Nazindustria

di Salvatore Fiorentino © 2021

Leggiamo che Confindustria è la principale organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia: si propone dal 1910 di contribuire, insieme alle istituzioni politiche e alle organizzazioni economiche, sociali e culturali alla crescita economica e al progresso sociale del Paese. L’emblema che ne rispecchia l’identità, coniato nel 1923, rappresenta un’aquila, simbolo di forza ed indipendenza, sovrastante la ruota dentata, segno rappresentativo delle fabbriche. Nel 1925 al marchio viene aggiunto il fascio littorio e la denominazione diviene “Confederazione Generale Fascista dell’Industria Italiana”. Caduto il fascismo cade anche il fascio littorio nel marchio, l’aquila viene accentuata rispetto alla ruota dentata e la denominazione modificata in “Confederazione Generale dell’Industria Italiana”. Nel 2003 col restyling del marchio vengono rimossi gli artigli dell’aquila, già ridimensionati nel 1983, resa più stilizzata e leggera così come la ruota dentata.

Leggiamo, inoltre, che il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, al secolo “Partito Nazista”, guidato da Adolf Hitler, prese il potere nel 1933 dopo la Repubblica di Weimar e realizzò un governo totalitario di estrema destra dalle forti connotazioni nazionalistiche, militaristiche e revansciste, antisemitiche e di superiorità razziale, fortemente espansionista in termini di politica estera, in particolare verso i territori dell’Est europeo abitato da popolazioni slave. Il Partito Nazista fu l’unico partito legalmente autorizzato della Germania dal luglio del 1933 sino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945, quando venne dichiarato illegale ed i suoi capi arrestati e condannati per crimini di guerra e contro l’umanità al processo di Norimberga. L’emblema del Partito Nazista era un’aquila che sormontava un cerchio nel quale era inscritta la famigerata svastica, simbolo antico che risale alla preistoria e che viene associato alla purezza ariana.

Se si confrontano gli emblemi di Confindustria e del Partito Nazista si riscontra una inquietante similitudine. In entrambi i casi si tratta di un’aquila che sormonta un cerchio, con l’unica differenza che l’aquila degli industriali ha le ali a riposo mentre quella nazista le mostra distese, oltre al dettaglio che il cerchio su cui poggia l’aquila è una ruota dentata nel primo caso e una svastica nel secondo, ancorché si tratti di segni equivalenti non solo geometricamente, ma anche semanticamente, dato che entrambi rimandano al concetto di produzione, prosperità, buoni auspici. E dio sa quale prosperità ha portato il Partito Nazista all’umanità. Ovviamente, non si può fare, come in ogni cosa, di tutta l’erba un “fascio”, sicché esistono fior di industriali italiani come Adriano Olivetti, anche se, osservando il panorama dal dopoguerra ad oggi, costoro sembrano relegati al ruolo delle classiche “mosche bianche”, essendo ben altra la specie più adatta in termini darwiniani (e per certi versi nazisti).

Se si pensa agli industriali italiani appaiono subito alla mente famiglie, talvolta decadute, come gli Agnelli, i Falk, i Ferruzzi, i Pirelli, i Ferrero, i Benetton, i Caltagirone, i De Benedetti, i Berlusconi (nome assorbito dalle cronache politiche, ormai), i Del Vecchio, i Garrone, i Merloni, i Marcegaglia, i Moratti, i Barilla e tanti altri più o meno noti al grande pubblico. Tra gli illustri sconosciuti ai più c’è l’attuale presidente dell’associazione degli industriali, tale Carlo Bonomi. A sentire questo nome, la prima reazione sarebbe quella di esclamare, manzonianamente, ma chi è costui? Basti dire che ha iniziato a praticare come commercialista e ha fatto esperienza in una multinazionale farmaceutica prima di rilevare la prima impresa. Pare che sia un esperto di “scatole cinesi”, dato che con un capitale risibile riesce a controllare società nel campo biomedicale anche se di modesta dimensione. Ha sposato la dottrina in voga: chiedere assistenza allo stato quando serve per poi sputare l’osso nel piatto.

E’ il modello adottato dagli Agnelli (le cui fortune scaturiscono con la produzione di armi nel periodo del nazifascismo), dai Ferrero e tanti altri “imprenditori” italiani, che introitano contributi pubblici in Italia per poi mungere dividendi tra Olanda e Lussemburgo per miliardi di euro, risorse che vengono drenate dal “sistema Italia” per non favi più ritorno, il che si traduce in termini di progressiva emorragia di posti di lavoro. Poi non sorprenda che ogni tanto saltino fuori depositi in lingotti d’oro e denaro presso banche dei paradisi fiscali. Ora questo tale Bonomi, evidentemente una testa di legno sotto il comando dei veri “padroni”, continua a martellare pubblicamente la politica affinché di fatto rinunci al proprio ruolo, per contro esaltando il modello di governo, autoritario e privo di legittimazione popolare, attuato dall’ex banchiere centrale europeo Mario Draghi, il quale ignora la sovranità popolare e dichiara impudentemente di “tirare dritto” per la sua strada. Un’aquila.

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