L’Europa di coccio

di Salvatore Fiorentino © 2022

Come è stato osservato – ma pressoché sconosciuto perché la libertà di stampa, sugli argomenti tabù, nella sostanza non esiste tanto nel declamato Occidente quanto nella ormai bandita Russia – dalla pretestuosa guerra in Ucraina usciranno due grandi vincitori: gli USA e la Russia. Perché i primi otterranno l’obiettivo che si prefiggono da tempo, ossia quello di portare sul lastrico l’Europa, la cui crescita si porrebbe in contrasto con la visione bi-polare del mondo a cui gli americani non sanno e non possono rinunciare, vedendo il multipolarismo come una minaccia (e probabilmente lo è) alla loro egemonia globale. Una guerra di conquista (o di riconquista rispetto ai tempi dell’URSS) alla Russia non può che far aggio, tenuto conto che, come è evidente e come è stato da ultimo ammesso, ancora si è fatto solo riscaldamento, ma la partita vera non è iniziata. E l’obiettivo finale potrebbe essere ristabilire il controllo totale, diretto nell’est ed indiretto nell’ovest, sull’Ucraina.

Non è un caso che il Regno Unito si sia tirato fuori da questa Europa con tempismo quasi sospetto, così come è sospetto che brighi per l’ingresso in Europa dell’Ucraina: a che titolo? Eppure la deflagrazione che sta colpendo i paesi UE ha sfiorato anche Downing Street 10, seppur i principali leader (ma è possibile ancora definirli tali?) come Macron, Scholz e Draghi vacillino pericolosamente perché i cittadini iniziano a nutrire forti diffidenze, portando la politica europea ad assomigliare pericolosamente a quel ciclo di barzellette dove a farla da protagonisti erano un francese, un tedesco e un italiano (il quale alla fine se la cavava sempre). Certo, Draghi se la caverà, sono già pronte per lui altre prestigiose poltrone (quella NATO, in primis) e certamente più comode di quella di premier senza ormai maggioranza, dato che persino il leader dell’amputato M5S è riuscito a darsi quel coraggio che non ha, con un ultimatum al governo che potrebbe portare alla crisi.

Il piano USA (una sorta di piano Marshall al contrario) è stato studiato nei minimi dettagli, sembrando persino tacitamente condiviso con la Russia: 1) si fornisce il pretesto a Putin per iniziare a scaldare la macchina bellica, ostentando provocatoriamente l’ennesimo allargamento della NATO verso est, e per questo scegliendo l’incolpevole Ucraina come agnello sacrificale, già allevato con cura per l’ascesa al potere di un premier fantoccio (dalla fiction alla realtà) tramite una banale ma efficace operazione mediatica “hollywoodiana”; 2) si avverte l’Europa che la Russia sta ammassando truppe al confine dell’Ucraina, suonando l’allarme più volte, anche se l’invasore non mostra alcuna fretta nell’agire e temporeggia; 3) una volta aperte le danze, si forniscono armi all’Ucraina (in verità di scarsa efficacia, allo scopo di far durare il conflitto il più possibile) e, soprattutto, si attivano sanzioni economiche contro la Russia che ricadono tutte sull’Europa.

Prova ne è che più si incrementano le sanzioni più il rublo si rafforza, più durano le ostilità e più la Russia conquista territori appropriandosi di un cospicuo bottino di guerra, mentre le economie europee, soprattutto le più fragili come quella italiana, iniziano a subire pesanti ripercussioni che si traducono in vertiginosi aumenti del gas e dei carburanti, ossia benzina sul fuoco dell’inflazione che brucia a livelli mai visti dal 1986, mentre le retribuzioni dei lavoratori sono ferme al palo dall’anno 1990. Più Putin chiude i rubinetti del gas e più crescono i profitti per l’impennamento dei prezzi, con gli americani che corrono in soccorso dell’Europa fornendo (ma non si sa come e quando) il loro gas liquido (che però va rigassificato, e quindi addio transizione ecologica?). Gli analisti, anche i più avvertiti, avevano sentenziato che l’obiettivo degli USA era indebolire Putin per provocare un “regime change” (di fatto inutile), mentre la vera preda era e rimane l’Europa.

E’ quindi del tutto evidente che l’Europa, “vaso di coccio” tra vasi di ferro, questa falsa Europa che non tutela i popoli ma gli interessi dell’alta finanza statunitense, mostrandosi supina ai suoi guru ammantati di un filantropismo fin troppo esibito per non sembrare fittizio (Bill Gates in primis), abbia aperto porte e finestre alla subdola avanzata a stelle e strisce (che alla fine non dispiace neppure a Putin), e tutto ciò grazie ad una presidente inconsistente come la carta velina ed un ex presidente BCE il cui credo più intimo è “whatever it takes” (a qualunque costo), tenuto conto del grave indebolimento dei leader di Francia e Germania. In questo scenario l’Italia, come la storia insegna, assume un ruolo centrale e strategico. Per questo motivo la presenza al potere di Mario Draghi diventa una priorità assoluta anche successivamente alle elezioni politiche del 2023 e qualunque sia l’esito delle urne, presenza garantita dalla “incostituzionale” rielezione di Mattarella.

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