Catania, città “bandita”

di Salvatore Fiorentino © 2021

Si era creduto per lungo tempo che Catania avesse avuto una magistratura requirente di livello mediamente inferiore a quella che invece aveva dato lustro a Palermo. Si è capito col senno di poi che questo assunto era vero, ma solo fino ad un certo punto: la strage di via D’Amelio. Perché con la scomparsa di Paolo Borsellino si chiudeva la stagione di chi a Palermo – tra magistrati e esponenti delle forze dell’ordine, tutti vigliaccamente uccisi anche perché lasciati spesso soli se non delegittimati dalle stesse istituzioni e dalla stessa magistratura – aveva tentato di combattere non solo la mafia militare, ma soprattutto l’intreccio tra mafia, politica e imprenditoria. Poi a Palermo sarebbe iniziata la stagione dei “professionisti dell’antimafia”, abili tanto a presentarsi ai cittadini come nuovi paladini della giustizia quanto a coltivare le proprie luminose carriere, talvolta non disdegnando di chiedere raccomandazioni.

Gianbattista Scidà, già presidente del tribunale dei minori etneo, aveva fornito un inquietante spaccato dello stato della società catanese, ed in particolare della locale procura della repubblica, nel celebre scritto “Il Caso Catania”, in cui si evidenziava come appalti pubblici di particolare rilevanza, ora perché relativi all’edificio della allora sede della Pretura, ora perché riguardanti il più importante – per certi versi l’unico – centro culturale catanese (“Le Ciminiere” di viale Africa), avessero incrociato vicende non certamente “edificanti”, nell’opacità dei rapporti tra politica, imprenditoria (poi ritenuta contigua alla mafia) e pezzi della stessa magistratura, coinvolgendo nomi di primo piano e di supposta integrità morale, il cui cursus honorum, sebbene inarrestabile, sarebbe stato macchiato da episodi valutati come non penalmente rilevanti ancorché imbarazzanti, ingenerando il sospetto dell’insabbiamento.

Catania è quella città dove sono possibili assoluzioni o archiviazioni che sembrano impossibili, dove è considerato persino inutile indagare sui potenti, sulla politica, sull’imprenditoria e sull’accademia. Quest’ultima è stata per decenni un santuario inviolabile, solo recentemente profanato dall’attuale gestione (se così si può dire per l’ufficio del pubblico ministero) che ha imbastito la clamorosa inchiesta denominata “Università bandita”, dove sono emersi fatti che tutti conoscevano, ma che pochissimi denunciavano, nel silenzio assordante generale. Che poi ne sia rimasto coinvolto un ex procuratore capo di cui la figlia è risultata vincitrice in un concorso per professore universitario, al di là delle responsabilità penali che saranno giudicate nella sede competente, il sintomo dell’anomalia e del malessere appare inconfutabile, così come il fatto che l’adagio più risuonato è quello del “così fan tutti”.

Ma con buona pace del pur volenteroso procuratore capo in carica – che certamente ha sinora meglio figurato rispetto al tanto osannato ex “procuratore straniero”, oggi sedente nientemeno che sullo scranno più alto della pubblica accusa italiana – non è (solo) la cittadella universitaria (nel senso di comunità accademica locale) ad essere “bandita”, ma l’intera città, nell’accezione di polis, ossia di luogo delle istituzioni, quelle stesse che dovrebbero rappresentare e tutelare i cittadini, mentre spesso finiscono per garantire interessi ristretti da negoziare nelle segrete stanze del potere, qui inteso in tutte le sue declinazioni e sfaccettature. E Catania – potremmo dire parafrasando Sciascia – è oggi la metafora del mondo, ossia quello in cui le lobby e le cordate finiscono per prevalere sulle stesse istituzioni, con la conseguenza che chi non si adegua viene eliminato o emarginato.

Questo non vuol dire che si debba cedere alla rassegnazione, stigma dei siciliani, abituati a chinare la testa, a parte qualcuno che però non hai mai vinto da vivo la sua battaglia, anche se le sue idee continuano a camminare sulle gambe d’altri. L’insegnamento di Borsellino, a tal proposito, rimane esemplare: la mafia – che non è quella degli “scassapagghiari”, ma quella di coloro che sono “ai vertici della nazione” – si combatte e si sconfigge facendo ciascuno il proprio dovere, nel proprio ruolo. Come fa a tutt’oggi qualche giovane giornalista che, senza enfasi e con scrupolosa indagine dei fatti e dei documenti, si pone e pone al pubblico domande tanto semplici quanto allarmanti: che motivo c’era di “bandire” in fretta e furia, sotto Natale e capodanno, assegnando un termine minimo per un’urgenza che non v’è chi la veda, la gara per la costruzione del nuovo palazzo della Giustizia a Catania?

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