Conte e Letta, leader senz’arte

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che la politica sia un’arte non vi è dubbio. Che ogni arte richieda un talento naturale da affinare mediante la progressiva acquisizione di una certa padronanza tecnica, non pare altrettanto in discussione, almeno affinché si possano raggiungere risultati apprezzabili. Ergo, per fare il politico occorre innanzitutto il talento, ma non può mancare neppure una certa competenza tecnica, che non è quella che si impara sui libri, ma solo grazie all’esperienza. Non è un caso che presso i Romani era previsto che ogni politico seguisse un preciso cursus honorum. Più modestamente, nella tanto deprecata “prima repubblica” un politico iniziava l’attività in età liceale, come rappresentante studentesco, per poi scalare le cariche, da consigliere di quartiere a comunale, sino a raggiungere, ove ne avesse avuto la capacità (e non sempre lecitamente), i ruoli più elevati in sede regionale e nazionale.

Questa crescita progressiva consentiva al politico di conoscere la realtà, dalla dimensione locale a quella nazionale, di confrontarsi – volente o nolente – con i cittadini, la gente comune, tra i quali vi erano i suoi elettori. Per quanto fosse mosso dall’ambizione personale, il politico imparava subito che doveva contemperarla con l’interesse quanto meno dei propri clientes, con i quali si instaurava un rapporto fiduciario, assimilabile a quello tra paziente e medico. In questo rapporto di diretta vicinanza con l’elettore, il politico assimilava i reali bisogni del popolo, le aspettative, i desideri. Lo stesso fenomeno endemico della “raccomandazione”, in quanto diffusa a tutti gli strati sociali, realizzava, ancorché in un modo improprio ed imperfetto, il principio di eguaglianza tra i cittadini, che avevano un punto di riferimento, reale ed umano, per rappresentare le loro istanze.

La degenerazione si compie quando il politico non si accontenta più di fare il “medico di famiglia”, ma vuole azzardare il salto di qualità verso il potere. Ecco che allora dimentica, abbandona, persino aborre il comune cittadino, mentre corre al servizio delle élite, sino ad umiliare la propria funzione di “deputato” del popolo. Si prostra a imprenditori, banchieri, potenti di ogni risma, ai quali vende la propria funzione in un rapporto di vassallaggio in cui a farne le spese sono i deputanti, quei cittadini che lo votano perché dia risposte alle loro esigenze, mentre questa energia elettorale viene spesa per servire chi mira a depredarli dei loro diritti fondamentali, in un ritorno ad una aristocrazia mascherata da democrazia, dove pochissimi privilegiati godono di ogni benessere e lusso che viene garantito dallo sfruttamento indiscriminato di una moltitudine popolare sempre più vasta.

Presso i Romani erano previste rigide preclusioni nel cursus honorum del politico, con limiti nel numero dei mandati e con intervalli anche di un decennio per poter ricoprire una carica. Anche l’età anagrafica era considerata come requisito di accesso alle cariche pubbliche in relazione alla loro progressiva rilevanza. Tutto ciò rispondeva alla ragione che l’amministrazione della res publica non potesse essere affidata, a prescindere dalla questione dell’onestà personale del candidatus, ad un soggetto che non avesse percorso le necessarie fasi formative per acquisire innanzitutto la consapevolezza del proprio ruolo pubblico, per sperimentarne con l’attività concreta l’esercizio delle funzioni, delle responsabilità e dei poteri affidatigli, fasi indispensabili per maturare la capacità di interpretare la realtà nel suo complesso ed elaborare una conseguente visione in prospettiva.

Come dimostra la prova dei fatti, un politico che si sia formato attraverso la crescita progressiva da un ruolo ad un altro, è quello che, a prescindere dal titolo di studio e dalle qualità personali, riesce a dare un miglior contributo alla società. Viceversa, un politico che sia stato generato in vitro dall’oggi al domani – ancorché provvisto di un curriculum zeppo di titoli accademici e professionali e certificazioni di “onestà” – per essere collocato a ricoprire un ruolo apicale, ancora peggio se alla guida di una forza politica, non potrà che fallire miseramente ai danni della collettività. Ecco perché il serenissimo Enrico Letta, ex premier per disperazione, non può essere un degno leader della principale forza del centrosinistra; ecco perché il fu “avvocato del popolo” Giuseppe Conte, ex premier per caso, non può essere un capo politico credibile di un movimento che intendeva dare voce alle istanze del “cambiamento”.

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