La società familistico-amorale

di Salvatore Fiorentino © 2021

Si può partire dall’assunto, difficilmente controvertibile, che non siano le buone leggi a produrre una società civile, ma viceversa. E se ciò vale in generale, un discorso a parte si impone per le comunità di piccola dimensione, dato che sotto una certa soglia, laddove vige un ferreo mutuo controllo sociale, entrano in gioco meccanismi che, seppur riconducibili a tempi passati, sembrano tuttavia talvolta sopravvivere sino ad oggi. In tal senso, tra le più eleganti e rispondenti formulazioni sociologiche, la teoria di Banfield sul cosidetto “familismo amorale”, come è stato da altri osservato, nella specificità della Sicilia può estendersi oltre il paradigma della famiglia nucleare, costituita da genitori e figli, per includere fratelli, cugini e ad affini acquisiti con altro cognome, più altri acquisiti non imparentati, cooptati nella famiglia per comunione di interessi e fedeltà, il che per converso talvolta comporta l’estromissione di elementi o settori di consanguinei sgraditi e quindi da ignorare o addirittura da avversare.

Del resto, si è altrove osservato come tale teoria trovi sorprendente rispondenza anche in ambiti assai distanti da quelli di studio, come ad esempio alcune comunità accademiche, laddove non a caso il familismo è giunto alla ribalta delle cronache con l’impietosa locuzione di “parentopoli”. Dal canto suo Banfield, basandosi sulla convinzione di Tocqueville, secondo il quale la scienza dell’associarsi è la madre di tutti gli altri progressi, giunge ad ipotizzare che certe comunità manterrebbero un’anacronistica condizione di arretratezza essenzialmente per ragioni, per così dire, “culturali”. Il loro retaggio, radicato e consolidato da fattori, anche geoambientali, di isolamento e di chiusura, in specie laddove la diffusione della subcultura mafiosa ha gravato un peso rilevante, presenterebbe una concezione estremizzata dei legami familiari tale da compromettere la capacità di associarsi e di perseguire l’interesse collettivo oltre il cerchio di questo familismo ancorché allargato.

Gli individui sembrerebbero così agire secondo la regola della massimizzazione dei vantaggi materiali di breve termine esclusivamente nell’utilità del proprio gruppo di appartenenza, nella convinzione che tutti gli altri si comportino allo stesso modo, peraltro ignorando e persino disdicendo il perseguimento di obiettivi ideali, in quanto considerati non produttivi, nell’immediato, di ricadute economiche concrete e apprezzabili. E, per incidens, una plastica raffigurazione di questo “utilitarismo” spiccio ed introverso è rivelata dall’urbanistica degli insediamenti di siffatte comunità – una volta ricordato che la città costruita (l’urbs) è rispecchiamento tanto della città degli uomini (la civitas) quanto della forma associativa (la polis) – laddove nessuna indulgenza è concessa alla cura dello spazio pubblico, persistendo in particolare una sorta di avversione per il verde e per tutto ciò che appare improduttivo, contrariamente a quanto invece accade per le risorse dedicate allo spazio privato.

Sarebbe dunque questa particolare “etica”, radicata e perseguita con convinzione in quanto in animo sentita come “giusta” e “corretta”, dei rapporti sociali la causa del protrarsi dell’arretratezza anche laddove sussistano le condizioni per un suo superamento. Da cui la definizione di “familismo amorale”: amorale in quanto mirato a perseguire esclusivamente l’interesse materiale del gruppo ristretto, con pregiudizio della formazione di una coscienza civica collettiva e, quindi, del perseguimento di interessi superiori a quelli materiali e particolari, il che poi si riflette negativamente su tutti gli abitanti, non già “cittadini” in quanto per ciò preclusi a completare il percorso di maturazione di tale status, così ritrovandosi spesso, in un’ottica in tal modo aberrata, a scambiare il favore per il diritto, a fraintendere l’educazione per debolezza, a travisare la prepotenza per forza, finendo per affidarsi ad improbabili duces. Nonché a rassegnarsi nel convincimento che nulla potrà mai cambiare.

Ed è un sistema al quale, parafrasando una emblematica frase di Giuseppe Fava nel documentario “Siciliani” (1980), ci si può ribellare solo emigrando. Chi rimane in patria è destinato a soggiacere alla legge del più forte, ovvero a diventare egli stesso il più forte, in una competizione che diventa malata e che come tale produce frutti avvelenati dal risentimento covato, dall’invidia malcelata. Ed è ancora stato osservato come il “familismo amorale”, nel meridione e soprattutto in Sicilia, non impedisca, anzi serva ad accentuare, l’accumulo e l’accrescimento di ingenti patrimoni concentrati nella disponibilità di pochi a scapito della maggior parte della popolazione, e talvolta slittando sino a confondersi con il “familismo mafioso”, dato che, come annotava Rodolfo Loffredo (“Un samizdat per raccontare Palermo“, Catania, 1995), “[…] al di là dei grandi fatti di mafia l’amoralità mafiosa o paramafiosa si esprime nel quotidiano, nel sentire e giudicare come nel rapportarsi con gli altri […]”.

Banfield ha successivamente tratto dalla sua teoria alcune implicazioni, tra cui le seguenti: 1) nessuno perseguirà l’interesse comune, salvo quando ne trarrà un vantaggio proprio; 2) chiunque, persona o istituzione, affermerà di agire nell’interesse pubblico sarà ritenuto un truffatore; 3) il pubblico ufficiale tenderà a farsi corrompere, e se anche non lo farà sarà comunque ritenuto corrotto; 4) la legge sarà trasgredita ogni qual volta sembrerà possibile evitarne le conseguenze; 5) il debole vedrà con favore un regime autoritario che mantenga l’ordine con mano ferma; 6) non vi saranno né leader né seguaci, poiché nessuno sarà interessato a sostenere l’impresa, tranne se motivato da interesse personale; 7) il voto verrà usato per assicurarsi vantaggi materiali di breve termine, oppure per punire coloro da cui ci si sente lesi nei propri interessi, anche se hanno agito per favorire l’interesse pubblico; 8) gli iscritti ai partiti tenderanno a rivendersi a partiti più favoriti, determinando l’instabilità politica.

In questo quadro, l’abitante medio sarà indotto a massimizzare le energie per salvare la propria famiglia nucleare da un contesto che gli si presenta ostile e precario, con da un lato la natura incontrollabile che rischia di annullare ogni sforzo del lavoro agricolo a causa delle continue calamità, dall’altro gli estranei al gruppo familistico, seppur compaesani, nei cui confronti la competizione, in assenza di alcuna propensione ad associarsi, diviene lotta spesso impari ed aspra, sicché costoro finiscono presto per apparire come potenziali nemici da cui poter solo diffidare. E se tra questi vi è chi, per posizione dominante acquisita, può offrire aiuto a chi invece versa in serie condizioni di difficoltà, non viene a mobilitarsi quella sana solidarietà collettiva che sarebbe opportuna nell’interesse generale, mentre viene adombrato il più odioso dei ricatti, quello dell’usura o della sottomissione, catene da cui il bisognoso sa che non si libererà mai, e semmai a carissimo prezzo.

Ecco che allora vi sono così belle e pronte le condizioni per il germinare di tutto un florilegio di sentimenti antisociali, quali l’invidia, l’odio, la vendetta o la disperazione, stati comportamentali che conducono alla stagnazione se non al peggioramento delle condizioni di arretratezza, per contro alimentata dai pochi che da essa continuano a trarre aggio, a ciò unendosi l’esempio diseducativo per i giovani, ai quali questo humus asfittico rischia di contagiare l’idea malsana che ogni potere sia capriccioso, ossia inoculare il virus del fatalismo sociale, fonte di atteggiamenti omertosi e financo paramafiosi, dove il prepotente viene visto come esempio da imitare. Sicché, ma forse non del tutto, solo di fronte ai lutti e alle disgrazie, nonché alla venerazione dei santi, si riesce a trovare, nelle comunità ancora affette dal questo atavico familismo amorale, un fondo di generale autentica fratellanza, il che quindi prescinde dall’appartenenza all’insediamento locale, nelle tre declinazioni di urbs, civitas e polis.

Posto, dunque, che il familismo amorale pregiudica ogni possibilità di reale e duraturo sviluppo per una comunità, rilevato che tale pregiudizio implica l’impossibilità o la estrema difficoltà di maturazione dei processi formativi tanto dell’urbs (la città costruita) quanto della civitas (la città dei cittadini) che della polis (la città istituzione), chi sia chiamato a cimentarsi con un siffatto nodo gordiano dovrà necessariamente governare un processo di discontinuità, più o meno graduale, mirato innanzi tutto a ribaltare le principali conseguenze, come sopra esemplificativamente elencate, già generate da questa particolare forma di familismo. Dovrà, innanzi tutto, indirizzare ogni azione verso l’interesse comune a prescindere dai confliggenti interessi particolari, vincendo quindi le inevitabili resistenze al cambiamento, che potranno manifestarsi sino agli estremi della delegittimazione e della minaccia, soprattutto da parte di chi dall’arretratezza ha tratto manifesti vantaggi personali.

Ciò consentirà di restituire credibilità, sempre a condizione che si sia selezionata la classe dirigente in modo imparziale e non per cooptazione, agli organi pubblici chiamati ad applicare le regole con altrettanta imparzialità oltre che con l’adozione di ogni strumento utile alla partecipazione degli abitanti al processo di rinnovamento, i quali dovranno essere rieducati a non perseguire le scorciatoie e gli espendienti, ma la via maestra. Da un accentuato rigore professionale dei funzionari pubblici ne scaturirà, necessariamente, una selezione meritocratica tra i professionisti esercenti servizi al cittadino, sicché un regime di effettiva concorrenza stimolerà l’accrescimento della qualità e dell’economicità delle prestazioni, piuttosto che le tendenze speculative tipiche di un regime caratterizzato da posizioni dominanti. Con la conseguenza che i comportamenti non solo corretti ma persino virtuosi saranno indotti non tanto dal timore di una possibile sanzione quanto dal rilievo restituito al decoro professionale.

Sicché alla angusta concezione basata sulla speculazione e sul profitto immediato potrà sostituirsi una visione di più ampio respiro, volta alla tutela e alla valorizzazione degli interessi diffusi e dei beni comuni. In questo rinnovato quadro, la politica (la polis) sarà necessariamente indirizzata a raccogliere il consenso non più mediante un’affannosa rincorsa del soddisfacimento di esigenze particolari, per definizione incoerenti, di breve termine e portanti in sé il germe della deriva clientelare e della conseguente ingiusta discriminazione a danno dei cittadini (la civitas), ma dal progressivo miglioramento strutturale delle condizioni dell’urbs (la città costruita), e tanto nelle sue componenti materiali (edifici, strade, piazze ed infrastrutture in genere) quanto nelle sue componenti immateriali (servizi, attività, eventi, etc.), rafforzando l’idea di appartenenza ad una comunità impegnata a migliorarsi, con una predisposizione alla crescita collaborativa piuttosto che alla egoistica competizione.

Ogni attore pubblico dovrà contribuire all’applicazione di regole che siano percepite come chiare e condivise, ferme ma giuste, eque ed effettivamente eguali per tutti, sicché esse saranno rispettate, in una maturata coscienza civica, da colui che inizia ad essere a pieno titolo “cittadino”, più per intimo convincimento che per mero timore dell’autorità costituita, quest’ultima vista altrimenti come oppressiva e vessatoria, con l’ingenerazione della sfiducia verso le istituzioni e il rischio concreto che queste siano sostituite di fatto da altre organizzazioni non legittimate e persino criminali. Ed infine, ma non ultimo, il processo di ritrovamento della coscienza civica, attraverso gli apporti dei soggetti pubblici e privati concorrenti alla vita associata, comporterà anche la riduzione del trasformismo politico, causa di instabilità amministrativa, sicché urbs, civitas e polis convergano per la costruzione di una comunità consapevole della necessità del superamento della fase, primordiale, del “familismo amorale”.

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