La buropolitica

di Salvatore Fiorentino © 2020

Nell’epoca di tutte le crisi possibili, nel momento che è invalsa la convizione dell’ineluttabiltà di una perenne krisis intesa in senso negativo, come peggioramento continuo dello status quo, ciò che è venuta meno è la “politica”. Nel senso autentico, alto, effettivo, concreto del termine. La società, da almeno quaranta anni, non produce più uomini (e donne) capaci di assumere uno spessore “politico”, di rivestirsi di una caratura in grado di avviare, di provocare, cambiamenti epocali per interi paesi e anche regioni del mondo. E’ un fenomeno diffuso globalmente, che si evidenzia in primo luogo nei cosiddetti paesi “evoluti”, le democrazie occidentali, Europa in testa, dove la politica presenta un costume “burocratico”.

Non è quindi un caso che, guardando all’Italia, l’ultimo presidente del consiglio dei ministri effettivamente “politico” – a parte le stelle cadenti Letta, Renzi, Gentiloni, D’Alema che non fanno testo in quanto espressione di alchimie di palazzo, con vizio di incostituzionalità per la triade piddina – sia stato nientemeno che Giulio Andreotti, il quale concluse la sua pluriennale esperienza di governo il 28 giugno 1992. Dopo il nulla, dato che i Berlusconi e i Prodi non possono certo considerarsi, nel senso che qui si vuole intendere, “politici” ma altro, burocrati o imprenditori “prestati” alla politica, quali surrogati di figure scomparse sulla scena dopo l’estinzione della generazione degli esponenti della cosiddetta “prima repubblica”.

Il dato allarmante, in quanto di assuefazione pubblica, consiste nel fatto che, a fronte di questa evidente patologia della politica, non solo non si sia applicata una terapia, per quanto palliativa, ma addirittura non si sia neppure ricercata una diagnosi, per quanto infausta, dato che si è continuato a magnificare se non ad osannare figure tecnocratiche come gli Amato, i Ciampi, i Prodi, i Monti e, last but not least, i Conte, in una sindrome dell’horror vacui. Del resto dove sono i politici propriamente detti? Possono considerarsi tali i Di Maio, i Fico, le Casellati, i Salvini, le Meloni, e tutto il sottobosco di cespugli che si agitano per non perdere la loro posizione di privilegio contraffatta come tutela della rappresentanza delle minoranze?

Un esempio attuale e lampante delle conseguenze di questa scomparsa della politica è cristallizzato nelle recenti dichiarazioni rese dal ministro della salute, Speranza, nel momento in cui ha affermato che la decisione di individuare le zone “rosse, arancioni e gialle” secondo cui suddividere il territorio nazionale a seguito dell’emergenza da “coronavirus” è stata “automatica”, in applicazione di quanto rapportato dalle strutture tecno-scientifiche, con la evidente insoddisfazione di pressoché tutti i cittadini, sia quelli che invocavano ancora maggiore rigore, sia quelli che invece non comprendono le decisioni adottate dal governo, proprio perché frutto di un automatismo tecnocratico che sfugge ai non addetti ai lavori.

Ecco che in difetto della “politica” inizia a sgretolarsi anche la “democrazia”, dato che ciò che viene designato dalla radice di questi due termini, ossia polis e demos, è intimamente correlato, per darsi luogo a forme di governo ibride e persino occulte, dove le decisioni non sono frutto di scelte condivise, ma imposte da enti (entità) sganciati dal controllo degli elettori, questi ultimi sempre più isolati e videosorvegliati, contrapposti tra loro in un processo di nebulizzazione sociale che preclude ogni forma organizzativa, lasciando spazio solo alle estreme conseguenze, quelle della protesta di piazza, facilmente neutralizzata dal “potere” con l’infiltrazione di frange eversive, sempre docili con chi le lega al guinzaglio.

(07 novembre 2020)

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