Cassazione siciliana

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dalla cassata alla cassazione il passo è breve. Si tratta di un trionfo di bontà, di origini arabe, che rappresenta il tripudio delle fragranze zuccherine ed aromi esotici sedimentati in terra di Sicilia. La cassata è il terzo grado della pasticceria, inappellabile, così come lo sono di fatto certe archiviazioni siciliane intinte nello zucchero e miele, con sentori speziati indescrivibili. Una specialità che tutto il mondo ci può a buon diritto (la parola cade non a caso) invidiare. Resteranno quindi delusi il presidente della regione che diventerà bellissima e il suo assessore lombardiano che fa rima con maramao, i quali avevano proposto l’istituzione di una sezione della Suprema Corte a Palermo, in un rigurgito di orgoglio real borbonico.

Perché oggi rivive nei fatti la vecchia istituzione che fu avviata nel 1819 e che sino al 1923 ebbe competenze anche in materia disciplinare su tutta la magistratura dell’Isola. Ne dà conto il marchese Leopoldo De Gregorio in un accorato discorso di commiato pronunciato nell’ultima udienza tenutasi il 27 ottobre 1923 a Palermo, nella storica sede di palazzo dei Chiaramonti. La cassazione di ogni speranza di cambiamento, di rinascita etica che non sia quella che serve alle élites per nobilitare le trame di potere torbido e talvolta occulto, quella che viene sbandierata da questa e da quella formazione politica che si presenta sulle ali dell’onestà, ma che a furia di declamarla vanamente la immola sull’altare dell’ipocrisia.

E se da Milano giungeva l’eco sordo delle grida spagnolesche (“resistere, resistere, resistere”), in terra di Sicilia risuonavano ben altre flautate e pastorali melodie (“archiviare, archiviare, archiviare”). Sicché questa dicotomia si leggeva in modo eclatante negli esiti giudiziari del lavoro investigativo del carabiniere per eccellenza, Carlo Alberto Dalla Chiesa, con il debellamento del terrorismo politico per un verso e l’annientamento professionale e umano di chi fu mandato a combattere disarmato la mafia politica, dal primo incarico presso la compagnia di Corleone nel 1949 sino alla conclusione tragica dei cento giorni a Palermo. Consentendo ad un misero mafioso come Leggio di intestarsi l’uccisione di Cesare Terranova.

Mafia e appalti. L’archiviazione del poderoso dossier che inquietava la politica italiana ad altissimi livelli, minacciando di fatto il programma che si era deciso nelle alte sfere del potere extranazionale, ossia di condurre per mani (pulite) gli eredi del PCI al governo del Paese, è forse la prima, ma non certo l’ultima, pietra miliare della “cassazione siciliana” dei tempi recenti. Porta la firma di due sostituti procuratori palermitani che faranno carriera, Scarpinato e Lo Forte, e viene accolta “burocraticamente” (su un modello prestampato di una pagina), con una acritica adesione (in due righe) alle tesi della procura, dal gip La Commare. Scarpinato si ripeterà con la monumentale richiesta di archiviazione “Sistemi criminali”.

Alla corte di Montante. Il 19 luglio 2012 l’allora procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, dal palco delle commemorazioni della strage di via D’Amelio, pronuncia una lettera ideale a Paolo Borsellino, puntando il dito contro i “sepolcri imbiancati”. Ne scaturisce un procedimento disciplinare proprio nel momento in cui Scarpinato è in corsa per il posto di procuratore generale di Palermo, il più prestigioso per la magistratura requirente siciliana. Qualche anno dopo, nell’indagine sul cosiddetto “sistema Montante”, emerge una richiesta di “raccomandazione” di Scarpinato a Montante, sia per il procedimento disciplinare che per l’agognata promozione. Ma l’indagine penale verrà archiviata a Catania.

(13 settembre 2020)

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