Occidente malato

di Salvatore Fiorentino © 2022

L’emergenza senza soluzione di continuità è ormai il carattere distintivo, il fondamento identitario dell’Occidente, quello che si ritiene depositario della verità, della democrazia, della libertà, e pertanto si sente chiamato ad imporre la propria visione del mondo secondo un processo di omologo-globalizzazione. E, più che mosso da brame imperialistiche, sembra affetto da un delirio di onnipotenza, di annichilimento di tutto ciò che è differente, ossia la rincorsa forsennata alla morte universale, dato che la vita terrestre è sinonimo di diversità. Non ci sarebbe vita senza le differenze di temperatura, di potenziale elettrico, tra gli elementi chimici inorganici e organici, tra gli organismi vegetali e animali, senza la moltitudine dei batteri e persino dei virus. E non può esistere, conseguentemente, alcuna vita morale, culturale e sociale senza il divertirsi del pensiero, la complessità dei punti di vista, la dialettica delle idee, la dialogica delle narrazioni.

Una democrazia composta da individui soggiogati dal “pensiero unico” non può, evidentemente, essere ritenuta tale, dimostrandosi molto più pericolosa della più feroce dittatura, perché sotto un’apparente aura di libertà realizza la prigione perfetta, quella in cui non sono le inferriate e le mura a restringere i detenuti ma questi ultimi a recludere sé stessi, con la conseguenza di dare la caccia, come al tempo delle streghe mandate al rogo, a chi osasse contraddirli. Ieri per il coronavirus, oggi per la guerra in Ucraina, domani per l’emergenza che verrà. Perché dovrà esserci sempre uno stato di emergenza, un nemico da combattere, il fuoco sacro del terrore da alimentare, per potersi giustificare le continue e progressive violazioni delle costituzioni democratiche e liberali, dei diritti fondamentali dell’uomo, ormai niente altro che carta straccia, da calpestare impunemente mediante l’esercizio incontrollato del potere, dove ogni voce contraria viene silenziata e soppressa.

Se persino premi Nobel o illustri filosofi vengono svillaneggiati dai nuovi sacerdoti prezzolati del potere, tanto ignoranti quanto proni a spandere il verbo dominante con ogni mezzo della comunicazione di massa oggi disponibile, se i giornalisti che rimangono fedeli all’osservazione dei fatti oggettivi rischiano di essere rimossi dalle postazioni di rilievo se non addirittura licenziati dal servizio pubblico, se i medici devono abiurare al giuramento di Ippocrate per inchinarsi ad una circolare ministeriale del tutto irragionevole e priva di fondamento scientifico, le cause dei mali dell’Occidente non possono addebitarsi ai Putin di turno – oggi comodo spauracchio – perché sono profondamente radicate nella decadenza di un sistema ipercapitalistico che dopo aver raschiato il fondo del barile non sa più cosa inventarsi per sopravvivere, iniziando a divorare i popoli inermi ai quali aveva promesso la terra della libertà e della prosperità, quale contraltare al totalitarismo e alla povertà.

Come la storia universale insegna, alla fine è la letteratura, quale distillato dei saperi del vissuto dell’umanità, che ci fornisce la verità. Ecco perché già c’è chi, da sommo utile idiota al servizio del potere, si erge a censore nientemeno che di un gigante come Fëdor Dostoevskij, perché evidentemente teme che dalla letteratura possa venire, come sempre accade nel respiro ampio della conoscenza, il disvelamento di quella verità umana che è infine l’unica che conta nel discrimine delle verità parziali. E chi meglio di Uwe Johnson, scrittore originario della Repubblica Democratica Tedesca, trasferitosi nella Repubblica Federale Tedesca, nonché, infine, degli Stati Uniti d’America, alla ricerca di quella libertà sempre promessa ma mai realizzata, può affermarlo? Nelle sue opere egli critica tanto il comunismo della Germania dell’Est che il capitalismo della Germania dell’Ovest, definendo la storia degli USA “un film western, col morto ammazzato garantito”.

L’Europa oggi ha gravi colpe. L’Italia, che la segue acriticamente, anche. Perché si ostina ad affermare, “whatever it takes”, la sopravvivenza di un assetto mondiale bipolarista, in cui l’Occidente dovrebbe rivestire il ruolo dominante senza più averne titolo, assetto che del resto è stato nei fatti ormai irreversibilmente soppiantato da quello multipolare, con l’emergere di nuove potenze, sinora silenziose e pacifiche come Cina e India, che non a caso hanno si condannato la guerra in Ucraina, ma non la Russia di Putin. E’ tempo di un nuovo ordine mondiale, dove nessun paese possa immaginare di prevaricare l’altro, dove non ci sia spazio per i “pistoleri da saloon”, che pensano di farsi strada e ragione perché sanno sparare più veloce del nemico. Perché poi non è sempre così, c’è da mettere in conto la reazione di chi si senta minacciato e difenda il proprio territorio, che – non va mai dimenticato – è “blunt und boden”, ossia coniugazione di ius sanguinis e ius soli.

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