Conte e il “cavallo di Troika”, al tempo dell’Apocalisse

di Salvatore Fiorentino © 2021

La storia insegna, ma non viene studiata adeguatamente nelle scuole. Si pretende di infarcire le giovani menti di una mole di fatti del passato, proprio nel momento in cui queste menti hanno la massima proiezione verso il futuro. Sicché molti, in età più matura, non si orientano tra i secoli, per non dire tra i millenni, spesso ignorando del tutto la storia contemporanea. Non c’è tempo, si dice, per completare il programma didattico. Ma la verità è che manca il senso della storia. Vergata dai vincitori e subita dai vinti, è vero. Ma non mancano certo i “controcanti” alle letture di potere se non di regime, non mancano i “samizdat”, gli scritti a qualunque titolo redatti da chi abbia la forza (e c’è sempre qualcuno) di dissentire, di dire no.

La storia dovrebbe essere studiata per punti nodali, per punti critici, tralasciando tutto il resto. Soffermandosi su quei tornanti in cui l’umanità abbia svoltato da una parte o dall’altra, con tutte le conseguenze che ne siano derivate. Evidenziando gli errori, gli orrori soprattutto, di quelle scelte che condussero verso il baratro, verso la negazione, l’annichilimento, della concezione di civiltà, di comunità, di cittadinanza. Affinché non si ripetano, nelle molteplici forme in cui possono ripresentarsi. Anche sotto le mentite spoglie dei “salvatori” della patria, che per incoscienza o per calcolo mefistofelico, riescano a condurre decine di milioni di persone verso scenari apocalittici, verso destini infausti, di sudore, lacrime e sangue. Dicono.

Piazza San Pietro, Preghiera del Papa per la pandemia

Il virus che fece traboccare il mondo. Al di là dei fatti e dei protagonisti, la storia ci consegna una verità che pare difficile contestare: il mondo, nella sua evoluzione/involuzione, non ha mai raggiunto una stabilità, un equilibrio (dovrebbe?). Ci sembra quindi del tutto “normale” (quanto meno inevitabile) che, seppur in un’epoca in cui ci riteniamo all’apice del progresso tecnologico (che non manchiamo talvolta di idolatrare), esistano ancora guerre in ogni parte del globo, disparità abissali tra esseri umani, un perenne stato di precarietà che si è diffuso tra i popoli nonostante la produzione di ricchezza sia cresciuta (ma non redistribuita). Un vaso stracolmo, che attendeva la fatidica goccia per traboccare (è bastata una particella).

Nulla avviene per caso, ma non del tutto. Cosa ci fa in un momento epocale, quale quello dell’attuale crisi da coronavirus, un avvocato professore di diritto civile alla guida di uno dei paesi più colpiti? Giuseppe Conte (al secolo Giuseppi) probabilmente se lo sarà chiesto, anche se ha mostrato di saper assumere la immane responsabilità di dover guidare una nave da sessanta milioni di abitanti in un mare che se non prometteva bonaccia sicuramente non lasciava presagire venti di tempesta così drammatici. Soprattutto quando, dopo aver invocato aiuto a quello che si immaginava il porto sicuro dell’Europa, si è sentito rispondere che per l’Italia non c’era spazio, se non sottostando al più odioso dei ricatti: “o la borsa o la vita”.

Timemus Danaos et dona ferentes. Di fronte ad un paese dato troppe volte (e troppo ad interessato sproposito) come un malato terminale, un dead man walking, si è assistito di frequente all’alzarsi in volo di stormi di “euroavvoltoi”, a cominciare dalle nostrane “menti raffinatissime” che hanno condotto allo smantellamento dell’industria di stato e alla svendita dei “gioielli di famiglia”. Al resto hanno provveduto le oscure figure che negli anni si sono avvicendate in quella centrale di potere che viene definita come la “Troika”, invero famigerata. Tra queste ultime si è certamente distinto Mario Draghi, presidente della BCE sino al 2019. Che oggi, vestiti i panni del patriota socialista, si offre a disposizione dell’Italia.

(28 marzo 2020)

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