L’onestà al tempo di Einstein

di Salvatore Fiorentino © 2022

E’ passato abbastanza tempo dalla pubblicazione dell’articolo Zur Elektrodynamik bewegter Körper con il quale Albert Einstein, nel 1905, illustrò la teoria della relatività “ristretta”, nella quale si conciliava la relatività galileaiana, riferita alla meccanica dei corpi, con l’elettromagnetismo, dimostrando la costanza della velocità della luce. Come dire che, nell’universo conosciuto, le leggi della fisica sono invarianti rispetto al sistema di riferimento. Quindi negli spazi interstellari, popolati da pianeti e satelliti di ogni dimensione, la legge della natura (qualcuno la chiama divina) è davvero eguale per tutti e non c’è neppure necessità che lo sentenzi un tribunale, perché questa verità è, come si dice, in re ipsa e non ammette alcuna interpretazione. Del resto, si tratta non di “un” principio, ma “del” principio, quello da cui discende tutto, perché nulla può essere infine discusso se non si fissa un punto fermo, l’origine del tempo e dello spazio, big-bang, dio, che dir si voglia.

Einstein, essendo anche una persona simpatica (gli scienziati raramente lo sono), ha cercato di divulgare le sue teorie (oltre alla relatività “ristretta”, anche la “generale”, esposta sin dal 1915, sulla curvatura dello spazio-tempo) con motti di spirito, come quello in cui spiegò la “relatività” del tempo affermando che stare seduti un minuto su una stufa dura senz’altro di più che stare seduti un’ora accanto ad una bella ragazza. Concetto che può ben estendersi a tutti quei valori di difficile misurabilità perché percepiti soggettivamente secondo il dato tempo storico. Tra questi, quello più “relativo” appare oggi l’onestà, di cui ciclicamente la “società civile” non manca di sollevarne l’onda (una “ola”), anche se poi, a ben vedere, quasi nessuno guarda nel suo giardino, ma in quello del vicino. Chi pretende l’onestà degli altri è spesso il primo a tradire la propria, è colui a cui è stata denegata una raccomandazione, a cui non è stato consentito di saltare la fila.

Perché oggi il giudice è onesto se gli dà ragione, domani è disonesto se gli dà torto. Ma la questione può essere spiegata ancora mediante un altro esempio, utilizzando il famigerato “cubo di Rubik” – inventato nel 1974 dall’omonimo architetto e scultore ungherese – ossia il poliedro con nove quadratini colorati (giallo, blu, verde, rosso, bianco, arancione) per faccia snodabili che una volta mescolati devono essere ricomposti, il che richiede una notevole abilità e pazienza. Il giocatore onesto (con sé stesso) si scervellerà per trovare la soluzione, quello disonesto scollerà gli adesivi colorati dai quadratini per reincollarli in modo da aver risolto il rompicapo, anche se il trucco sarà evidente per l’inevitabile danneggiamento subìto dalle tessere colorate. Chi avesse prestato il cubo di Rubik ad un amico “relativamente” onesto, se lo vedrà restituito in una condizione inservibile, il che sarà stato un utile esperimento per capire la vera natura della persona che si ha dinanzi. Einstein docet.

La realtà è una, “relative” sono le sue interpretazioni. Così accadde ad un medico del pronto soccorso di dover intervenire su un paziente in fin di vita a causa di gravi ferite da arma da fuoco. Il caso volle che non si trattasse di uno stinco di santo, ma di uno sfortunato “picciotto” appartenente ad uno dei tanti clan (mafiosi è dire troppo) che si spartiscono le città, come ieri così oggi, sotto lo sguardo colpevole e complice dello stato (quello con la minuscola). Il medico ricevette alla velocità della luce due telefonate di “raccomandazioni”: con la prima fu avvertito che se il malcapitato non fosse sopravvissuto lui sarebbe stato un camice morto. Non replicò. Con la seconda telefonata fu ancora avvisato che se invece il moribondo non fosse passato a miglior vita lui sarebbe stato un camice insanguinato. In questo caso replicò e disse: “caro signore, mi ha chiamato prima un suo collega, che mi chiede l’opposto di quello che vuole lei. Lo sa che vi dico? comu finisci si cunta!”. Einstein docet.

E’ difficile (per non dire impossibile) che chi sia stato onesto ieri non lo sia oggi, e viceversa. La natura umana è intinta nella stessa sostanza delle stelle, che secondo le teorie cosmiche anche “relativamente” recenti (si pensi a Copernico o a Keplero, ma fu Halley, nel 1718, a scoprire che così non era), sono dette “fisse”, perché apparentemente ferme rispetto agli altri corpi celesti in movimento a causa della loro grande distanza dal punto di osservazione. Come dire, secondo la vulgata, che chi nasce tondo non muore quadrato (al più ellittico, se volessimo utilizzare le geometrie non euclidee che negano il famoso quinto postulato, propinato come verità assoluta al liceo, che afferma che due rette parallele non si incontrano mai, il che non è vero). Il problema è che molti non colgono (non vogliono, per la convenienza del momento) che l’onestà è come quel principio da cui tutto origina e che, come tale, non è suscettibile di interpretazioni né di applicazioni di comodo. Altrimenti non è. Einstein docet.

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