Conte e il golpe di Carta

di Salvatore Fiorentino © 2021

Nel momento in cui il paese ha dato grande prova di responsabilità, disciplina, tenacia e persino di solidarietà, nel momento che tanti italiani hanno dato il meglio di sé per gli altri, nel momento in cui è stata incrinata la sicumera dei tedeschi, perché il virus non ha patria, nello stesso momento in cui si prova, con difficoltà ma anche con fiducia, a ripartire, ecco che il premier Giuseppe Conte viene investito da un inaudito fuoco nemico e amico, che ha comunque il merito di aver sgombrato il campo da dissimulazioni e doppiezze di ogni sorta. Gli osservatori più avvertiti, anche distanti da Conte ma senza pregiudizi, non hanno mancato di riconoscere al presidente del consiglio doti di serietà e affidabilità, equilibrio e autorevolezza, e che ciò, seppur in mancanza di un vero e proprio talento “politico”, abbia consentito all’Italia di affrontare nel migliore dei modi un evento epocale non prevedibile. Non rileva, quindi, dare conto dell’opinione di chi ha sin dal primo momento intravisto qualità adeguate in questa figura nuova che si affacciava timidamente sulla ribalta quanto mai chiassosa e litigiosa dell’agone politico, popolato da ciarlatani, nani e ballerine, per tacere di sconsiderati irresponsabili che non si ravvedono neppure di fronte alla tragedia delle migliaia di morti, di chi oggi mostra il suo vero volto disumano e spregevole. Mentre è innegabile che, tra mille spinte e controspinte, la tornata elettorale del 2018 abbia avviato un cambiamento, e ciò nonostante le evidenti e gravose inerzie di un “sistema” che si dimostra refrattario ad un governo non solo per conto, ma anche in nome del popolo.

Carta Cartabia
Carta canta, si dice. Ma ora a “cantarle” al premier è nientemeno che la presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, che il piede in politica lo aveva già messo la scorsa estate, nel momento della crisi del Conte I, pregustandone l’esito infausto, riscaldando i motori per assurgere ad un cursus honorum che ha un solo ed inquietante precedente, quello del “governo tecnico” di Carlo Azeglio Ciampi, subito dopo traslocato al Quirinale. Ora la presidente, in singolare sincronismo con gli attacchi concentrici portati da più parti contro il Conte II, non trova di meglio che esternare a ripetizione, strumentalizzando il ruolo che ricopre, per lanciare strali e bordate delegittimanti verso l’esecutivo, in un’attività del tutto irrituale, esercitata pubblicamente, che ha prestato il fianco non solo agli oppositori politici ma anche a chi, come Renzi, seppur minus inter pares nella maggioranza che sostiene il governo, oggi brandisce scompostamente una “immoral suasion” pro domo sua. Sicché la ex docente di diritto costituzionale, originaria di San Giorgio su Legnano, piccolo paesino dell’area metropolitana milanese, dopo aver scalato tutti i gradini della carriera accademica, anche bruciando le tappe in modo che appare insolito se non anomalo persino per gli enfant prodige e i figli d’arte (dal 1993 al 1999 ricercatrice, dal 1999 al 2000 professore associato e immediatamente, dallo stesso anno 2000, professore ordinario), vantando aderenze al controverso mondo di Comunione e Liberazione sin da studentessa, approda nel 2011 alla Consulta, di cui diviene la prima presidente donna alla fine del 2019.

Renzi medium
Dopo una serie interminabile di capriole mortali, il Matteo “democratico” della politica italiana riesce a superare l’unico medium sinora in carica nel centrosinistra, ossia quel Romano Prodi, oggi padre nobile (e decaduto) del PD, che organizzò la famigerata seduta spiritica con la quale si sarebbe dovuto salvare Aldo Moro al tempo del rapimento delle BR. Renzi, al contrario, non ha alcuna intenzione di salvare il governo Conte, che spera di tenere in ostaggio sotto una minaccia che appare al tempo stesso ridicola e spuntata (Conte, lapidariamente, si è limitato ad affermare che “la maggioranza c’è”, forte di un sostegno allargato che alla bisogna non mancherebbe in parlamento) anche se non può affondarlo, dato che ciò declarerebbe la sua definitiva fine politica e una uscita di scena ingloriosa tra gli improperi dei cittadini, che di certo non tollererebbero, in questo momento drammatico, giochi di palazzo di ogni sorta. Pertanto, il bulletto di Rignano sull’Arno si limita a sparare a salve, minacciando di staccare la spina, anche se per farsi ascoltare da qualcuno è condannato a spararle sempre più grosse, a costo di urtare la decenza ed il ritegno, offendendo la sensibilità, ma anche il dolore, dei “congiunti” (termine che secondo la più che zelante Carta Cartabia necessita di una circolare esplicativa da parte del governo) di quei cittadini, ad oggi 27.967, che sono morti a causa del Coronavirus. Secondo Renzi, leader del partitino del 2% il cui nome è una chiara invocazione alla sopravvivenza (Italia Viva!), questi morti parlano, ci dicono che bisogna “riaprire” l’Italia.

La Carta degli esoterici

Ed in questo trambusto non poteva mancare l’appello dei giudici (non costituzionali) al rispetto della Carta, asseritamente gettata per terra e calpestata dal presidente Conte. Sicché un drappello di “giusperiti”, tra cui figurano magistrati di sicuro valore ed indipendenza, rileva una grave lesione della Costituzione nella gestione dell’emergenza causata dalla pandemia in atto, e precisamente con riferimento alla ravvisata violazione della “riserva di legge” di cui all’art. 13, secondo la quale la libertà personale è inviolabile. L’unico limite di questa iniziativa, che certamente offre degli spunti di riflessione, è la apparente preclusione alla partecipazione al dibattito dei “quisque de populo” che vorrebbe tutelare, appunto nell’esercizio pieno e libero dei diritti di rango costituzionale di costoro. Nel merito, in disparte le considerazioni preliminari volte a stigmatizzare comportamenti irrituali e lessico inappropriato (“concedere libertà”) di governanti a tutti i livelli (dai sindaci sino al presidente del consiglio dei ministri, passando per i presidenti di regione) che, a dire degli esponenti, mortificherebbero il cittadino alla condizione di “minus habens”, suddito in balia dei capricciosi se non surreali ordini dell’autorità, viene avanzato il timore che siffatte prassi potrebbero determinare un vulnus permanente nella “costituzione materiale”, causando una sorta di assuefazione alla limitazione delle libertà costituzionali. Vero è che il fine non giustifica i mezzi, così come che la legge non è un fine ma un mezzo. Ed ai giudici (anche costituzionali), che ne sono sottoposti, non compete un ruolo “sacerdotale”.

(1 maggio 2020)

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