Lavoratori di tutto il mondo

di Salvatore Fiorentino © 2021

La miseria raggiunta dalle relazioni sindacali in Italia al tempo del “governo dei migliori” è un eloquente specchio (come quello della metafora ne “Il rosso e il nero” di Stendhal, che mostra al passante l’immagine dei problemi concreti della città) rivelatore dello stato della società italiana (semmai si possa oggi ritenere sussistente una qualsivoglia struttura così definibile), sembrando questa al contrario del tutto disarticolata tanto dal potere che da chi lo subisce colpevolmente. Sono anni, decenni, che il sindacato ha perso la sua ragion d’essere, finendo per scimmiottare la politica, servendola in un patto di mutua convenienza, il che non è andato a vantaggio dei lavoratori, rimasti privi di una rappresentanza tanto effettiva quanto efficace nei confronti delle controparti contrattuali. Del resto, l’Italia è l’unico paese dell’UE dove le retribuzioni sono inferiori a quelle di trent’anni fa.

Il sindacato, dopo una gloriosa stagione che lo ha visto protagonista negli anni ’70, forte di quello Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970) che ha segnato lo spartiacque tra l’epoca dello sfruttamento indiscriminato e quella della dignità riconquistata, si è progressivamente piegato su sé stesso, chinando la schiena di fronte alle centrali del potere che aveva sino ad allora contrastato a testa alta. Parallelamente, si è assistito alla decadenza dei maggiori gruppi industriali privati, nonché allo smantellamento della pur virtuosa industria di Stato, in nome del “mercato”, tornando a coltivare l’illusione degli economisti classici (Smith, Ricardo, Stuart Mill) piuttosto che riflettere sulla tradizione che dalla sinistra hegeliana (Feuerbach) conduceva alla dimostrazione dell’ingiustizia sociale del capitalismo (Marx, Engels) e alla rivalutazione della mano pubblica (Keynes).

Ingiustizia che si è acuita negli ultimi decenni in cui il capitalismo è stato lasciato a briglie sciolte, ingegnerizzandosi con le sperimentazioni, spesso spericolate, della finanza, sicché la produzione di ricchezza è divenuta in larga parte virtuale, una sorta di “catena di S. Antonio” dove gli ultimi restano col cerino ormai consunto in mano e si scottano le dita. Il dato di novità ed insieme di preoccupazione sta ora nel fatto che la spesa pubblica non viene più attivata per la generazione di occupazione e quindi redistribuzione della ricchezza prodotta, ma per sostenere il livello dei profitti di un sempre più ristretto novero di capitalisti, come il caso dell’emergenza pandemica ha mostrato, dove l’investimento (si guardi ad esempio all’Italia) di risorse pubbliche è stato quasi interamente destinato alle forniture dei vaccini e marginalmente al potenziamento della sanità pubblica.

Il tanto declamato PNRR, la nuova panacea dopo che il dio Euro non ha saputo mantenere le promesse di prosperità per il continente europeo, in Italia non prevede che nuova occupazione a tempo determinato nel settore pubblico, in palese contrasto con quelli che erano stati indicati come obiettivi strategici per una nuova stagione in cui il lavoro fosse stabile ed adeguatamente retribuito, ossia strumento di equa redistribuzione delle risorse verso le componenti sociali, imprenditoria capitalistica da una parte e lavoratori dall’altra. Ma la precarizzazione del lavoro è la necessaria premessa per ottenere quella “minusvalenza” che serve a compensare lo squilibrio prodotto da un sistema capitalistico che in gran parte non genera ricchezza dal lavoro ma dallo stesso capitale. Sicché, come si dice, nessuno regala niente a nessuno, e alla fine i conti devono tornare.

Non si tratta, quindi, come da certe teorie avveniristiche – e per certi versi velleitarie o élitarie – propugnato, di ridurre la crescita globale (o glocale, per usare un neologismo che coniuga globalità con localismo), bensì di ridurre al minimo estremo la crescita che non sia fondata sul lavoro ma sul capitale, il che appare l’obiettivo “minimo sindacale” per un Paese come l’Italia che si dichiari, come recita l’articolo 1 della sua Costituzione, “fondata sul lavoro”. Paese in cui, come si legge all’articolo 41 della stessa Carta, l’iniziativa economica privata è libera a patto di non contrastare con l’utilità sociale né di arrecare pregiudizio alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, fermo restando che l’attività economica tutta va indirizzata e coordinata a fini sociali. Un sindacato debole, un’impreditoria rapace e un governo asservito alle élite finanziarie sono la causa della crisi.

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