Cose nostre di Sicilia

di Salvatore Fiorentino © 2021

La Sicilia è una regione speciale. Non solo dal punto di vista istituzionale, con lo Statuto che ne sancisce l’autonomia entro l’unità politica dello Stato, ma anche, e forse soprattutto, dal punto di vista delle organizzazioni mafiose che realizzano un governo di fatto del territorio. Per un verso, ne è quindi ampiamente riconosciuta la specialità di “laboratorio” politico, spesso anticipatore, fino a divenirne determinante, di quelli che saranno gli indirizzi a livello nazionale. Mentre, per altro verso, non sembra essere stata ancora colta, perlomeno nella sua intera portata, la specialità di “laboratorio” della trattativa “Stato-mafia”, che adesso non è quella dibattuta nell’omonimo processo tanto avversato e vilipeso di cui si sta celebrando l’appello a Palermo, bensì quel “sistema” di governo che mette attorno ad un tavolo essenzialmente tre componenti, la politica e l’imprenditoria (nei rispettivi segmenti disponibili o addirittura in cerca di collusioni e corruzioni) con le organizzazioni mafiose. Siedono allo stesso tavolo: una politica incapace di produrre consenso libero e democratico, che ha così tutto l’interesse a mantenere lo stato di “sottosviluppo”; un’imprenditoria restia ad accettare i principi della libera e leale concorrenza, che quindi sostiene l’affermazione di una politica clientelare, manipolatrice degli appalti e delle concessioni pubbliche; le organizzazioni mafiose, che ben lungi dall’operare come un sistema coerente e coeso, muovono dall’obiettivo di produrre ricchezza in modo parassitario, saccheggiando lo Stato. Unicuique suum. Con chiese, massonerie, servizi segreti e magistrature sullo sfondo.

Questo tavolo a tre gambe, che sembra alludere alla Trinacria, regge bene finché le tre componenti che lo supportano riescono a trovare un accordo in esito alle molteplici “trattative”, che di volta in volta, vengono dipanate e decise con buona pace dei contraenti. Accade, tuttavia, che una gamba del tavolo non sia d’accordo neppure con sé stessa. Come è accaduto con le Cose nostre che si diversificano tra Occidente e Oriente, da un lato i Corleonesi di Riina che in un primo momento favoriscono l’ascesa del boss catanese Nitto Santapaola, ai danni del predecessore Giuseppe Calderone, perché ritenuto più idoneo alla nuova strategia stragista, salvo poi volerlo eliminare per il motivo che lo stesso Santapaola si opponeva alla esecuzione di delitti eccellenti in territorio etneo, al contrario di quanto invece avveniva, in modo reiterato ed eclatante, nel palermitano. Eppure il “cursus (dis-) honorum” del Cacciatore (questo il nomignolo affibbiato al boss catanese per la sua efferatezza, ma per l’appunto solo fuori dal proprio territorio) è di tutto “rispetto” nonché illuminante per tracciare quel reticolo di collusioni tra politica, imprenditoria e mafia sin dagli anni ‘80, a cominciare dalle vicende torbide della ricostruzione post terremoto nella Valle del Belìce, un cui rivolo conduce sino all’assassinio del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella, sino a giungere al famigerato caso dei “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse Mafiosa”, che pare collegarsi alla strage di via Carini, in cui viene assassinato il prefetto di Palermo Dalla Chiesa senza che sia risparmiata la giovane moglie.

Risulterebbe, infatti, che Nitto Santapaola abbia partecipato alla missione di fuoco, il 13 agosto 1980, per eliminare il sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, divenuto scomodo perché (ne riferisce un articolo di Mario La Ferla apparso su “L’Espresso” nel 1981) avrebbe scoperto una grande truffa nel piano di ricostruzione della Valle del Belìce, relativamente al cosidddetto “piano numero quattro” che ricomprendeva dieci comuni. Un collegamento di questo delitto con quello del presidente della regione Piersanti Mattarella fu rinvenuto nel corso delle indagni, dato che lo stesso Mattarella, l’anno precedente, aveva voluto un riesame del suddetto “piano numero quattro”, allo scopo di comprendere quali fossero state le manipolazioni realizzate ed eventualmente provvedere alla sua corretta riformulazione. E ritroviamo il nome di Nitto Santapaola anche dietro la strage di via Carini, eseguita il 3 settembre 1982, in un’Italia stordita dagli allori freschi della nazionale di calcio campione del mondo al cui tributo si era unito l’entusiasta presidente della repubblica Sandro Pertini. Tra le ipotesi investigative, quella che riguarda l’interessamento di Dalla Chiesa su i costruttori di Catania (Rendo, Costanzo, Finocchiaro, Graci), mediante una richiesta di informativa alla prefettura etnea, dalla quale emersero rapporti “necessitati” dei suddetti imprenditori con la mafia locale. Dalla Chiesa ebbe a dichiarare, nell’intervista rilasciata a Giorgio Bocca il 10 agosto 1982, che alla mafia palermitana si stava affiancando quella catanese, dato che i maggiori imprenditori etnei si accaparravano gli appalti a Palermo.

Mafia e appalti. L’inchiesta condotta da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, col supporto del ROS guidato dall’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, tra la fine degli ‘80 e il 1992, aveva fatto emergere per la prima volta l’esistenza di un comitato tra la mafia, la politica e l’imprenditoria, toccando ambienti anche di rilievo nazionale, finalizzato alla spartizione degli appalti pubblici in tutta la Sicilia, anche se va rilevato che dall’informativa che il ROS consegnò a Falcone sarebbero stati “depurati” i nomi di alcuni influenti politici siciliani della DC coinvolti: Salvo Lima, Rino Nicolosi e Calogero Mannino. Ed è qui che si dividono le strade di chi oggi ritiene, per un verso, che Falcone e Borsellino furono eliminati perché stavano scoprendo ciò che avrebbe fatto deflagrare lo Stato, già provato alle fondamenta dall’inchiesta di “Mani Pulite”, e chi invece, per altro verso, ritiene, anche alla luce delle recenti sentenze, ancorché in primo grado, dei processi “Borsellino quater” e “Trattativa Stato-mafia”, che i due magistrati palermitani furono sacrificati sull’altare di un pactum sceleris tra lo Stato e la mafia, che rinegoziavano il loro atavico rapporto costitutivo, inaugurato con lo sbarco anglo-americano nell’Isola, per la liberazione dal nazifascismo. Fatto sta che l’inchiesta “mafia e appalti” fu archiviata su richiesta presentata il 13 luglio 1992 dagli allora sostituti procuratori di Palermo Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte, vistata il successivo 22 luglio dal procuratore capo Pietro Giammanco ed accolta il 14 agosto, sempre del 1992, dal gip Sergio La Commare.

Collettori insospettabili. Messo sotto accusa dalla procura di Catania, l’ex presidente della regione Rino Nicolosi presenta un memoriale nel quale offre una radiografia del sistema “Sicilia”. Come viene riferito in un articolo del quotidiano “La Repubblica” del 8 ottobre 1997, non c’era un unico centro di raccolta per la spartizione delle tangenti da calcolare su i circa 30 mila miliardi di lire di spesa in appalti della Regione siciliana dal 1985 al 1991, né una gestione “ragionieristica”, ma una sorta di “gentleman agreement”, seppur ancorato a regole precise ancorché senza la “volgarità” di riferimenti diretti a singoli appalti e percentuali di spettanza. Nicolosi indica 23 leader politici, che sarebbero stati i grandi collettori dei flussi di denaro per finanziare la politica: il primo nome è il suo. Seguono gli ex ministri Calogero Mannino e Sergio Mattarella, i “colonnelli” di Andreotti a Palermo e a Catania, Salvo Lima e Nino Drago, l’ex sottosegretario messinese Giuseppe Astone, il siracusano Vincenzo Foti. Del Pci cita l’eurodeputato Luigi Colajanni, l’ex presidente dell’ARS Michelangelo Russo, gli ex segretari regionali Adriana Laudani e Angela Bottari, l’ex assessore regionale Gianni Parisi. E poi i socialisti: gli ex ministri Totò Lauricella, Salvo Andò e Nicola Capria, gli ex assessori regionali Filippo Fiorino e Turi Lombardo. Del Pri fa altri tre nomi: l’ex ministro Aristide Gunnella, l’allora sindaco di Catania Enzo Bianco, l’ex parlamentare Salvatore Grillo Morassutti. Infine, ancora tre i socialdemocratici: l’ex ministro Carlo Vizzini, gli ex assessori regionali Pasquale Macaluso ed Enzo Costa.

(15 giugno 2019)

Post scriptum

Quando un sabaudo scende in Sicilia, anche con le migliori intenzioni, si chiami Chevalley o Gian Carlo Caselli, il risultato non cambia. Ma va ancora detto che, come ben arguiva il Principe di Salina, questi nordici che vorrebbero risvegliare i siciliani, in fondo, non portano veri doni a chi si crede perfetto e vuole continuare a coltivare il suo atavico oblio. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Caselli chiede ed ottiene di fare il procuratore capo a Palermo, non tanto per vendicare i colleghi Falcone e Borsellino quanto per istruire il processo alla “prima repubblica” ed in particolare nei confronti di Giulio Andreotti, in parallelo a quanto si svolgeva a Milano con “Mani pulite”, in cui il principale obiettivo era il “lider-maximo” Bettino Craxi. Milano-Palermo come asse per rivoltare l’Italia e consegnare il potere alle sinistre, ancorché per via giudiziaria e financo “antimafiosa”. Come avveniva ai tempi del “Gattopardo”, anche ai tempi nostri il “sabaudo” dovette così fare ritorno nel nord Italia senza aver, in sostanza, ottenuto nulla, ma anzi lasciandosi alle spalle qualche strascico sgradevole, come la annosa polemica sulla mancata perquisizione del “covo” di Totò Riina, subito dopo il suo arresto, concordato o meno che fosse, in esito a quella che si prospetta quale “Trattativa Stato-mafia”, e sulla quale si sta celebrando il processo d’appello dopo le condanne ottenute dal pm Nino Di Matteo in primo grado. Nel frattanto, non era stata certo la sinistra a prendere il potere, ma un certo Silvio Berlusconi, il parvenu della politica che riuscì a catalizzare il consenso popolare e mafioso su di sé.

Tuttavia, Caselli non fa una bella figura al processo d’appello, quando nello scorso novembre viene sentito proprio su questo episodio anomalo della mancata perquisizione dopo l’arresto del “capo dei capi” corleonese. Come mai dovrebbe fare un vero capo, sia esso procuratore della repubblica o al vertice di qualsiasi gruppo di lavoro, Caselli “scarica” la responsabilità sulla polizia giudiziaria, affermando di essersi fidato del capitano “Ultimo” (Sergio De Caprio), che aveva condotto l’operazione di cattura di Totò Riina a Palermo, tradendo nel linguaggio un certo nervosismo: “De Caprio era in quel momento un eroe nazionale, aveva messo le manette al mitico, nel senso negativo del termine, Totò Riina. Ma questa sospensione, questo ritardo subordinato alla sorveglianza del sito che venne interrotta subito senza dirci nulla è una brutta pagina, pessima”. Nel corso dell’audizione, Caselli continua a giustificarsi, affermando che avrebbe ricevuto dall’allora colonnello Mori rassicurazioni sul fatto “che il mancato avviso [della omessa perquisizione] rientrasse nella autonomia decisionale ed operativa della polizia giudiziaria”. Nè, afferma ancora con riferimento a Vito Ciancimino, “mai e poi mai ho voluto conoscere cose riguardanti i confidenti”. Ma Di Caprio non le manda a dire: “Quindi l’eroe nazionale per la lotta al terrorismo, giudice Gian Carlo Caselli, aveva sudditanza psicologica verso il Capitano Ultimo. È questa la vera brutta pagina che emerge oggi. Chi aveva la responsabilità e il dovere di eseguire la perquisizione nel covo di Riina la deve assumere di fronte alla storia”.

(12 gennaio 2020)

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