Green crash

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che la prima notizia data dei telegiornali del servizio pubblico sia quella delle “Frecce Tricolori” che volteggiano al cospetto di un Mattarella gongolante con tanto di cappellino sportivo fa pensare a due cose, alternativamente: che non vi siano notizie più importanti nonostante l’emergenza pandemica e la crisi socio-economica che ha visto licenziamenti di massa e chiusura di migliaia di attività imprenditoriali, e che quindi tutto proceda per il meglio nel Belpaese delle meraviglie; oppure che sia quanto mai attiva la propaganda di regime, sulla scia della abusata retorica dei successi sportivi, calcistici, olimpici e paralimpici, degli “azzurri”. Eppure non è tutto tricolore quello che luccica, in questa Repubblica in cui la sovranità non appartiene più al popolo, che non è più fondata sul lavoro ma sul “green pass”, in cui i cittadini non sono eguali di fronte alla legge se privi di vaccinazione (facoltativa), in cui la retribuzione è sospesa senza il “certificato verde”, il cui costo grava però sui lavoratori.

E’ una Repubblica in cui non vige più il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, tranne nei casi in cui sia conforme a quello del governo e del capo dello Stato. Altrimenti si violano i doveri morali, si tradisce la “patria”, ci si comporta da cittadini di rango deteriore. Da additare, da discriminare, se possibile da confinare e magari restringere in quarantena. Però ci sono le “Frecce Tricolori”, ci sono gli ori olimpici e paralimpici, c’è la coppa d’Europa a salvare l’onore e le sorti della Repubblica, c’è il 74% dei cittadini modello, adulti e vaccinati, che sfilano disciplinati in rassegna sotto l’occhio compiaciuto del Generale Figliuolo che gira in tuta mimetica, nonostante non ne sia consentito l’utilizzo in contesti civili. Ma gli esperti della propaganda ne consigliano l’uso, perché buca il video e tiene alta la tensione (pardon, l’attenzione). Chissà se l’Esercito abbia poi accolto l’invito del “giornalista” Maurizio Costanzo, noto piduista, che aveva esortato i militari a scovare chi non si era ancora “punciuto”.

L’Italia è un caso unico al mondo, per aver imposto l’obbligo del “green pass” in modo così esteso e generalizzato. Tanto è vero che la notizia è balzata all’evidenza della stampa internazionale. E se il “Wall Street Journal” (non la Pravda), pur favorevole alla campagna di vaccinazione, parla di “atto di forza politica bruta” e di “inutile accanimento”, sarà pure legittimo avanzare qualche dubbio sulla bontà delle decisioni adottate dal governo Draghi con l’avallo di Mattarella? Più prosaicamete: come dare torto alla “borgatara” Meloni quando osserva che, visto che siamo gli unici ad aver adottato un siffatto provvedimento in Europa, o tutti gli altri sono degli sprovveduti (difficile) oppure noi abbiamo un problema (probabile)? I cittadini italiani hanno osservato le restrizioni più dure, come il lockdown imposto nella prima fase della pandemia, ed è giusto che a mali estremi siano opposti estremi rimedi, sempre che questi ultimi siano utili quanto meno a ridurre i danni.

Ma nel caso del “super green pass” la ratio di un provvedimento così pesante non è chiara a prima vista, mentre lo è persino troppo se la si legge in controluce. Perché si dà il caso che – per irresistibile impulso a pavoneggiarsi o chissà per quale altro recondito meccanismo mentale – anche alcuni esponenti del governo non nascondono che la misura in discussione non serve di per sé a garantire la sicurezza dei luoghi frequentati dai cittadini, siano luoghi di lavoro o ricreativi, mentre è uno “strumento” per “costringere” chi non si è ancora vaccinato a farlo. Draghi, interrogato sul punto, aveva riferito che l’obbligo vaccinale sembrava una misura eccessivamente impositiva. Ergo si agisce in modo surrettizio, secondo il tipico bizantinismo all’italiana, altro che furbetti del cartellino e fannulloni di brunettiana memoria. Qui si è così inaugurata, al tempo del governo dei “migliori”, la decretazione d’urgenza per causa simulata, ossia, per dirla secondo il lessico della Meloni, “parlare a nora perché socera intenda”.

Senza dover entrare nelle diatribe mediche e paramediche che hanno visto i 60 milioni di commissari tecnici della nazionale di calcio convertirsi in altrettanti virologi, immunologi e infettivologi, si può osservare, secondo la logica elementare, che se il governo non ha ritenuto di imporre l’obbligo vaccinale in modo espresso, allo stesso modo non avrebbe dovuto introdurlo in modo indiretto, con l’adozione del “super green pass”. E’ in questo preciso punto critico che casca rovinosamente l’asino. Perché mai un lavoratore si dovrebbe sottoporre ad un supplizio a pagamento (un tampone rinofaringeo, e quindi invasivo) ogni 48 ore se non ritiene di vaccinarsi? Per garantire la sicurezza del luogo di lavoro, si dice. Ma se oltre il 70% degli italiani è vaccinato e quindi ha diritto al “green pass” senza effettuare alcun tampone, quale sicurezza si potrà mai garantire se meno del 30% effettuerà il tampone, considerato che è assodato che anche i vaccinati si infettano ed infettano?

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