Pace e guerra

di Salvatore Fiorentino © 2022

Nell’epico “Guerra e pace”, Lev Tolstoj – probabilmente oggi prossimo candidato, dopo il “collega” Fëdor Dostoevskij, a subire la scure della censura dell’Occidente russofobo e asservito ai diktat americani – aveva descritto mirabilmente gli orrori infernali a cui gli esseri umani possono giungere con la guerra, non spiegandosi questa follia distruttiva rispetto agli incommensurabili vantaggi che la pace può determinare per i popoli. Eppure, tra le pagine di questo capolavoro della letteratura universale, appare inconfutabile che la guerra sia ricercata da coloro che bramano il potere oltre ogni ragionevolezza, come quel Napoleone Bonaparte che tentò l’impossibile, ormai in preda al delirio di onnipotenza che pervade chi, pur capace e fortunato, abbia la sventura di perdere la percezione di quella sottile linea che segna i limiti a cui ciascuno, compresi i più elevati genii, soggiace. La storia, e soprattutto la letteratura, insegna che chi varca quel confine infine perisce.

Nell’epoca della fiction elevata a “volontà e rappresentazione” (direbbe un redivivo Schopenhauer), dove mediocri attori diventano capi di stato (ed il riferimento non è, in primo luogo, a Vladimir Zelensky, ma ad un certo Ronald Raegan) in quando fantocci di chi ne tira le fila restando non visibile alla “audience” – che guarda il pupo ma non scorge il puparo – chi ostenta la pace prepara la guerra per ottenere i propri indicibili obiettivi, nel più classico dei mascheramenti: il lupo che si traveste da agnello, e persino da colomba. Sicché, invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia: chi vuole la guerra prepara la pace e viceversa, come ben sapevano gli antichi Romani (si vis pacem para bellum). Il mondo non si è evoluto e anzi, da questo punto di vista, si sono fatti enormi passi indietro rispetto al tempo in cui l’umanità aveva confidato nella Glasnost’ e nella Perestrojka così come nella sincerità degli americani che ci avevano promesso la pace e non la guerra.

Dalla clamorosa menzogna della falsa provetta sbandierata nel 2003 dall’allora segretario di stato americano Colin Powell, che avrebbe dovuto provare, anche sulla base delle solite immagini satellitari, la produzione di armi biologiche di distruzione di massa in verità poi dimostratesi inesistenti, scaturì il pretesto per la sanguinosa invasione dell’Iraq. Così come su falsi pretesti si era basata la famigerata guerra in Vietnam. Oggi il copione, visto ormai sino alla noia in tutti i teatri di guerra calcati dalle truppe a stelle e strisce, si ripete in Europa, nel cuore dell’Europa, al confine con la Russia. Il pupazzo della CIA, divenuto presidente dell’Ucraina grazie ad una serie di manipolazioni dell’opinione pubblica attraverso le tecniche della più vieta fiction, si strappa le vesti dell’agnello ferito mentre sostiene il gioco del lupo che vorrrebbe agguantare l’orso Russo, quest’ultimo impersonato da Vladimir Putin, un genio secondo Trump, un criminale di guerra secondo Biden.

Prova ne è che il paese al mondo che più critica il sostegno USA alla guerra in Ucraina sono gli Stati Uniti d’America, dove il popolo è anni luce distante dai salotti delle élite “costiere” rigorosamente “democratiche”, talmente guerrafondaie da aver guadagnato con il primo presidente americano di colore (o quasi) – forza del technicolor – nientemeno che il Nobel per la pace, ossia per la guerra. In otto anni di presidenza, Barack Obama ha condotto le più sanguinose guerre del pianeta sul pretesto di esportare la “democrazia”, ma causando immani devastazioni e fallendo nella dottrina del “regime change”: Afghanistan, dove ha rafforzato la presenza USA e ordinato attacchi senza autorizzazione ONU; Libia, dove ha condotto l’operazione mirata a rovesciare Gheddafi, lasciando un paese allo sbando; Siria, dove ha tentato di sovvertire il potere in carica causando distruzioni indicibili; Ucraina, dove ha fornito armi per il massacro dei popoli dell’est russofono.

Ora ci riprova il “democratico” Joe Biden a completare il “dirty work” in Ucraina, forte della spalla “cinematografica” di un irresponsabile Zelensky, che ha condotto l’incolpevole popolo ucraino ad un massacro sacrificale nell’interesse degli USA, che mirano a logorare la Russia per neutralizzarne la potenza nello scenario globale dove ambiscono al ruolo di dominatori incontrastati, primo passo per poi dedicarsi alla Cina, una volta fallito il piano di destabilizzazione ordito (il sospetto assume il rilievo di probabilità) con “l’incidente” del laboratorio di Wuhan, quello stesso che seppur di massima sicurezza, avrebbe fatto sfuggire il pericoloso “coronavirus”, un prodotto non della natura ma dell’uomo, come ormai accertato da autorevoli fonti, che aveva lo scopo di mettere in crisi l’economia emergente con gli occhi a mandorla ed instaurare presso la molle società occidentale un regime di controllo delle coscienze. Solo in parte riuscito, grazie ad una minoranza avveduta.

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