Lettera ad un professore

di Salvatore Fiorentino © 2022


Caro Professore, di ritorno da una magnifica serata in una delle nostre località marinare più belle, non posso non osservare come siamo capaci, e molto, noi catanesi e siciliani in genere, a vivere in miseria morale e anche materiale nonostante la natura sia stata con noi molto generosa. Ci sono state donate risorse paesaggistiche, culturali e soprattutto umane che altri ci invidierebbero e ci invidiano. E di cui farebbero tesoro. Mentre noi siamo affetti da un morbo incurabile, almeno la parte peggiore di noi, quello della superbia a qualunque costo, quello dell’orgoglio sterile e dell’arroganza implacabile.

In questo sfondo si muovono, si agitano, si dimenano quelli che Sciascia non arrivò (per ragioni anagrafiche) a definire e che si possono definire “servi randagi”, ossia quella particolare ed apicale subspecie che sovrasta la nutrita e variegata schiera dei “servi morali”, ossia di coloro che passando da un padrone all’altro sono perennemente alla ricerca di un rifugio dove covare il prossimo tradimento. Per calcolo, per interesse personale, per miserabilità dell’essere e dell’agire. Parassiti immondi che altrimenti non potrebbero raggiungere le immeritate postazioni dove si allocano. E sin qui nulla di nuovo sotto il sole d’agosto, di una notte di mezza estate.

Perché le dolenti note non sono ancora queste, caro Professore, ma riguardano la parte migliore di noi. Catanesi e siciliani in particolare. Difatti, questi secondi sono soliti disinteressarsi, chiudersi nella loro piccola o grande torre d’avorio, coltivare il proprio interesse ideale, ammirando quanto di splendido c’è in questa terra, ma passando oltre disdegnati e rassegnati di fronte ai cumuli fumanti di immondizia che è meglio non vedere e non sentire. Di certo non si muove un dito per rimuoverli, non ci si sporca le mani, questo è un compito che spetta sempre ad altri. E qui, dopo Sciascia, dobbiamo chiamare in causa Tomasi di Lampedusa, che ben descrisse l’animo dei “nobili”, di coloro che anelano all’oblio, alla stasi eterna, al voluttuoso corteggiamento del nulla, che si impiccano su una questione di principio o si rovinano la giornata per una piccola macchia di caffè sulla camicia candida.

Titta Scidà, non a caso, tuonava: “… Catania condanni sé stessa …”. Perché è la classe cosiddetta dirigente, gli “ottimati”, l’ “aristocrazia”, l’ “intellighenzia”, ad avere le più grandi ed imperdonabili colpe. Perché troppo adusa alla frequentazione di salotti asfittici e alla condiscendenza verso i salamelecchi, all’inchino verso i gran visir, troppo prudente nel riconoscere ed estirpare il male che cresce dentro sé stessa, pavida ed inconcludente nel momento di passare all’azione e alla dichiarazione dei fatti e della verità. Talvolta, spesso, persino omertosa e contigua con le centrali del malaffare, scivolando da un compromesso morale all’altro verso l’abisso dell’ignominia, ritenendo che basti non rubare per mantenere il proprio status di rispettabile persona “perbene”. E’ ovvio che non basta.

Tutto bene quel che inizia bene, sicché le mirabili azioni antimafia si risolvono con retate di pesci piccoli piccoli, carne da macello che serve sia al malaffare che ai benpensanti per far riposare la coscienza in un cuscino ovattato, sicché i grandi affari illeciti siano circonfusi di un’aura di santità, perché benedetti da una cortina di silenzio, dove è segno di educazione e rispetto girarsi dall’altra parte al momento opportuno, non affondare mai il colpo sui compagni di salotto, dove i protocolli condivisi, dal galateo alla legalità, sono vaghe ed inoffensive dichiarazioni di intenti all’ombra dei quali dormire sonni tranquilli e realizzare i propri sogni d’oro. Così tra feste pseudoreligiose e nuove religioni calcistiche, diatribe accademiche dai toni surreali, il tempo non sembra passare mai, e l’immondizia si accumula, ancorché differenziata, all’uscio delle nostre coscienze. Per questo, comunque vada sarà un insuccesso.

(3 agosto 2016)

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