La “mafia” accademica

di Salvatore Fiorentino © 2021

Università bandita”. E’ solo l’ultima, in ordine di tempo, indagine della magistratura penale su quella che è notoriamente una delle più impenetrabili “associazioni a delinquere” che governano l’Italia, strutturata secondo il modello ed i metodi che sono tipici delle più note cosche mafiose, con tanto di “codice d’onore” e protocollo “sanzionatorio” per chi osi rompere il “patto di sangue”. E non è una metafora, dato che, come afferma un rettore in carica, intercettato nonostante le “bonifiche” disposte entro l’ateneo per “tutelarsi” dopo gli scandali di qualche anno fa, “in fondo qui siamo tutti parenti”. Si tratta, a loro dire, di élite culturali, che, per tradizione e senso di responsabilità, hanno governato la comunità accademica.

Perché sono ormai vent’anni, dopo la riforma Berlinguer, che dal sistema “baronale”, che comunque prevedeva una selezione interna per “scuole”, secondo il più meritevole a discrezione del “maestro”, si è passati al mero scambio di posti e favori, essendosi perso ogni orgoglio e dignità accademica, essendo al contrario invalso il criterio del “cretino locale”, declinato secondo il metodo della spartizione clientelare spinta sino alle estreme conseguenze, sicché a vincere un posto di storico può oggi essere persino un architetto. E dove un architetto che “non sa tenere la matita in mano” (secondo il giudizio di chiarissimi colleghi) può assurgere, con abile scambio, al ruolo di ordinario. Sic transit gloria mundi!

Meglio tardi che mai. La magistratura amministrativa martella da anni un sistema evidentemente illegale, annullando a raffica concorsi illeciti, che vengono ripetuti due, tre, n-volte direbbero i matematici. Sempre con lo stesso esito, con la conseguenza che i TAR sono ingolfati ed anche indispettiti dall’inosservanza sistematica delle loro puntuali sentenze. Quasi sempre. Perché nel frattanto, tanto per non farci mancare nulla, si scoprono traffici anche nei santuari della giustizia amministrativa, con sentenze “pilotate” ed esiti “aggiustati”. Mentre la giustizia penale sembra aver scoperto da poco questo settore prima ritenuto “cosa loro”, affari “amministrativi”, beghe “accademiche”. Timore reverenziale o intrecci indicibili?

Così fan tutti. In un “sistema Catania” dove la procura della repubblica esercitava il proprio potere non approfondendo le notizie di reato, il che, secondo il giudice Giambattistà Scidà, costituiva il perno di un sistema parallelo ed extra ordinem, tutto interno alla magistratura, che veniva a saldarsi con il monopolio ed il conformismo scientifico dell’informazione locale, l’odierna “rottura degli argini” apre uno scenario inedito i cui esiti non sono prefigurabili né prevedibili. La rilevanza della “profanazione” del santuario dell’accademia è evidente e prelude ad un effetto a cascata. Perché adesso i molti, i troppi, studiosi vessati ed umiliati da un sistema manifestamente “paramafioso”, sono incoraggiati a denunciare ciò che sanno.

Il corto circuito culturale. Se l’accademia è un’associazione a delinquere, se rettori, past rettori e prorettori sono sospesi dalla funzione scampando ad un arresto, se ci sono decine di indagati per la sistematica adulterazione dell’esito dei concorsi, con l’addentellato disposto delle misure sanzionatorie verso i candidati “meritevoli” che osassero ribellarsi alle scelte dei loro “maestri”, ormai neppure “baroni”, ridotti al rango di oscuri amministratori di spartizioni di cattedre malferme, ciò significa che è finito il tempo dei leoni, dei gattopardi dello scibile, per cedere il passo alle iene e agli sciacalletti della “cultura”. Umiliata sul banco del maggior ribasso, delle logiche più viete di un mercato paesano a conduzione familiare.

(28 giugno 2019)

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