Italia, Sicilia: quale futuro

di Salvatore Fiorentino © 2022

Dove può andare un paese che si ritrova con un premier imposto dai poteri finanziari internazionali con la missione di impoverire i cittadini con l’appoggio della sinistra e dei sindacati? Dove può andare una nazione che ha avuto in sorte un presidente della repubblica rieletto per forza d’inerzia sotto la spinta della malcelata idea, coltivata da un establishment ormai morente, di poter garantire “whatever it takes” un governo che prescinda dalla volontà popolare anche nella prossima legislatura? Dove può andare un popolo (ammesso che esista come tale) manganellato selvaggiamente, senza pietà per studenti minorenni e inermi famigliuole, per disposizioni del ministro di polizia non appena osi protestare civilmente per difendere i propri diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione? E dove può andare una società “civile” che sia compromessa sino al midollo dalla corruzione intellettuale prima ancora che materiale?

Quando l’istruzione, la ricerca, l’università, la giustizia, la sanità sono allo sfascio a seguito dei poderosi tagli lineari che da ormai un decennio sono decisi dai governi “democratici” e, ove non bastasse, da quelli “tecnici”, quando le postazioni pubbliche di rilievo sono attribuite per spartizione tra le cosche di potere dominanti, quando l’indipendenza della magistratura è una pura chimera, quando l’imparzialità della pubblica amministrazione è paragonabile alla verginità di una pornostar di grido, dove mai si può pensare di andare? “A vaffa …”, dicevano bene quelli che dovevano aprire le istituzioni malate come scatolette di tonno per liberarle dal malaffare, solo che sono rimasti insozzati dall’olio rancido che ha finito per piacergli, anzi oggi non ne potrebbero fare più a meno, come dimostra la ripidissima e rapidissima discesa ad inferos di costoro, a meno delle solite mosche bianche, verso il compromesso sempre più spregiudicato e sordido a cui si sono incatenati.

Se esistono ancora oggi i Cuffaro, i Dell’Utri, i Lombardo e compagnia bella, è perché ci sono moltitudini di pseudo-cittadini che non vogliono altro che imboccare la scorciatoia per ottenere qualcosa che non riescono ad afferrare seguendo la via maestra: sia perché questa via è di fatto impraticabile e percorrerla comporterebbe un notevole sacrificio, sia perché, nella maggior parte dei casi, costoro non avrebbero diritto a ciò a cui aspirano abusivamente, animati da un intimo sentire antisociale ed incivile. Ma ancora peggiori dei Cuffaro, dei Dell’Utri e dei Lombardo di cui sopra, sono coloro che si ricordano delle periferie degradate solo alla vigilia delle elezioni, ammantandosi di ogni più nobile vessillo, a cominciare da quello della tutela degli ultimi e degli emarginati sino a quello roboante e guerriero della “antimafia”. Peccato che le periferie degradate siano sempre più degradate e i sistemi mafiosi sempre più evoluti, nonostante l’opera di questi “paladini”.

Torna sempre, inesorabile e oggi quanto mai beffardo, il monito gattopardesco del “tutto cambi perché nulla cambi”. In verità, il cambiamento da almeno trent’anni si sta verificando, solo che va nella direzione di uno strisciante peggioramento, come dimostra il dato delle retribuzioni medie che riguardano la maggior parte dei lavoratori. D’altro canto sono tempi d’oro per speculatori e sfruttatori, truffaldini ed evasori fiscali (censiti in 19 milioni dal capo dell’Agenzia delle Entrate: ma perché non va a prenderli se sa chi sono?). La divaricazione sociale, non solo tra nord e sud, ma tra abbienti e meno abbienti, sta assumendo proporzioni inaccettabili per uno stato la cui Costituzione sancisce la primazia del lavoro sul capitale, la parità di condizioni tra cittadini, il diritto di questi ultimi ad una retribuzione che possa garantire una esistenza libera e dignitosa ad ogni nucleo familiare, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione, il diritto alla giustizia.

In democrazia i cittadini la “rivoluzione” la fanno con la matita elettorale, si dice. Ma oggi è ancora possibile, con le liste bloccate dai ras dei partiti personali, imprimere anche un seppur impercettibile “cambiamento”? Andare a votare o no? Scegliere per il meno peggio (presunto) oppure astenersi? Qual è la scelta più opportuna per opporsi ad un sistema che opprime l’idea stessa di democrazia, perché vuole imporsi “whatever it takes” e rendere i cittadini e i pseudo cittadini al rango deteriore di sudditi? Non pare esserci altra via che disertare in massa le urne ormai niente altro che luogo della finzione democratica e civile, perché legittimare questo sistema ormai morente significa prorogarne colpevolmete l’ora del decesso. Non possiamo più tollerare i personaggi che, buoni o cattivi che siano, rendono asfittica la democrazia di questo paese. Quando il 70% degli italiani non andrà a votare sarà finalmente chiaro a tutti che il re è nudo. Allora dovrà voltarsi pagina.

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