American show

di Salvatore Fiorentino © 2022

Occorre partire dall’assunto che non ci sono né santi né eroi. Non li avevamo visti, né li vediamo, tanto mai li vedremo. Una cosa è certa: nessun essere umano può aspirare ad un mondo che sia né un “far west”, dove chi spara più lesto ha ragione, né una caserma dove obbedire ciecamente agli ordini di chi si è arrogato il potere di darli agli altri. Così come, da cittadini del mondo, non ce ne facciamo nulla di una democrazia di cartapesta o, nella migliore delle ipotesi, di celluloide. La democrazia non è una scenografia di una fiction che si sostituisce alla realtà, ma l’essenza di ciò che dovrebbe essere la pacifica convivenza tra popoli che nei millenni hanno sedimentato culture e visioni anche opposte e talvolta inconciliabili. Ma è proprio questa differenza che dovrebbe essere fonte di arricchimento reciproco nel momento dell’incontro (che non deve farsi scontro) tra civiltà che si basano su un unico ed incontestabile fondamento: tutti apparteniamo al genere umano.

Gli USA scontano (ed è ormai una questione di psico-politica, e non a caso gli “americani” sono uno tra i popoli che più abusa degli psicofarmaci) la tara di non avere pressoché una storia alle spalle, esistendo da poco meno di 250 anni, certamente non confrontabile col metro millenario delle civiltà che essi vorrebbero soverchiare con la logica di pistoleri del mondo, con una economia ed una società drogate dall’ossessione della produzione, del possesso e dell’uso delle armi, evidentemente sindrome fallica (e fallace) scatenata dal complesso di inferiorità di avere la storia più corta del globo, dissimulata con il delirio di “esportare” la democrazia laddove, a loro dire, sia mancante. Ma, e per fortuna, gli USA non sono un corpo monolitico, essendo anzi oggi un paese spaccato in due metà, di cui una, élitaria, è riuscita a prendere il potere presidenziale scacciando l’altra che ne rispecchia la pancia, il sentire popolare, seppur maldestramente rappresentato da Donald Trump.

Non si può tuttavia negare (né si deve, pena un’analisi viziata dal pregiudizio) che lo spirito pionieristico, che è indubitabilmente scritto nel codice genetico degli “americani”, laddove questo abbia contribuito alla realizzazione di un autentico progresso materiale e morale, sia da considerare favorevolmente, anche con riferimento alla produzione intellettuale – non di rado in rotta di collisione col potere dominante – che ha rappresentato quella voce fuori dal coro indispensabile per poter ritenere ancora viva questa democrazia. Il problema sorge quando a prendere il sopravvento siano invece i banchieri e l’alta finanza, quella che ha generato le bolle speculative nella pretesa, assurda e destinata a fallire miseramente per una scontata legge di natura, di generare denaro dal denaro invece che dal lavoro. Prospettiva che comporta, come ogni catena di S. Antonio, che qualcuno alla fine dovrà pagare il conto per tutti. Come ha fatto il popolo greco, come sta facendo l’Ucraina.

E se c’è un modo certamente sbagliato di eradicare una dittatura (lo è la Turchia, potente membro della NATO, secondo il premier italiano Draghi) questo è quello di contrapporle un’altra dittatura. Come quella che si sta imponendo in Italia, grazie alle prove tecniche positivamente effettuate durante la pandemia, quando si sono rodati i meccanismi per soggiogare l’opinione pubblica e comprimere oltremodo i diritti costituzionalmente tutelati dei cittadini, privati persino del diritto al lavoro, i quali per la verità si sono dimostrati in larga maggioranza sforniti dei necessari anticorpi per respingere un regime “in nuce”, come si è ormai manifestato nel governo dei “migliori”, di tutti e di nessuno, rivelatosi alla prova dei fatti quello dei “mentitori” e dei “guerrafondai”, che rischiano di trascinare l’Italia verso un disastro economico e sociale inimmaginabile, in nome degli interessi delle élite finanziarie “democratiche” di cui Mario Draghi è fedele e spietato curatore.

Ma chi è Mario Draghi? Anche in questo caso la psico-politica può aiutare a comprendere. E’ un fu ragazzo che a 19 anni rimane orfano sia del padre (perso quando aveva 15 anni) che della madre. A questo punto vuole divorare il mondo. E lo farà, perché si nutre dei migliori maestri (fu allievo del grande economista neo-keynesiano Federico Caffè) per poi disattenderne cinicamente l’insegnamento. Draghi è lo stesso che da presidente della BCE affamò i neonati greci in nome della salvezza del dio Euro (“whatever it takes”, la sua frase famigerata che echeggia a tutt’oggi), così come sta affamando le fasce deboli del popolo italiano. E che ora si schiera incondizionatamente con l’ultimo prodotto della strategia propagandistica degli USA, quel consumato (in tutti i sensi) attore che risponde al nome di Vladimir Zelensky, colui il quale sta conducendo il proprio popolo ad un massacro senza precedenti, perché è ciò che i suoi danti causa “americani” hanno scritto nel copione.

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