La pandemia del capitalismo totalitario

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’osservazione di ogni fenomeno può avvenire da molteplici punti di vista. A secondo dell’aspetto che si intende mettere in luce se ne sceglierà uno piuttosto che un altro. Pertanto, se si osserva la lotta all’attuale pandemia sotto la lente del capitalismo liberista a cui è informata la “società occidentale”, si comprende come si tratti di una questione che va oltre quella della sanità pubblica, mentre coinvolge profondamente la libertà degli individui. Scontato che in qualsiasi società civile l’interesse generale, ove sia minacciata l’integrità della collettività, deve prevalere su quello dei singoli, non può per contro ammettersi che l’individuo debba essere costretto dalla maggioranza dei consociati ad adottare condotte le cui conseguenze, positive o negative, possano riflettersi soltanto nella sua sfera personale. E se l’obiettivo fosse veramente quello di eradicare il virus a scala planetaria con una rapida vaccinazione di massa, non dovrebbero sussistere i brevetti.

Ecco che se le chiavi per garantire la salute del pianeta sono in possesso di pochi privati, conseguentemente costoro detegono anche le chiavi della libertà dei popoli. Con la “pandemia” vengono così soverchiati, senza muovere un carro armato né sparare un colpo, governi nazionali, federali, autorità comunitarie, dittatori, tiranni e quant’altri ad ogni latitudine del globo, che devono rivolgersi, col cappello in mano, a chi può fornire loro il siero miracoloso, l’antidoto che potrà salvare popoli ed economie dal baratro, ossia ciò che il capitalismo liberista non può ammettere, la recessione del PIL, perché un sistema socio-economico basato sulla produzione crescente non può sopravvivere a lungo ad una stasi o a una decrescita, e per farlo inizia a scaricare gli effetti della crisi sulle fasce più deboli della popolazione, avviando i licenziamenti di massa, riducendo sino ad annullare ogni forma di sussidio pubblico ai più bisognosi, lasciandoli precipitare nella povertà assoluta.

Ed ecco che la questione dei vaccini diventa una questione “geo-politica” globale che apre le porte ad una nuova e quanto mai perniciosa variante del capitalismo che muta per non scomparire: il “capitalismo totalitario”, ossia quello anti-democratico, che pone l’essere umano come numero da asservire alla causa, come cavia o carne da macello che dir si voglia, da consumare a qualunque costo quale alimento necessario per sostenere il sistema. Ed è ora un capitalismo che non può più attendere i tempi medio-lunghi delle tecniche della persuasione pubblicitaria, mentre ha impellente esigenza di imporre le decisioni con provvedimenti prima ricattatori e poi coercitivi, non esitando a mostrare la faccia feroce e autoritaria, essendo caduta la maschera delle moral suasion veicolate per mezzo di testimonial anche istituzionali e persino religiosi, oltre che dei beniamini del grande pubblico, tra giullari di corte, esperti prezzolati e giornalisti mercenari.

A conforto della tesi secondo cui il vero obiettivo non sia quello di neutralizzare il virus depone anche il fatto che poco o niente si è investito per ricercare le cure (anzi è sembrato che chi si sia autonomamente adoperato su questo versante sia stato boicottato e comunque ostacolato), concentrando le enormi risorse messe a disposizione dagli stati più ricchi sul versante del vaccino, ma alla fine ottenendo risultati non certo soddisfacenti, se dopo aver raggiunto percentuali elevatissime di copertura vaccinale (oltre il 70%) nei paesi più avanzati il virus continua ad infettare senza fare distinzioni tra vaccinati e non, richiedendo l’inoculazione della fatidica “terza dose” (ma sarà l’ultima?). Se avessero ragione quegli esperti, autorevoli ma derisi e delegittimati, che sostengono che per certi ceppi virali l’antidoto universale è una irraggiungibile chimera e che quindi occorre puntare sullo sviluppo delle terapie tempestive e radicali, il fallimento sarebbe conclamato.

Ma per poter apprestare cure tempestive e radicali occorrono infrastrutture sanitarie che il capitalismo liberista ha smantellato negli ultimi decenni, in Italia per lo più sotto la guida di governi di “centro-sinistra”, ossia quelli sulla carta più vicini ai principi della social-democrazia, che dovrebbero essere i più sensibili ai bisogni delle fasce deboli della popolazione e a garantire l’effettiva tutela dei diritti fondamentali, quali la salute e il lavoro. E, non a caso, sono oggi proprio le forze “democratiche” e “liberali” (da LeU al PD, sino a FI e centristi vari), quelle stesse che furono responsabili dello smantellamento della sanità pubblica, a sostenere un inutile quanto irragionevole obbligo del “green pass”, dato che l’unica misura certa per arginare la pandemia ai fini della tutela degli interessi della collettività è una campagna diffusa e capillare di tamponi e tracciamenti. Misura oggi sostenuta (coincidentia oppositorum) dalla sinistra extraparlamentare e dagli ex fascisti.

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