Democrazia volant, dittatura manent

di Salvatore Fiorentino © 2022


Così come chi è davvero intelligente non si sognerà mai di affermarlo, chi è onesto non lo dice ma lo fa, chi è realmente democratico non additerà mai gli avversari alla stregua di “fascisti” da bandire dalla contesa politica, ma si sforzerà di spiegare le proprie ragioni al fine di ottenere il consenso sul merito della propria visione, delle proprie idee, dei propri programmi. Ma, talvolta, come accade spesso in Italia, ai sedicenti “democratici” – guardacaso – manca proprio la visione, le idee e i programmi. Sicché resta l’antifascismo ad orologeria (in vista delle elezioni) quale ultima trincea (gli/le intellettuali à la page si dilettano col “barrage“) contro le destre purchessia, anche se poi la toppa è peggio del buco e la democrazia rimane in cenci. Ma se esistono i “mostri” Berlusconi, Salvini e Meloni la colpa (o il merito, secondo alcuni) non è che di codesti “migliori” e “democratici”, in quanto “creature” partorite dalla ultra “ventennale” ed infeconda insipienza di questi ultimi.

La democrazia è un attimo, va colta (carpe diem) e coltivata (cultura) giorno per giorno. E’ un bene estremamente volatile (allo stato gassoso tipico dei periodi di crisi economica, sociale e politica), da maneggiare con cura (dal basso verso l’alto) altrimenti rischia di disperdersi nell’atmosfera o andare irrimediabilmente in frantumi. Per questo motivo, non si possono scientemente minare le fondamenta della Repubblica, quali la sanità, il lavoro, l’istruzione, la giustizia, l’ambiente, per poi presentarsi, come fanno adesso i “democratici”, alle affrettate elezioni sulle ali di una campagna mediatica per “i diritti”. Ma di quali diritti si parla se quelli fondamentali (che riguardano tutti i cittadini) sono stati già pregiudicati? Per questo occorre oggi chiedersi, a latere di ciò che ne appare il letto di morte, quanti anni (mesi o giorni?) abbia realmente vissuto la democrazia nei 76 anni (la vita media di un italiano) della Repubblica, nata in quel frangente del referendum del 2 giugno 1946.

Disse tra sé e sé il principe di Salina, ormai esanime, da lì a poco dall’agognato incontro con la Signora delle Stelle: “Ho settantatré anni, all’ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto, un totale di due… tre al massimo.” E i dolori, la noia, quanto erano stati? Inutile sforzarsi a contare: tutto il resto: settantenni“. Ed in vista del suo funerale del 25 settembre 2022, fissato dal siciliano celebrante Mattarella, siamo in grado di stimare quanti giorni, mesi, anni (?) abbia veramente vissuto la ormai defunta democrazia in Italia? A spanne, come preconizzato dall’ultimo dei Gattopardi, saranno stati al più due o tre. Certo lo furono i momenti in cui si affermarono i diritti dei lavoratori, con lo Statuto del 1970 (legge n. 300/1970) che, tra le altre cose, pone a fondamento del rapporto di lavoro la “dignità” della persona. Così come lo furono quei provvedimenti “per incrementare l’occupazione operaia, agevolando la costruzione di case per lavoratori” (piano INA-Casa).

E sul versante dei diritti civili, quelli che stanno oggi a cuore ai sedicenti “democratici”, certamente la democrazia visse in occasione dei referendum popolari, come quello del 12-13 maggio 1974 in cui fu respinto il tentativo (promosso da DC, MSI) di abrogare la legge (del 197O) che istituiva il divorzio, o come l’altro in cui fu parimenti respinto il tentativo di abrogare la legge (del 1978) che consentiva (seppur con le opportune cautele) l’interruzione volontaria della gravidanza. Mentre, sempre in occasione di altri referendum, la democrazia iniziò lentamente a morire quando ne rimasero dolosamente disattesi gli esiti, come accadde per le consultazioni in materia di legge elettorale del 1991 e 1993. E fu certamente un momento in cui la democrazia visse la notte di Sigonella, tra il 10 e l’11 ottobre 1985, nella quale fu affermata la sovranità nazionale nei confronti degli USA, legibus soluti in qualità di autoproclamati gendarmi del mondo a qualunque costo.

Al funerale della democrazia del 25 settembre prossimo, siccome è un funerale di Stato, da cittadini, democratici nei fatti e non nelle parole, non bisogna andare, perché è lo stesso Stato il mandante di questo eccidio destinato a restare impunito, come le presupposte stragi sin da Portella della Ginestra a quella di via D’Amelio. Occorre rifiutare la morte della democrazia, la sua celebrazione, i discorsi di circostanza degli apparenti “democratici” che invece agognano l’affermazione della loro dittatura, “whatever it takes”, come nella lettera e nello spirito del loro beniamino, il banchiere neoliberista monetarista Mario Draghi, chiamato per svendere ciò che rimane del patrimonio pubblico e privato del Belpaese, per impoverire la classe media e gettare sul lastrico le fasce deboli della popolazione, allo scopo di procacciare nuovo alimento per una élite parassitaria che ha come unico assillo il mantenimento dei lauti privilegi. E che ciò sia a scapito del popolo è solo un dettaglio.

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