Così parlò Montante

di Salvatore Fiorentino © 2021

Se Calogero Antonio Montante fosse difeso da un avvocato diverso dal professor Taormina, forse saremmo giunti ad una svolta, dopo anni di sabbie mobili. E non solo per gli esiti delle vicende giudiziarie che hanno travolto l’ex paladino dell’antimafia, ma per le stesse sorti di tutto il vasto schieramento “antimafia”, quello delle carriere coltivate sul terreno della fertile eredità lasciata da chi è caduto sul campo di battaglia. Perché adesso l’avvocato del costruttore di biciclette in fabula ha imprudentemente dichiarato che Montante “parlerà”. Sicché, sempre a suo dire, può iniziare a tremare l’Italia, quella della legalità apparente, double face, che è evidentemente trasversale, attraversando la magistratura, la politica, le istituzioni, il mondo delle imprese e della finanza e quello connesso della comunicazione, sino al terminale ultimo delle mafie.

E’ difatti del tutto evidente che chi sia depositario di incofessabili segreti (di Stato), se intendesse davero rivelarli in tutto o in parte non lo anticiperebbe, dovendo ragionevolmente temere quanto meno per la sua incolumità. Sembra quindi un espediente, neppure tanto originale (si pensi al dico non dico di Graviano, risoltosi nel nulla di fatto), per tentare di suggestionare chi in alto loco lo ha designato come capro espiatorio, anello debole da sganciare per rinsaldare quella catena di poteri che lo hanno utilizzato come front man della legalità esibita e funzionale alla copertura di condotte tutt’altro che lecite e antimafiose, com’è sinora emerso solo in parte. Poco più che un tentativo, disperato, per ottenere qualche vantaggio personale che però potrebbe tradursi in un clamoroso boomerang.

Ma di cosa e di chi Montante dovrebbe parlare? Quale il suo primo argomento e quale il protagonista del suo racconto? Tutti si aspettano che parli del suo “padrino politico”, l’ex senatore antimafioso Giuseppe Lumia, che ha incarnato la quintessenza dell’antimafia politica da un quarto di secolo, dal post stragi degli anni ’90 ad oggi. Ed in effetti Montante aveva già iniziato a parlare di Lumia in un interrogatorio in carcere, quando riferì di una cena a Palermo a cui fu invitato proprio da Lumia. Durante il convivio l’ex senatore avrebbe caldeggiato la nomina al vertice dell’IAS (Industria acqua siracusana) della moglie dell’allora capocentro DIA a Palermo, un colonnello dei Carabinieri già comandante provinciale, poi arrestato perché ritenuto una delle “talpe” di Montante, coinvolto nel filone bis dell’indagine svolta dalla procura di Caltanissetta.

Mentre Lumia risulta coinvolto nel filone ter, sempre a Caltanissetta, il cui esito resta ad oggi un mistero, a parte le anticipazioni che fanno trapelare l’ipotesi di una archiviazione. Che probabilmente non potrebbe concretizzarsi se Montante decidesse di rivelare tutto ciò che sa, dato che, come è emerso dagli atti della Commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava, l’ex senatore del Megafono e del PD è stato un protagonista della stagione dell’antimafia di Montante, specialmente al tempo del governo Crocetta, di cui era il regista politico. Per cui, se Crocetta e Montante, oltre ad alcuni assessori di fiducia di quest’ultimo, sono stati travolti dalle accuse dei pm, appare verosimile che queste accuse possano lambire se non coinvolgere anche l’ex senatore di Termini Imerese, già componente della Commissione antimafia nazionale.

Ma Lumia, probabilmente, non sarebbe il principale argomento di Montante. Il quale sembra custodire segreti che se rivelati potrebbero portare ad una radicale revisione di ciò che è stato e che si crede sia stato il movimento antimafia, dal post stragi dei ’90 ad oggi, tra associazionismo, società civile, magistratura, politica e istituzioni. La sensazione è che le prime maschere a cadere sarebbero quelle dei non pochi magistrati siciliani, per lo più requirenti, che hanno intrattenuto rapporti più che istituzionali con Montante (e quindi con Lumia), nel sodalizio del fronte “antimafia”. Magistrati che hanno fatto carriera talvolta asserendo di essere gli eredi di Falcone e Borsellino, o quanto meno di averci provato. Magistrati che, tuttavia, hanno dato un contributo più che altro narrativo e commemorativo, che talvolta si è rivelato autocelebrativo.

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