C’era una volta l’università

di Salvatore Fiorentino © 2021

Degrado, degrado, degrado … non si parla d’altro, ai tempi d’oggi, nell’università. “Bandita”. “Wanted”. Ormai ridotta al simulacro di un Far West, ovviamente secondo l’estetica dello “spaghetti western”, dove il primo che arriva pianta una tenda e si appropria della terra promessa, per poi difenderla dai predatori tardivi, dato che nel furto della proprietà (che si definisce, per l’appunto, “privata”) occorre essere pionieri, in ossequio al motto secondo cui chi dopo arriva male alloggia. O sloggia. Università come una loggia, super ed atipica, con facce da mostro che si aggirano per i dipartimenti, meschini che un tempo furono cooptati, perché incapaci di dedicarsi a qualunque attività produttiva, nel mondo reale e fattuale.

Chi sa fa, chi non sa insegna. Quanti accademici per caso, con gli occhialoni a fondo di bottiglia, secchioni senza midollo né personalità, complessati e paraventati dietro polverose biblioteche. Eruditi per necessità, ma mai colti, se non in flagranza, nella adulterazione di concorsoni a cattedre sempre più instabili e insozzate, ma anche nella molestia ai danni di giovani provincialotte assai cedevoli al fascino del “professore”, fedifrago perbenista, nella migliore tradizione del cittadino, anzi dell’accademico, al di sopra di ogni sospetto. Touché. Al cospetto di cotanti sedicenti intellettuali, ora anarchici, ora radicali, ora sinistri da paura, rischiano di passare per giganti i modesti democristiani, tutti casa, famiglia e clientelismo.

Il tempo delle mele marce. E’ ormai il cesto ad esserlo, le mele sane sono mosche bianche. Si salva solo chi è uscito per tempo, quando non si era ancora formata la crosta, proprio come arguiva il principone di Salina nel sempreverde Gattopardo, ché tutto cambi affinché tutto resti immutabile. Si salva chi ha relazioni internazionali, perché indotto a virtuosi costumi, quanto meno non infetti come quelli della culla del nulla. Rettori fuori, avanti un’altro, uno dopo l’altro, tanto è lo stesso, l’accordo si trova, attorno al tavolo del banchetto accademico, dove si spartiscono quarti di incultura, dove siedono vincitori e vinti, che si credono ancora il sale della terra, mentre restano soltanto iene e sciacalletti. Che degrado, degrado, degrado …

Golden Boys. Come il Gatto e la Volpe, accademici per sbaglio, nelle loro scorribande agivano in combinato disposto, dividendosi i compiti, ciascuno secondo le proprie attitudini al raggiro, alla subornazione, all’adulterazione, al rampantismo. Obiettivo comune fare incetta di incarichi, finanziamenti, consulenze, nomine, valendosi del fiancheggiamento, più o meno interessato, di politici in auge, sempre sotto la copertura di vetusti e potenti baroni che in privato destestavano, ma pubblicamente blandivano ed ossequiavano come novelli escort del sapere, in una spudorata prostituzione intellettuale e morale delle coscienze e delle scienze, finché non seppero quale volto mostrare, quale barba finta indossare, quali occhiali inforcare.

Fuga per la sconfitta. Finito il tempo degli onori, è l’ora della resa dei conti. La sconfitta è bruciante, inattesa ed ingestibile. Sicché i generali in capo fuggono dalle casematte del potere, cosa loro, ormai scoperchiate come un verminaio a cielo aperto, dove comprimari e controfigure continuano ad agitarsi, a credersi ciò che non sono mai stati, uomini di scienza. Senza coscienza. Dal giaciglio del pensionamento dorato tentano di esercitare improbabili moral suasion, di catturare l’attenzione di una audience che hanno spasmodicamente bramato per tutta la loro lunga e sterile vita accademica, immiserendosi sino al punto di diventare promoter del brand di famiglia, delle prodezze della loro degenere progenie.

(13 luglio 2019)

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