Discorso di fine mondo

di Salvatore Fiorentino © 2021

Come ogni 31 dicembre il presidente della repubblica terrà alla nazione il discorso di fine anno. Già vengono fatti trapelare dai media di stato i temi essenziali: giovani, donne, pandemia. Certamente tre tasti dolenti, quanto mai. Ma ciò che pare più interessare i commentatori al seguito (“embedded”) non è tanto il testo (scontato) ma il cosiddetto paratesto (che in assenza di contenuti significanti assume rilievo semantico primario), ossia se il presidente pronuncerà il discorso in piedi (in punta di o con postura marziale?), seduto nella poltroncina davanti al caminetto quirinalizio, oppure nella più classica e formale configurazione, quella che lo vede intronato nello scranno della postazione di comandante in capo, dietro l’aurea e somma scrivania circondata da drappi tricolori nazionali e pluristellati d’Europa impalati in aste di oro zecchino, in coerenza con lo sfarzo regale del Palazzo del Potere che si rispetti.

Eppure più che un discorso di fine anno, oltre che di fine mandato presidenziale, sembra un discorso di fine mondo. Il mondo in cui la politica, nel bene e nel male, decide. Per questo la assoluta indisponibilità dell’attuale (ed ancora per pochi giorni) inquilino del Quirinale a prolungare il suo mandato mediante una rielezione (come avvenne per Napolitano) non sembra potersi leggere come esercizio di virtù da parte di un esponente delle istituzioni che intenda onorare la Costituzione (che in effetti non sembra legittimare la rielezione del capo dello Stato), quanto come una fuga da un mondo nel quale si troverebbe fuori luogo, non avendo né il coraggio né la forza di opporvisi né tanto meno di denunciarlo. E, del resto, il fatto che adesso la politica debba abdicare, senza opporre alcuna resistenza, al nuovo mondo che si prefigura, quello dominato dalle élite finanziarie, è il vero nodo.

Come si potrà mai dire che la repubblica è fondata sul lavoro quando il lavoro non è mai stato così umiliato? Come si potrà mai dire che per la repubblica i cittadini hanno pari dignità e diritti quando le discriminazioni hanno raggiungo il punto più alto mai visto dal dopoguerra? E come si potrà mai dire che la repubblica si fonda sui valori della Resistenza e dell’antifascismo se oggi questi valori sono calpestati proprio da coloro che dovrebbero tutelarli e valorizzarli? Oggi si chiede alla politica di suicidarsi in nome dell’emergenza. Chi lo chiede? Un banchiere che è stato nominato presidente del consiglio dei ministri in ragione di uno stato di emergenza; lo chiede Confindustria, sempre meno attenta ai piani industriali, ossia ai posti di lavoro, quanto alle prodezze dell’alta finanza che è quella per cui si delocalizzano le produzioni e si elude il fisco in patria, dissanguando la nazione. Lo chiede l’Europa.

Ma che sarà mai un’Europa siffatta? Sarà una salvatrice, una tutrice, oppure sarà una perfida matrigna che vorrà affamare i propri figli per trarne aggio? E se il Regno Unito ha deciso di abbandonarla ci sarà pure una ragione da capire e da investigare, oppure no? Non è che forse quest’Europa si è fatta strumento delle élite in danno dei popoli? Certo è che l’Italia ha tutto da perdere entro un tale simulacro politico, non altro che una abnorme tecnocrazia sovranazionale svincolata dal controllo dei cittadini e della volontà popolare, essendo quest’ultima la vera ed unica sede del potere, giusto o sbagliato che ne sia il suo esercizio. L’Italia riveste oggi lo scomodo ruolo della preda prelibata, per il fatto di essere uno dei paesi al mondo che vanta la maggiore ricchezza privata pro-capite, sicché le mire delle élite finanziarie sono quelle di ripagare il debito pubblico impoverendo i cittadini e riducendo i loro diritti e le loro tutele.

Per attuare questo semplice ma spietato programma è stato reclutato il “migliore”, e non v’è dubbio, visto il precedente trattamento riservato alla Grecia da presidente della BCE, che lo sia davvero: il banchiere monetarista neoliberista Mario Draghi. Costui, circondato da un drappello di ministri talmente improbabili da non poterlo non solo contrastare ma neppure impensierire, ha sfacciatamente annunciato che è definitivamente concluso il tempo in cui a decidere era la politica, a cui adesso spetterà il mero ruolo di ratifica delle decisioni prese nelle stanze occulte del potere. Ossia qualcosa di sfuggente ed inquietante che si rivela incomparabilmente peggiore rispetto ai regimi fascisti e comunisti che la storia ha conosciuto, perché quanto meno questi ultimi si mostravano palesemente a coloro che opprimevano e perseguitavano. Mentre oggi chi il coraggio non se lo può dare si prostra oppure fugge via.

Post scriptum

Alla fine si è trattato di un discorso molto breve, quindici minuti appena, svolto in piedi, davanti alle bandiere di rappresentanza, con un esteso incipit dedicato all’elogio della scienza che ha saputo donarci il vaccino contro la pandemia ancora dilagante nonché un ringraziamento a quei cittadini che si sono fidati di questa scienza. Che si debba riporre fede nella scienza è il tratto distintivo di questo mondo nuovo, dato che in quello che lo ha sinora preceduto la fede riguardava la religione e i ministri di culto, non gli scienziati né tanto meno i politici e le istituzioni. Poi il presidente si dilunga, forse troppo, a parlare di sé stesso, di come ha inteso svolgere il ruolo di capo dello Stato, di come si è impegnato a rispettare i principi della Costituzione, rimettendosi al giudizio degli osservatori. Il resto del discorso si dissolve in una retorica istituzionale allo zucchero filato, che evoca i valori della solidarietà, dell’unità, della coesione sociale. Oggi quanto mai disattesi.

Post post scriptum

Probabilmente, il motivo per cui il messaggio presidenziale venga pronunciato nell’imminenza dei festeggiamenti di fine anno, invece che il primo giorno del nuovo anno, attiene a quella che con Hegel potremmo definire “l’astuzia della ragione (di Stato)”: chi mai dopo i fumi dei festeggiamenti presterà ricordo delle parole fuori luogo del presidente? In effetti esse svaniscono nella prima notte dell’anno. Eppure stavolta, il giorno dopo, qualcosa è rimasto: l’esortazione ai giovani, perché non si scoraggino, perché si prendano il loro futuro. Come dire, cavatevela da soli, visto che le istituzioni non hanno niente per voi. Neppure una parola, del presidente, a richiamare quel pur fondamentale articolo della Costituzione (non a caso ritenuto tra i più importanti da Piero Calamadrei nel suo celebre discorso) che ci parla degli ostacoli che la Repubblica deve rimuovere per i capaci e meritevoli seppur privi di mezzi.

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