Biancastro

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il buon Bianco si vede dal mattino, e qualcuno pensava che Bianco fosse un sindaco illuminato, qualcuno lo pensava agli inizi degli anni ’90. In verità si trovò sospinto dall’onda d’urto di Tangentopoli da una parte, da quella delle stragi di mafia dall’altra, in quel 1992 anno orribile per la Repubblica. Così come accadde per Orlando, quello che il sindaco lo sapeva fare. Solo che Orlando aveva alle spalle solidi studi con personaggi del calibro di Hans Georg Gadamer, con il quale la leggenda narra che condividesse sane bevute di buon vino, il che ne corroborava le discussioni filosofiche. Bianco sembra invece astemio. E anche digiuno, da ormai troppi anni, dei fondamenti della democrazia che dovrebbero essere il pane quotidiano per un uomo pubblico eletto sindaco direttamente dal suo popolo.

Si era illuso di poter imbonire, come un qualsiasi Berlusconi o peggio un qualunque Renzi – peraltro ultimamente costretto a barricarsi dietro i manganellatori democratici – la città, ora metropolitana, di Catania, facendo squadra con altri furbetti locali che piano piano, senz’arte né parte, avevano preso il posto di coloro che quanto meno ne furono maestri, di cultura, di politica e di senso delle istituzioni. Ma quando ha iniziato a trescare con la peggiore politica, dai Firrarello ai Lombardo, è iniziato il suo declino politico, perché la gente, la sua gente, non lo riconosceva più, dato che il Bianco iniziava a ingrigire, per divenire, piano piano, non più lindo e splendente, ma senza smalto e, come dire, non più tanto Bianco. E da qui alla recente convocazione alla Commissione nazionale antimafia il passo fu molto breve.

Riesce a superare i fallimenti clamorosi della sua esperienza politica nazionale, per non aver ben figurato, dicono gli addetti ai lavori, nel ruolo di Ministro dell’interno, oltre che per essere rimasto invischiato in faccende non proprio popolari, ancorché non sia emerso nulla di illegittimo a suo carico, come quella dei rimborsi di cui beneficiava al tempo della Margherita, transeunte partito, tempo in cui i partiti ebbero una predilezione botanica, di cui sappiamo essere il Nostro pioniere ed estimatore, piantumatore incallito di vasi da fiori nella città che però rimane ancora oggi priva di verde pubblico, priva di spazi aperti degni del suo ruolo di citta costiera del Mediterraneo, dove non si riesce neppure a realizzare una pista ciclabile che si possa definire tale, nonostante le ingenti risorse che vi sono state destinate.

Tralasciando ulteriori dettagli della biografia politica che sono ampiamente noti, attendiamo di poter scrivere l’epilogo di un’esperienza che attraversa tutta la seconda repubblica per giungere alle soglie della terza in modo alquanto deludente e persino triste. Perché quando si ha una maggioranza per governare, quando non si ha una vera opposizione in consiglio, quando si gode degli appoggi di tutti i poteri forti, della stampa di regime, delle istituzioni di controllo, dei poteri finanziari, del mondo professionale e accademico, della chiesa e quant’altro, non ci si può permettere di intimidire mezzo querela un ragazzo brillante e coraggioso come Matteo Iannitti, per aver egli espresso una libera opinione politica.

Ragazzo che, da solo, ancora studente, osò sfidare il past rettore e il suo mentore Pier Ferdinando Casini quando questi comiziava abusivamente entro le aule universitarie, oltre che la famiglia Caltagirone che a Catania regalò un ecomostro sul porto in pieno centro storico, a due passi dalla piazza Duomo. Né altresì ci si può permettere di intimidire querelando un ragazzone, non tanto all’anagrafe ma sicuramente nello spirito, come Marco Benanti, un giornalista fuori dal coro, uno dei pochi dai quali si possono apprendere ancora oggi a Catania le notizie scomode che le sorde stanze dei palazzi del potere vorrebbero custodire gelosamente entro le loro mura intrise di chissà quali scandali e scandaletti.

Giovani entrambi rei solo di non aver perso, nonostante vivano ed operino in una Catania aggressiva e corrosiva anche per gravi colpe di chi ora li accusa ingiustamente, quello smalto e quella lucentezza della propria coscienza che è forse in vero motivo di invidia di uno che guardandosi allo specchio vede solo un Biancastro, non altro che una figura deturpata di quello che si credette fosse o volesse essere per i suoi cittadini, alla stregua di un Dorian Gray in salsa sicula, che non accettando l’immagine riflessa dallo specchio che due onesti “ragazzi” hanno avuto l’ardire di mostrargli, si scaglia contro la rappresentazione di sé stesso, in un disperato tentativo di tagliare la tela del proprio insuccesso morale prima ancora che politico.

(5 novembre 2016)

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