La sindrome di Matteo

di Salvatore Fiorentino © 2021

Nella politica italiana, ve ne sono solo due. Di leader (ducetti secondo alcuni) che portano il nome di battesimo il cui significato è “dono di dio”, al secolo Matteo, il cui santo omonimo è considerato il patrono di banchieri ed esattori. Nomen omen, tra Banca Etruria, Consip, 49 milioni di euro e fiumi carsici di rubli. Il primo “democratico”, il secondo “sovranista”, a modo loro, con un amore segreto, ma non troppo, condiviso tra alti e bassi: il Cavaliere di Arcore caduto da cavallo, tra patti del Nazareno ed alleanze elettorali, che li ha benevolmente allevati negli studi tv dell’allora Fininvest, quando da giovanissimi, calcavano le scene dei programmi di inebetimento di massa, come la “ruota della fortuna” ed “il pranzo è servito”.

Poi, tanto il toscano quanto il padano, non sapendo bene cosa fare nella vita, ma avendo ben chiaro che il lavoro, quello vero, non fosse affare per loro, decidono di dedicarsi alla politica. Il toscano nasce nel PPI, di cui diventa segretario provinciale nel 1999, ricoprendo lo stesso ruolo, nel 2003, nella transitoria forza post-democristiana denominata “La Margherita”. Presidente della provincia di Firenze dal 2004 al 2009, quando viene eletto sindaco della città “culla del Rinascimento”. Nel 2010 parte alla guida della rottamazione del PD, di cui diviene segretario nel 2013. Dopo la celebre frase, “Enrico stai sereno …”, diviene il più giovane presidente del consiglio italiano, ancorché non eletto in nessuna delle due camere.

Il padano si iscrive alla Lega Nord nel 1990 e nel 1993 è eletto consigliere comunale. Si fa notare per la difesa del centro sociale milanese “Leoncavallo”, contro il quale l’allora sindaco leghista Formentini minacciava lo sgombero. Nel 1998 assume la carica di segretario provinciale e nel 2004 viene eletto al parlamento europeo; ma nel 2006 torna a fare il consigliere comunale come capogruppo. Segretario della Lega Lombarda nel 2012 e segretario federale della Lega Nord nel 2o13. L’anno successivo fonda “Noi con Salvini”, una lista pensata per il radicamento nei territori del centro e del meridione, sicché alle politiche del 2018 il partito viene denominato “Lega”. Diventa vicepremier del governo “giallo-verde”.

La sindrome di Bruxelles. Sia per il toscano che per il padano è fatale il successo ottenuto alle elezioni europee. Il primo, al tempo premier in carica, sfonda la soglia del 40%, ottenendo il miglior risultato mai raggiunto dal PD. Ma è l’inizio della fine. Credendo di avere conquistato il popolo, si avventura nella impervia via delle riforme costituzionali a colpi di maggioranza, infine venendo sconfitto al referendum del 2016, con un secco 60% di NO. Si dimette da premier e successivamente da segretario del partito. Analoga sorte tocca al padano: alle europee del 2019 fa il pieno di consensi, e la Lega diviene il primo partito italiano col 34%. Da qui la crisi di ferragosto, con sfiducia al governo Conte. Viste le reazioni ci ripensa. O no?

L’auto-ribaltone. Il padano, accaldato dai troppi selfie da spiaggia, non si rende subito conto che il consenso precipita, sia nelle piazze meridionali che nei social a lui tanto congeniali, producendo l’indesiderato effetto di resuscitare l’altro Matteo, che era dato ormai politicamente morto e sepolto. Del resto non si era mai visto un ministro, nonché vicepremier, sfiduciare il governo di cui continua a fare parte. Così, dopo il ferragosto tenta una ridicola marcia indietro. Ma quando il gioco si fa duro i duri reggono il gioco, ed esce fuori la determinazione, il coraggio e l’indipendenza del premier Conte, che accetta la sfida di Salvini e rilancia, mettendo tutto nero su bianco. Ci vediamo in parlamento. La crisi è servita.

(16 agosto 2019)

Post scriptum

Recovery Plan. Con il parto del governo “giallo-rosa”, che succede a quello “giallo-verde”, il toscano ritorna sulla ribalta politico-mediatica, mentre per il padano si avvia la stagione del declino. Nessuno può ancora prevedere cosa sarebbe accaduto dopo pochi mesi a causa dell’insorgenza della pandemia da “coronavirus”, ma tutti si aspettano che, presto o tardi, colui che aveva fortemente spinto per il varo del “Conte II” sarebbe stato lo stesso a volerne decretare la fine. Come è puntualmente avvenuto allo spirare dell’annus horribilis, il 2020. Nessuno è perfetto e il premier Conte finisce per azzerare il grande merito di aver ottenuto il Recovery Plan in Europa a causa dell’incapacità mostrata dal suo governo nella realizzazione di un programma adeguato.

L’auto-sfiducia. Più lesto di un ladro, il toscano approfitta dell’impasse, e si scaglia contro il “suo” governo, manifestando una personale avversione nei confronti del premier che egli stesso aveva da poco più di un anno preteso a spada tratta, persino nei confronti dei pentastellati alquanto riottosi verso “Giuseppi”. Il padano, essendosi già scottato, osserva a debita distanza di sicurezza, ostentando un buonismo posticcio. Le opposizioni si affrettano a smentire la loro disponibilità a fare da stampella per un “Conte III”, mentre torna ad aleggiare lo spettro di Draghi, uomo della finanza internazionale. Qualcuno invoca persino l’ex presidentessa della Corte Costituzionale, Cartabia. E di andare a nuove elezioni non se ne parla, fa trapelare il capo dello stato.

La storia si ripete almeno due volte. Se la prima crisi del governo Conte non è stata una tragedia, la seconda è già una farsa. Ma stavolta il Matteo di turno ha un’ottima spalla: Beppe Grillo. Il quale, in tempo di Covid-19, si è già lavato le mani, lasciando intendere che non difenderà il suo premier (il “Conte II” fu sostenuto oltre che da Renzi anche da Grillo che strigliò al riguardo l’allora capo politico Di Maio che metteva i bastoni tra le ruote al bis). La crisi è quindi figlia del progressivo ed inarrestabile sfaldamento della prima forza politica (33%) uscita dalle urne delle politiche del 2018 e che oggi ha più che dimezzato i consensi tra i cittadini. La soluzione meno traumatica sembra quindi quella di un “Conte III” senza Italia Viva e con il ricambio dei ministri pentastellati.

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