Piazzale Ungheria

di Salvatore Fiorentino © 2021

Due magistrati milanesi, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, nel corso dell’indagine sull’assassinio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore delle banche di Michele Sindona, inviano la Guardia di Finanza presso i recapiti riconducibili a Licio Gelli. I militari, recatisi nella mattina del 17 marzo del 1981 presso un’azienda del gruppo “Lebole” a Castiglion Fibocchi (Arezzo), rinvengono una lista di 962 nomi relativa agli affiliati (una parte) della famigerata “Loggia Propaganda 2”, cosiddetta “P2”. Sono presenti ben 208 nomi di alti vertici militari e dei servizi segreti, 11 questori, 5 prefetti, 44 parlamentari, 2 ministri, banchieri (tra cui Sindona e Calvi), imprenditori, professionisti, magistrati e giornalisti. Vi sono nomi molto noti come Silvio Berlusconi, Maurizio Costanzo, Luigi Bisignani, Fabrizio Cicchitto, Vittorio Emanuele di Savoia. E ve ne è uno meno noto, ma importante, Giancarlo Elia Valori, che ritroviamo oggi ai vertici della “loggia Ungheria”.

Così, a quarant’anni dal rinvenimento delle liste della “P2”, esplode il caso di una “entità”, cosiddetta “loggia Ungheria”, che sarebbe un’associazione segreta finalizzata al condizionamento dell’esito di processi giudiziari e nomine apicali di magistrati, come quelle dei capi delle procure della Repubblica piu importanti, Roma e Milano, in quanto aventi giurisdizione sui centri di potere fondamentali, politico ed economico-finanziario, del paese. Sicché non pare un caso che gli scandali “Palamara” e “Amara” originino rispettivamente dalle manovre per la nomina del successore di Pignatone a capo della procura romana e dalle vicende che ruotano attorno al controverso processo milanese “ENI Nigeria”. Se non vi è dubbio che sia Palamara che Amara abbiano rivelato fatti che possono ritenersi verosimili se non veri, non può tuttavia non considerarsi come questi personaggi sui generis, una volta messi fuori gioco, stiano agendo in modo se non altro ambiguo.

Il rapporto tra politica e magistratura è stato sempre estremamente delicato, e ottenere un bilanciamento tra questi poteri, che devono rimanere separati in uno stato di diritto, non è possibile che soltanto mediante gli strumenti ordinamentali. Se da un lato non è accettabile che la politica si ritenga legibus soluta, dall’altro non è neppure ammissibile che il potere giudiziario sia attraversato da guerre intestine condotte per fazioni che mirino alla supremazia l’una contro l’altra, allo scopo ultimo non di amministrare giustizia in nome del popolo sovrano, ma di occupare, manu militari, i posti di vertice nelle varie sedi. Nella migliore delle ipotesi si assiste ad uno scontro di visioni differenti del modo di interpretare la giurisdizione, che vengono semplificate nella vulgata con i termini di “giustizialismo” e “garantismo”. La magistratura cosiddetta di “sinistra” sposerebbe la prima, mentre quella di “centro-destra” la seconda. Ed è questa l’origine della degenerazione.

La magistratura non deve avere “visioni”, perché ciò comporta la sua “politicizzazione”, ossia il deragliamento dai binari che le sono propri, con la conseguenza di offrire una formidabile causale di copertura a tutti quei magistrati che siano animati da patologica brama di carriera, sino al punto di promettere “disponibilità” a quel dante causa – sia esso un magistrato, un politico o un potente imprenditore – che possa assicurare loro la “promozione” tramite la sua rete di relazioni più o meno consentite. Per questo, loggia o non loggia, conta la sostanza, e la sostanza dei fatti oggettivi che sono emersi “grazie” agli scandali “Palamara” e “Amara” non può che condurre ad una sola conclusione, se si vuole ristabilire il funzionamento dei poteri dello Stato a garanzia dei cittadini e non di questa o di quella consorteria, di questo o di quel centro di interessi, leciti o meno che siano. Conclusione che non è più rinviabile, se non si vuole che l’autodistruzione si completi.

Le “correnti” nella magistratura devono essere dichiarate illegali, in quanto palese violazione dei doveri fondamentali del magistrato, ossia l’indipendenza e l’autonomia da ogni centro di interferenza, a maggior ragione se endogeno. Non può esistere, nell’alveo della legalità, che la nomina di un magistrato in un qualsiasi ruolo deciso dal C.S.M. debba essere l’esito non già di criteri prestabiliti ed oggettivi, ma di trattative “politiche” basate sul criterio della “appartenenza”, che finiscono presto per degenerare in scontri tra fazioni anche senza l’esclusione di colpi bassi, sino al punto da rendere non più una mera iperbole la profezia dell’ex presidente della Repubblica Cossiga secondo cui i magistrati sarebbero arrivati al punto “da arrestarsi tra loro”, ossia il piazzale Loreto (oggi Ungheria) dell’ordine giudiziario. A quel punto la politica ne farà un sol boccone, con una riforma che le calzerà il guinzaglio una volta per tutte. E i veri sconfitti a tal punto non saranno i magistrati, ma i cittadini.

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