Brunetta nel Belpaese delle meraviglie

di Salvatore Fiorentino © 2021

Renato Brunetta rappresenta l’esempio tipico dell’uomo di umili origini che mette a frutto il suo ingegno per raggiungere risultati importanti. Da figlio di un venditore ambulante di gondole a Venezia, sino al ruolo, più volte ricoperto, di ministro della Repubblica, il passo non è breve. Al liceo dell’alta borghesia, il Foscarini, le discriminazioni sociali non gli impediscono di essere il primo della classe. Così si laurea a Padova in Scienze politiche ed economiche nel 1973, iniziando la carriera accademica nei corsi di “Teoria e politica dello sviluppo”, “Economia applicata”, “Economia e politica del lavoro”. Nel 1982 consegue (ope legis) il ruolo di professore associato. Dal 1982 al 1990 insegna “Fondamenti di Economia” nel corso di laurea in “Urbanistica” all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Dal 1991 al 1999 insegna “Economia del lavoro” all’Università di Roma “Tor Vergata”, dove ricopre il ruolo di professore ordinario di “Economia politica” sino al 2009.

Negli anni in cui Brunetta si è formato ed ha avuto accesso, in quanto capace e meritevole, ai più alti gradi degli studi ai sensi dell’art. 34 della Costituzione, l’Italia era un Belpaese migliore, sotto il profilo dell’effettività della democrazia, rispetto a quello che è stato nei decenni successivi, ed in particolare oggi. Oggi uno come Brunetta difficilmente riuscirebbe a prendere l’ascensore sociale e persino quello “socialista”. Perché non può neppure negarsi che l’ascesa al successo professionale di Renato Brunetta, al netto delle capacità personali, sia stata determinata dalla sua giovanile adesione al partito del lider-maximo, Bettino Craxi, divenendo consigliere economico nei governi Craxi, Amato e Ciampi. Ma, come si sa, morto un papa se ne fa un altro. E così il nostro ex studente modello di umili origini nel 1999 entra alla corte del Cavaliere, aderendo a Forza Italia, refugium peccatorum di molti “socialisti” rimasti orfani, tra cui quelli che, secondo l’allora comico Beppe Grillo, “rubavano”.

Ma non era il caso del Nostro, non per questo assurto alla ribalta delle cronache, che invece si guadagna a pieno titolo in seguito alla plateale presa di posizione contro i “fannulloni” della pubblica amministrazione, una volta indossateni i panni di ministro nel 2008. Non a caso, porta il suo nome la “riforma” della funzione pubblica, varata con diversi strumenti legislativi tra il 2008 e il 2009, mirata ad incrementare la produttività del pubblico impiego, di per sé obiettivo virtuoso sebbene perseguito tra poche luci e molte ombre. Come quelle dei tagli lineari, del blocco del turn over e del congelamento dei contratti. Scelte che si sono dimostrate alla prova dei fatti come profondamente errate sotto il profilo economico prima ancora che giuridico (la Corte Costituzionale nel 2015 ha dichiarato l’illegittimità del blocco della contrattazione, con conseguente onere per lo Stato di risarcire i lavoratori pubblici, in verità poi ottenuta solo in minima parte, quale beffa dopo il danno).

Se non tutti i “socialisti” rubano, tra cui Renato Brunetta, non tutti i dipendenti pubblici sono “fannulloni”. Diversamente, per ogni “fannullone” c’è qualcun altro che lavora per due, per tre, e che si fa, come si dice, “in quattro”, per fare andare avanti la macchina dell’amministrazione pubblica, spesso ostacolata dall’inutile complicazione delle norme che il “legislatore”, quello consigliato dagli esperti come Brunetta, partorisce, talvolta a scopo persino “semplificatorio”, se non nel sempiterno afflato “innovativo”, che finisce quasi sempre per naufragare agli alti piani delle stanze dei bottoni (vedasi il recente fallimento dell’eccelso ministro Vittorio Colao per il piano “Italia digitale”), mentre non è raro incontrare piccole “oasi felici”, dove volenterosi civil servant si industriano, senza mezzi né risorse, per trovare e applicare soluzioni semplici ma efficaci, che poi sono quelle che consentono alla ruota di continuare a girare, a garantire i servizi per i cittadini, dal basso, con umile intelligenza.

Dote che spesso viene a sfumare in chi perde il contatto con le sue nobili radici popolari e si ammorba l’intelletto, pur spiccato, respirando l’aria venefica dei palazzi del potere. Ecco che dalle finestre di quelle dimore dagli stucchi zecchini e con le vellutate poltrone porpora, in quelle smisurate stanze damascate e dai soffitti inarrivabili, soprattutto se vi si rimette piede dopo tanti anni (e per Brunetta sono dieci) in un inatteso dè jà vu straniante, si rischia di perdere la percezione della realtà, quella del popolo, quella dei lavoratori, quella da amministrare con disciplina e onore, secondo la Costituzione, questa disconosciuta, al fine di non ripetere, diabolicamente, gli stessi errori commessi nel recente passato. Per questo, affermare che c’è più PIL per tutti oggi fa solo sorridere (Cetto La Qualunque a parte), sicché, se persino i vescovi affermano che progresso e sviluppo non sono sinonimi, l’ex e neo ministro della p.a. dovrà aggiornare le sue posizioni in materia di lavoro pubblico ed innovazione digitale.

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