I procuratori di Montante

di Salvatore Fiorentino © 2021

E’ emerso dalle cronache giudiziarie, forse per caso, forse per incidente – è noto che il diavolo costruisca pentole di eccellente fattura, ma che, ahilui, non sia capace di realizzare il benché minimo coperchio – che è esistita (e che esiste) una repubblica parallela a quella legale, sancita dalla Costituzione e consacrata dal voto democratico dei cittadini, una repubblica al cui vertice vi era un capo “fantoccio”, il classico personaggio costruito nel laboratorio di chi coltiva in modo occulto le proprie strategie di potere, annodando sagacemente i fili della politica, dell’informazione e, non ultima, della magistratura, con particolare riguardo a quella requirente. E’ una storia vecchia che periodicamente si ripete, sempre con nuovi protagonisti.

Come da manuale del potere occulto, non appena questo “capo” è stato colpito da indagini e condanne, si è trasformato immediatamente nel parafulmine di chi lo aveva concepito. Ma chi era il “padrino politico” di Montante, per quanto è stato riferito da una pluralità di fonti qualificate, anche nelle sedi istituzionali e sulla scorta di riscontri oggettivi, peraltro fatto non smentito neppure dal diretto interessato? Oggi tutti sanno che costui risponde al nome di Giuseppe Lumia, ex senatore che ha ricoperto ininterrottamente per 25 anni lo scranno di componente della Commissione nazionale antimafia, avendola anche presieduta per un anno. Anche se si può ritenere che Lumia non sia il vertice, ma un anello, della catena di comando.

Questa “repubblica parallela”, per essere funzionale agli obiettivi che ne erano presupposti, doveva avvalersi di strutture essenziali come una “magistratura” e una “informazione”. La prima per tutelare la “legalità” secondo i codici di siffatta “istituzione”, la seconda per orientare e fidelizzare l’opinione pubblica, carpendone la buona fede o sollecitandone la disponibilità al compromesso in nome di una convergenza più o meno tacita di interessi. Ecco che nel “sistema Montante”, definito dal gup di Caltanissetta “mafia trasparente”, si trovano tentativi di avvicinamento e di coinvolgimento di figure di spicco della magistratura siciliana, procuratori della repubblica e procuratori generali, alcuni ad oggi in servizio.

Secondo il procuratore della repubblica di Catania, investito per la parte di competenza, i fatti a carico dei suddetti magistrati, per quanto ad oggi conosciuto, “allo stato”, possono dirsi “discutibili” ma non “penalmente rilevanti”. Così il fascicolo, certamente imbarazzante data la notorietà di alcuni dei nomi degli indagati, viene inviato al Consiglio Superiore della Magistratura per l’accertamento di eventuali rilievi di profilo disciplinare. Ma l’organo di autogoverno ritiene di archiviare tutto; resta implicito che, altrimenti, avrebbe dovuto mettere sotto accusa sé stesso, dato che alcuni dei fatti riguardavano la “carriera” di questi procuratori. Il che, alla luce dei recenti scandali che hanno toccato il CSM, appare grave.

Ora, nel momento in cui divampa lo scontro al calor bianco tra due istituzioni, la Commissione regionale antimafia, presieduta da Claudio Fava, e la magistratura messinese – quella requirente che mostra di non aver gradito la relazione sul “caso Antoci” e quella giudicante dell’ufficio del gip che nella seconda archiviazione utilizza un linguaggio definito da Fava come “stragavante” ma che in verità appare piccato sino al punto da potersi dubitare della serenità e quindi della terzietà del giudizio – non appare più rinviabile un accertamento definitivo sulle condotte dei magistrati ritenuti “vicini” al “sistema Montante”, anche ove si tratti di mere relazioni amicali, ovverosia intrattenenti rapporti con l’ex senatore Lumia.

(25 luglio 2020)

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