I satrapi dell’eudemocrazia

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ ben noto che con il termine “eugenetica” si intenda tutto quell’insieme di teorie e pratiche finalizzate al “miglioramento” della qualità (genetica) di una data popolazione umana. Mutatis mutandis, con il termine di “eudemocrazia” si può ancora designare la medesima finalità di “miglioramento” applicata alla qualità della “democrazia” con cui è governato un dato popolo. Del resto, l’Occidente a trazione anglo-americana, ritenendosi il detentore a livello globale della “democrazia”, ha preteso di esportarla con la forza in quei paesi in cui ravvisava interessi economici, proseguendo nel solco della politica imperialista e coloniale, salvo poi, come si è recentemente dimostrato nel caso dell’Afghanistan, doversi ritirare frettolosamente senza aver raggiunto l’obiettivo dichiarato, peggiorando la condizione di quei popoli che si erano illusi che lo Zio Sam li avrebbe salvati e liberati dall’oppressore di turno, mentre era lì solo per tutelare i propri affari nell’esplosiva area mediorientale.

Che poi tra “Eurodemocrazia” ed “eudemocrazia” sussista una stretta assonanza non è un caso, dato che è in corso un evidente tentativo di “migliorare” geneticamente la “democrazia” in Europa, per questo essendo stato prescelto, come banco di prova, uno dei paesi dell’Eurozona come l’Italia, abbastanza evoluto sotto il profilo socio-economico per poter eseguire un test dai risultati validi e applicabili anche in altri contesti, ma sufficientemente debole sotto il profilo politico per potergli imporre questo ruolo di “cavia”, tenuto conto della trasversale propensione del popolo italiano verso l’acclamazione e la sudditanza nei confronti dell’ “uomo forte” a cui affidare un ruolo salvifico, identificabile l’altro ieri in Benito Mussolini, ieri in Silvio Berlusconi, oggi in Mario Draghi. Al quale ultimo è concesso, tra gli squilli di tromba dei media al soldo dei principali gruppi industriali e finanziari ed i silenzi timorosi della sparuta minoranza di tutti gli altri, di governare ad libitum.

Il presupposto per i “pieni poteri” esercitati da Draghi è quello che poggia sulla ritenuta competenza über alles dell’ex presidente della BCE. Ergo, se Draghi prende una decisione vuol dire che è quella giusta, mentre chi lo dovesse criticare è nella migliore delle ipotesi un incapace ed ignorante che non merita replica alcuna. Di conseguenza, nessuna forza politica, nessun esponente della grande coalizione (sarebbe meglio dire “coazione”) che gli assicura la fiducia a scatola chiusa in parlamento, può permettersi di alzare il dito per chiedere la parola ed esprimere una opinione che non sia conforme a quella del premier. Premier che trae la sua legittimazione direttamente dalla scelta del capo dello Stato, il quale lo ha considerato l’unica personalità idonea a governare l’Italia nelle condizioni eccezionali della pandemia del SARS-CoV-2 che, secondo l’inquilino del Quirinale, non consentiva lo scioglimento delle Camere per condurre il paese ad elezioni anticipate.

Sicché Draghi deve rendere conto non ai cittadini, ma a quei “poteri forti” che lo hanno investito del ruolo di dux della transizione democratica verso una dimensione dove la politica sia servente e subordinata alla “tecnocrazia”, dovendosi limitare la prima a celebrare i riti elettorali, compresa la processione degli aventi titolo alle urne, per poi conferirne gli esiti nella fucina del deus ex machina dove tutto si riduce allo stato di plasma primordiale, forgiando infine ciò che il dux (e deus) riterrà più conveniente per i suoi danti causa, ossia quell’agglomerato di grande impresa e finanza sideralmente alieno dalla sovranità popolare, dalla giustizia sociale, dalla libertà degli individui, dall’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, dalla rimozione delle discriminazioni di ogni sorta, dall’inclusione degli ultimi e degli emarginati. Ed è il paradigma “tecnocratico”, ossia “eudemocratico”, il trait d’union tra Draghi e la sinistra che esprime quale ministro della salute un esponente della “Fabian Society” [*].

Ecco che scatta la corsa a dimostrarsi all’altezza di questa prospettiva “eudemocratica” anche da parte di figure di media o scarsa rilevanza, come il ministro della pubblica amministrazione, il recidivo Renato Brunetta, che non potendo più contare sul peso di Berlusconi e Forza Italia, da inguaribile ambizioso, scommette il suo futuro nelle istituzioni (sognando un ruolo da premier, che gli spetterebbe transitoriamente per legge, in qualità di ministro più anziano d’età, se Draghi fosse traslocato al Quirinale) accreditandosi scompostamente come il più realista del re, senza però avere cura di celare o quanto meno dissimulare il suo storico animus vessatorio nei confronti dei lavoratori, sia pubblici che privati, additando come “opportunista” chi abbia scelto di non vaccinarsi, da “sanzionare” con un “costo psichico” e un “costo monetario” attraverso l’obbligo del tampone (il “cotton-fioc lungo da infilare nel naso sino al cervello”) ogni 48 ore, pena la sospensione dallo stipendio.

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