di Salvatore Fiorentino © 2025
In un articolo di alcuni anni fa (2020) avevamo scritto in sostanza quello che il colonnello De Donno e il generale Mori hanno affermato nell’audizione tenutasi lo scorso 15 maggio 2025 presso la commissione nazionale antimafia che si sta occupando del cosiddetto dossier “mafia e appalti”, ossia il contraltare (secondo la destra) della “Trattativa stato-mafia”, ovvero il teorema propugnato dalla sinistra e dagli esponenti storici della procura di Palermo secondo cui le stragi di Capaci e via D’Amelio furono parte di una “strategia della tensione” che avrebbe avuto come obiettivo quello di favorire l’ascesa politica di Silvio Berlusconi con Forza Italia. E i due ex ufficiali del ROS, alla domanda di un componente della commissione, rispondono che si, in effetti, lo stralcio dell’indagine “mafia e appalti” che fu archiviato su richiesta degli allora pm Lo Forte e Scarpinato nei giorni in cui si consumava la strage di via D’Amelio, avrebbe meritato un approfondimento.
E così scrivevamo, col senno del prima: “… eppure, rileggendo la richiesta di archiviazione, redatta dai sostituti procuratori Lo Forte e Scarpinato, emerge un quadro che avrebbe dovuto imporre quanto meno un approfondimento delle indagini. Richiesta motivata sulla insufficienza del quadro probatorio – per molti versi a causa di questioni formali – a sostenere l’accusa in giudizio e non sull’insussistenza dei fatti rapportati dal ROS, tenuto peraltro conto del contesto nazionale in cui era esplosa la questione “tangentopoli” scoperchiata (ma solo in parte) presso la procura della repubblica di Milano. In particolare, meritava approfondimenti la vicenda della Rizzani de Eccher, impresa che lavorava nei primi anni ‘80 nell’allora URSS, ai tempi del PCI al 33%…”. De Donno e Mori adesso aggiungono che prima dell’archiviazione avevano trasmesso ulteriore materiale utile alle indagini e richiesto espressamente riscontro alla procura di Palermo. Ma dopo il boato di via D’Amelio, il 14 agosto 1992 c’è l’archiviazione.
De Donno e Mori, sempre nell’audizione del 15 maggio, evidenziano che nella stessa fase storica, mentre nell’indagine cosiddetta “mani pulite”, condotta dalla procura di Milano, erano coinvolti solo due “attori”, la politica e l’imprenditoria, nell’indagine “mafia e appalti” (che precede quella milanese), gestita dalla procura palermitana, c’è un terzo convitato: la mafia. Ecco che diventa un’indagine più scomoda, ma perché? In fondo non era già noto che il partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, prendesse i voti sia dalle parrocchie che dai mafiosi? E persino i socialisti, si disse, erano stati votati dalla mafia nelle politiche del 1987, nelle quali peraltro il PSI registrò un exploit con un incremento di 21 deputati e 7 senatori rispetto alla precedente tornata elettorale. Quindi, essendo del tutto irrilevanti le altre forze politiche del pentapartito ed escluso il MSI che a quel tempo si trovava fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”, a chi poteva nuocere “mafia e appalti”?
La logica non lascia scampo. L’unico partito che poteva davvero temere conseguenze catastrofiche dall’indagine “mafia e appalti” era quello degli ex comunisti, il Partito Democratico della Sinistra, fondato il 3 febbraio 1991 con il definitivo seppellimento della falce e del martello, in abiura dell’ideologia comunista, precondizione per poter accedere alle stanze del potere governativo e guidare l’Italia dopo la caduta della “prima repubblica” che sin da allora si annunciava, per mano giudiziaria, con l’annientamento dei suoi protagonisti principali. Craxi era costretto all’esilio in Tunisia, Andreotti veniva estromesso per sempre dall’agone politico una volta che Gian Carlo Caselli, insediatosi alla procura di Palermo, lo metteva sotto processo per mafia. E il filo rosso lega anche gli omicidi “politici” di Piersanti Mattarella, Pio la Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il primo per la stessa causale per cui fu ucciso Aldo Moro (apertura al PCI), il secondo perché aveva scoperto i rapporti tra mafia e PCI siciliano, il terzo perché aveva puntato i grandi appalti siciliani.
Coincidenze. Molteplici, univoche e concordanti. Come quella dell’appartamento dove risiedeva a Palermo Totò Riina e famiglia, di proprietà del figlio di un dirigente del PCI siciliano, un tale ingegnere Montalbano, già nelle grazie di Pino Lipari, consigliere di Bernardo Provenzano, con cui era in affari negli appalti isolani, a dire del boss “ministro dei lavori pubblici” Angelo Siino. Non a caso, questo Montalbano era socio del “compagno” Antonio Fontana, proprio uno di quelli che Pio La Torre avrebbe voluto radiare dal partito, ma non fece in tempo, lasciato solo anche dal PCI nazionale. E poi, a parte la “dimenticanza” della perquisizione del “covo” di Riina, è da ascrivere allo stesso Gian Carlo Caselli, procuratore di Palermo, la madre di tutte le coincidenze, ossia la caduta nell’oblio del memoriale reso in punto di morte dall’ex presidente della Regione, Rino Nicolosi, dove si spiegava per filo e per segno il sistema degli appalti siciliani.