La fantarepubblica

di Salvatore Fiorentino © 2022

L’art. 278 del codice penale recita che “chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni “. Il reato si consuma quando sia comunicata con qualsiasi mezzo, un’offesa relativa alla persona del Presidente della Repubblica, sia in riferimento a fatti che ineriscono all’esercizio o alle funzioni cui è preposto, sia a fatti che riguardano l’individualità privata, anche in relazione a fatti anteriori all’attribuzione della carica. Per contro, l’art. 90 della Costituzione prevede che “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri“. Sembra quindi garantito il diritto/dovere di critica verso chi ricopra il ruolo di presidente della repubblica, purché non si rechino offese gratuite ed incontinenti alla figura.

Alla fine del mese di maggio dell’anno 2018 (non un secolo fa) il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha rischiato di essere sottoposto al cosiddetto “impeachment” da parte della maggioranza assoluta del parlamento: il Movimento Cinque Stelle, con l’appoggio di Fratelli d’Italia e della Lega. A difendere Mattarella restavano solo il Partito Democratico e Berlusconi (quello che, secondo i “democratici”, pagava la mafia invece di denunciarla). Oggi, alla fine del mese di gennaio 2022, lo stesso parlamento che voleva mandare al rogo Mattarella lo prega, in ginocchio, di voler accettare la rielezione a presidente della repubblica dopo che quest’ultimo, anche da ex giudice costituzionale, ha pubblicamente dichiarato che la Costituzione non prevede la rielezione del capo dello stato e che, pertanto, ciò sarebbe un vulnus che non può essere consentito, dovendosi considerare la rielezione di “re” Giorgio Napolitano un’eccezione da non replicare.

Ecco che molti non hanno sufficientemente considerato che Mattarella è un siciliano doc (non è un offesa, ma anzi un complimento). Chi è siciliano sa bene che quando ci si trovi al bar, in pasticceria, e si chieda all’ospite se gradisce un cannolo, un bignè o un babà da consumare, la prima, la seconda e la terza risposta sono sempre un no. Ma quel no cela un si agognante, è un no che vuole farsi pregare, una forma di pudicizia che maschera la golosità e la brama di accettare, irresistibile. E tanto più si ambisce a quella prelibatezza tanto più si dissimula col verbo e con le membra il suo desiderio ad ottenerlo. Appare allo stesso tempo un comportamento infantile e peccaminoso sino alle estreme conseguenze, il che denota che la ragione cede il passo alla passione irrefrenabile. Sia essa politica. E non c’è peggior lussuria che quella di un politico posto di fronte al nudo potere, che raggiunge l’apice quando si dica “non lo fo’ per piacer mio ma per dare un figlio a Dio“.

Mattarella è figlio di Bernardo (additato da alcuni come un notabile contiguo alla mafia), ossia il padre di Piersanti (assassinato perché scomodo alla politica più che alla mafia). Tra i due fratelli si è rivelato senza dubbio il meno coraggioso, quello più prudente, più silenzioso, più anonimo, come la sua carriera politica, vissuta all’ombra della Balena bianca, dimostra. Del resto, le sue prese di posizione nella scena politica italiana si contano sulle dita di una zampa di gallina: tra queste risaltano le dimissioni dal governo Andreotti VI, nel 1990, quando fu posta la questione di fiducia sulla legge Mammì (ritenuta un favore a Berlusconi), insieme ai ministri Martinazzoli, Francanzani, Misasi e Mannino, quest’ultimo poi ritenuto vicino alla mafia secondo la narrazione giustizialista dei “democratici”. Inoltre, si ricorda un intervento parlamentare di Mattarella contro Berlusconi, a voler evidenziare il ritenuto “male assoluto” della repubblica democratica.

Eppure l’ex presidente della regione siciliana, il potente Rino Nicolosi, aveva accusato Mattarella, tra gli altri indicati nel memoriale reso in punto di morte alla magistratura siciliana, di essere uno tra i principali collettori di finanziamenti della Democrazia Cristiana isolana, vicenda rimasta nelle retrovie delle cronache, a dispetto della coeva epopea di “Mani pulite”, nonostante a Palermo spiccasse, a capo della procura della repubblica, la figura di Gian Carlo Caselli, amico e sodale del profeta della conquista del potere per via giudiziaria, al secolo Luciano Violante, il padre-padrone dell’antimafia politica, quella dei “professionisti”, quella brandita come una scimitarra nell’agone di una lotta sempre più misera di idee e ideologie e, per contrappasso, sempre più sfigurata da interessi economici e giochi di potere fine a sé stessi, ovvero, ancora peggio, serventi gli obiettivi obliqui di ben note entità straniere a minaccia dell’interesse nazionale e del popolo sovrano. Fantasie.

Post scriptum

Sabato 29 gennaio 2022 (la data va segnata a futura memoria), nel primo pomeriggio, i capigruppo di Camera e Senato (Serracchiani e Malpezzi per il PD; Crippa e Castellone per il M5S; Fornaro e De Petris per LeU; Boschi e Farone per IV; Molinari e Romeo per la Lega; Barelli e Bernini per FI) salgono al Quirinale per chiede a Mattarella la disponibilità per il bis. Trapela subito dopo la risposta dell’interessato: “Disponibile se serve”. Così viene rieletto, con 759 voti, secondo solo a Pertini per numero di preferenze. I presidenti di Camera e Senato salgono al Qurinale per comunicare l’esito all’inquilino (confermato) del Colle più alto. Alla loro presenza, Mattarella pronuncia un breve discorso, ringraziando e dichiarando che la grave emergenza sanitaria, economica e sociale che l’Italia sta attraversando “richiamano al senso di responsabilità”, “impongono di non sottrarsi ai doveri cui si è chiamati” e “devono prevalere su altre considerazioni”.

Quindi o Draghi o Mattarella, tertium non datur. La Costituzione può attendere, così come ha atteso quando Mattarella lasciò passare le “riforme” incostituzionali di Renzi, fortunatamente bloccate dal referendum popolare. Così come sta attendendo da quando lo stesso Mattarella ha lasciato ancora passare la “riforma” della giustizia (non del totocalcio) proposta dalla ministra Cartabia, giudicata la peggiore mai vista in epoca repubblicana. E la Costituzione è inoltre in vigile attesa dopo aver assistito all’ultima seduta del C.S.M. presieduto da un Mattarella benedicente la decisione del plenum di confermare le nomine dei vertici della Cassazione, queste appena annullate dal Consiglio di Stato perché in violazione dei criteri meritocratici. “Occorre rispettare la volontà del parlamento”, ha affermato Mattarella. Dimenticando però di dire che questo parlamento non è più rappresentativo del popolo sovrano. E lo ha dimostrato, semmai qualcuno ne dubitasse.

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