina, per lo meno. Ma dove sono gli enti che dovrebbero garantire la qualità, la progettualità, la legalità, ossia accademia, ente comunale – si diceva ora finalmente in mano ad una giunta virtuosa e competente – e gli uffici inquirenti?

Sarà forse che il “caso Catania” – che pare originare dalle vicende edificatorie non limpidissime dell’edificio della pretura descritte mirabilmente nell’omonimo pamphlet curato dal giudice galantuomo Giambattista Scidà – così ben denunciato da un urbanista puro come Giuseppe D’Urso (non a caso sodale di quel maestro di giornalismo dalla postura eretta quale fu Pippo Fava) nel tentativo di far rinascere negli anni ’80 questa città, come altre invero, affogata nelle logiche edificatorie miserabili, sia ormai scolpito nella pietra lavica quale destino di una città che ha sofferto il piombo della mafia quanto quello delle rotative della stampa? Ed allora sarà necessario che questa roccia, comunque già fessurata, sia continuamente erosa dalla goccia che ogni cittadino vorrà versarle, una goccia di verità, per un futuro di una città che deve, avendone tutte le grandi potenzialità, incontrare un nuovo destino, che non sia più quello di Miserabiliapoli.

(8 luglio 2016)

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