Quale mafia?

di Salvatore Fiorentino © 2021

Luciano Liggio (rectius: Leggio), a suo tempo, alla domanda se la mafia esistesse davvero, rispose in modo sibillino – e per certi versi anticipatore del famigerato articolo sul Corsera di Leonardo Sciascia su “i professionisti”, nonché di quella ipocrisia montante che è finita per degenerare in una retorica ormai lercia e nauseabonda – affermando che “se esiste l’antimafia vuol dire che esiste la mafia”, gettando ai piedi dell’opinione pubblica un doppio senso che può essere colto retrospettivamente, ed in modo deflagrante, dopo aver assistito allo stillicidio della caduta dei “paladini” che, ammantandosi del vessillo della “antimafia”, ne hanno tradito ab imis fundamentis la ragion d’essere, trasformandola in una “supermafia”.

Quale “Trattativa”? Da quel ferragosto infuocato del 2012, quando in pochi giorni si raccolsero oltre 150.000 firme a sostegno del pool palermitano che indagava sulla “Trattativa Stato-mafia”, abbiamo preso posizione dalla parte di Antonino Di Matteo, sino a quando ha svolto il ruolo di sostituto procuratore della Repubblica, prima a Palermo e dopo presso la Direzione Nazionale Antimafia. Non ne abbiamo condiviso, invece, così come per tutti gli altri magistrati che si sono avvicinati alla “politica”, il nuovo cursus honorum intrapreso, con la disponibilità ad assumere ruoli di nomina governativa e comunque extragiudiziari. Così come non ci convince il “mantra” secondo cui alla base delle stragi dei ‘90 c’è la “Trattativa”.

Quale verità? Di Matteo da alcuni anni è diventato un divulgatore giudiziario della tesi secondo cui la strategia stragista di Cosa nostra, e dei mandanti esterni sempre evocati ma mai individuati, fosse quella di condizionare la storia politica italiana, nel senso di stabilire un nuovo “patto sporco” tra “Stato” e mafia. Per deduzione, non tanto sottaciuta, si insinua l’ipotesi, se non il sospetto o addirittura la convinzione, che questo patto dovesse realizzarsi con l’allora nascente formazione berlusconiana di “Forza Italia”, fondata da quel Marcello Dell’Utri condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. E’ il leit motiv della procura di Palermo da ormai venticinque anni, che fa trasparire un evidente sfondo politico.

Quale giustizia? Quando ormai è chiaro che esistono procure della repubblica “ideologicamente orientate” (non lo affermano gli squalificati berluscones, ma un autorevole magistrato quale Nicola Saracino nella sua missiva a Palamara), l’imparzialità dell’azione penale risulta se non compromessa quanto meno depotenziata in termini di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, con un effetto di autodelegittimazione che produce conseguenze devastanti in danno dell’intero ordine giudiziario, dove per fortuna esiste ancora un sufficiente numero di veri magistrati, anche se costretti alla rinunzia ad ogni legittima aspirazione di carriera, proprio per preservare la loro autonomia e indipendenza “interna”.

Quale antimafia? (dulcis in fundo vel in cauda venenum). E se invece la causale della strategia stragista, che per logica va attribuita al “potere” e non certo ad una delle sue mani armate, ossia Cosa nostra, fosse tutta “politica”? E non nel senso di determinare un nuovo rapporto di connivenza tra “Stato” e mafia, ma in quello di tutelare una parte politica al di sopra di ogni sospetto, “antimafiosa” ab origine, dall’emersione di inconfessabili commistioni di interessi economici, come sembra stesse per disvelarsi dal poderoso dossier su “Mafia e appalti”, che in mano a Falcone era pericoloso ma ancora di più lo era diventato dopo Capaci nelle mani di Borsellino. Tanto pericoloso che fu repentinamente archiviato.

(18 luglio 2020)

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