Monarchia Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Nel celeberrimo (ed insuperato) libro (non è possibile definirlo romanzo o altro) di Tomasi di Lampedusa (l’unico che scrisse), nel brano in cui si raffigura (con l’ironia amara che solo un aristocratico nell’animo e non nei paramenti può concepire) il trapasso verso l’unità d’Italia, tra la leggiadria della bandiera bianca campeggiante lo stemma reale e l’inverecondia di un trittico malassortito di colori, risalta la descrizione dello stupore di Ciccio Tumeo, fedele compagno di caccia del Principe di Salina, che a quest’ultimo confidava di aver votato per l’antico regime nel plebiscito vinto dal nuovo potere (ma non spiegandosi dove fosse finito il suo voto, visto che dallo spoglio non venne fuori), questione sulla quale anche gli storici sembrano aver dimenticato il più che adombrato sospetto di decisivi e grossolani brogli che deviarono le sorti del meridione e dell’intero paese. Ma si sa, la storia la scrivono i vincitori.

Si può discutere quanto si vuole sulla inopportunità della monarchia in tempi moderni (alimento perpetuo del gossip internazionale, ed anche condanna senza appello all’infelicità per coloro che non possiedono la stoffa per reggerne le sorti), ma nessuno potrà mai dubitare che sia inammissibile e financo grottesca una repubblica che finisca per assomigliare ad una monarchia, persino scimmiottandone i riti, le movenze, i costumi. In Italia, con la repubblica, al re succedette una nuova figura: il presidente. I Padri costituenti vollero che fosse un cittadino qualunque, proprio per segnare una netta cesura col passato aristocratico: unico requisito aver spento le cinquanta candeline, quale presumibile segno di maturità, ovviamente oltre ad essere cittadino italiano in possesso dei diritti politici e civili. E si volle che questo comune cittadino abitasse le inarrivabili dimore del re.

Ma coloro che interpretarono appieno, tanto nella sostanza quanto nella forma, la repubblica, pur da presidenti, non vollero mai abitare al Quirinale, nel palazzo eretto sul sommo colle di Roma, luogo senza tempo del potere, dove risiedeva l’autorità della Roma arcaica ed imperiale, poi quella al tempo dei papi e dei re d’Italia, senza che si possa trovare al mondo una sede di maggior prestigio, al confronto impallidendo la Casa Bianca a Washington, il Cremlino a Mosca, la Città Proibita a Pechino e Buckingham Palace a Londra. Così, il primo presidente della repubblica provvisorio (De Nicola) non volle abitare il palazzo che era stato di Vittorio Emanuele III. Altri presidenti manifestarono resistenze, ma coloro che si rifiutarono categoricamente furono Pertini e Cossiga. Altri, come Ciampi e Napolitano, vi abitarono con le famiglie. Mattarella, ancora in carica, ad oggi vi abita.

E’ con il settennato di Napolitano, primo presidente della repubblica eletto tra le fila degli ex militanti del Partito Comunista Italiano e primo a concedere il bis (ancorché parziale), che si inizia a sentire odor di monarchia, tanto è vero che lo stesso si vede ad un certo punto affibbiato il non onorevole nomignolo di “Re Giorgio”. Ed è, guarda caso, con Napolitano che inizia la crisi di credibilità dell’istituzione più alta della repubblica, quella che deve ergersi a garanzia della Costituzione e dei suoi principi fondamentali, quella che deve manifestarsi pubblicamente come rappresentativa di tutti i cittadini senza distinzioni di sorta, quella che deve preservare l’unità nazionale sotto il profilo sostanziale oltre che formale, quella che deve essere ed apparire super partes nell’esercizio delle proprie prerogative. E che, non in ultimo, deve interpretare lo spirito del popolo (sovrano), non delle élite.

Mattarella, presidente ormai uscente, ha incarnato questi valori? A voler giudicare dai passaggi principali, in cui è rimasto muto osservatore, si potrebbe anticipare una risposta negativa. Si pensi, ieri, alla abominevole riforma costituzionale propugnata da Renzi, si pensi, oggi, alla altrettanto abominevole riforma della giustizia predisposta dalla Cartabia. Ma si pensi anche ai quanto mai pericolosi “governi del presidente”, il primo, di minoranza (premier incaricato Cottarelli), abortito nella frettolosa ed inopinata gestazione, il secondo, quasi plebiscitario (premier incaricato Draghi), varato con la fiducia “necessitata” di un parlamento espropriato del proprio ruolo, che ha virato lo stato di emergenza in stato di eccezione. Per questo, un presidente che ora si sporge dal palco reale alla Scala di Milano per compiacersi del plauso dell’aristocrazia italiana è segno di irreversibile decadenza.

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