Non solo “mafia e appalti”

di Salvatore Fiorentino © 2025

In un articolo di alcuni anni fa (2020) avevamo scritto in sostanza quello che il colonnello De Donno e il generale Mori hanno affermato nell’audizione tenutasi lo scorso 15 maggio 2025 presso la commissione nazionale antimafia che si sta occupando del cosiddetto dossier “mafia e appalti”, ossia il contraltare (secondo la destra) della “Trattativa stato-mafia”, ovvero il teorema propugnato dalla sinistra e dagli esponenti storici della procura di Palermo secondo cui le stragi di Capaci e via D’Amelio furono parte di una “strategia della tensione” che avrebbe avuto come obiettivo quello di favorire l’ascesa politica di Silvio Berlusconi con Forza Italia. E i due ex ufficiali del ROS, alla domanda di un componente della commissione, rispondono che si, in effetti, lo stralcio dell’indagine “mafia e appalti” che fu archiviato su richiesta degli allora pm Lo Forte e Scarpinato nei giorni in cui si consumava la strage di via D’Amelio, avrebbe meritato un approfondimento.

E così scrivevamo, col senno del prima: “… eppure, rileggendo la richiesta di archiviazione, redatta dai sostituti procuratori Lo Forte e Scarpinato, emerge un quadro che avrebbe dovuto imporre quanto meno un approfondimento delle indagini. Richiesta motivata sulla insufficienza del quadro probatorio – per molti versi a causa di questioni formali – a sostenere l’accusa in giudizio e non sull’insussistenza dei fatti rapportati dal ROS, tenuto peraltro conto del contesto nazionale in cui era esplosa la questione “tangentopoli” scoperchiata (ma solo in parte) presso la procura della repubblica di Milano. In particolare, meritava approfondimenti la vicenda della Rizzani de Eccher, impresa che lavorava nei primi anni ‘80 nell’allora URSS, ai tempi del PCI al 33%…”. De Donno e Mori adesso aggiungono che prima dell’archiviazione avevano trasmesso ulteriore materiale utile alle indagini e richiesto espressamente riscontro alla procura di Palermo. Ma dopo il boato di via D’Amelio, il 14 agosto 1992 c’è l’archiviazione.

De Donno e Mori, sempre nell’audizione del 15 maggio, evidenziano che nella stessa fase storica, mentre nell’indagine cosiddetta “mani pulite”, condotta dalla procura di Milano, erano coinvolti solo due “attori”, la politica e l’imprenditoria, nell’indagine “mafia e appalti” (che precede quella milanese), gestita dalla procura palermitana, c’è un terzo convitato: la mafia. Ecco che diventa un’indagine più scomoda, ma perché? In fondo non era già noto che il partito di maggioranza relativa, la Democrazia Cristiana, prendesse i voti sia dalle parrocchie che dai mafiosi? E persino i socialisti, si disse, erano stati votati dalla mafia nelle politiche del 1987, nelle quali peraltro il PSI registrò un exploit con un incremento di 21 deputati e 7 senatori rispetto alla precedente tornata elettorale. Quindi, essendo del tutto irrilevanti le altre forze politiche del pentapartito ed escluso il MSI che a quel tempo si trovava fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”, a chi poteva nuocere “mafia e appalti”?

La logica non lascia scampo. L’unico partito che poteva davvero temere conseguenze catastrofiche dall’indagine “mafia e appalti” era quello degli ex comunisti, il Partito Democratico della Sinistra, fondato il 3 febbraio 1991 con il definitivo seppellimento della falce e del martello, in abiura dell’ideologia comunista, precondizione per poter accedere alle stanze del potere governativo e guidare l’Italia dopo la caduta della “prima repubblica” che sin da allora si annunciava, per mano giudiziaria, con l’annientamento dei suoi protagonisti principali. Craxi era costretto all’esilio in Tunisia, Andreotti veniva estromesso per sempre dall’agone politico una volta che Gian Carlo Caselli, insediatosi alla procura di Palermo, lo metteva sotto processo per mafia. E il filo rosso lega anche gli omicidi “politici” di Piersanti Mattarella, Pio la Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il primo per la stessa causale per cui fu ucciso Aldo Moro (apertura al PCI), il secondo perché aveva scoperto i rapporti tra mafia e PCI siciliano, il terzo perché aveva puntato i grandi appalti siciliani.

Coincidenze. Molteplici, univoche e concordanti. Come quella dell’appartamento dove risiedeva a Palermo Totò Riina e famiglia, di proprietà del figlio di un dirigente del PCI siciliano, un tale ingegnere Montalbano, già nelle grazie di Pino Lipari, consigliere di Bernardo Provenzano, con cui era in affari negli appalti isolani, a dire del boss “ministro dei lavori pubblici” Angelo Siino. Non a caso, questo Montalbano era socio del “compagno” Antonio Fontana, proprio uno di quelli che Pio La Torre avrebbe voluto radiare dal partito, ma non fece in tempo, lasciato solo anche dal PCI nazionale. E poi, a parte la “dimenticanza” della perquisizione del “covo” di Riina, è da ascrivere allo stesso Gian Carlo Caselli, procuratore di Palermo, la madre di tutte le coincidenze, ossia la caduta nell’oblio del memoriale reso in punto di morte dall’ex presidente della Regione, Rino Nicolosi, dove si spiegava per filo e per segno il sistema degli appalti siciliani.

Un paese senza visione

di Salvatore Fiorentino © 2025

Tra le tante cose che vengono pubblicate nel mare magnum dell’informazione contemporanea al tempo di internet – e soprattutto dei social network – con buona pace di quell’erudito impenitente di Umberto Eco – nomen omen – si rinvengono talvolta delle felici sorprese, paragonabili a quello che in tempi epici era il ritrovamento di un “messaggio nella bottiglia” affidato alle onde dei mari, allo stesso modo di come Mosè fu affidato alle acque del Nilo per salvarlo dalla furia genocida del faraone egizio di cui narra la storia. Perché oggi più che mai il pensiero libero è a rischio dei soloni censori, che sarebbero a loro dire gli “antifascisti” ed “antimafiosi”. Sicché, nel frastuono insignificante ed alienante della rete, si scorge, incidenter tantum, uno scritto degno di nota che, nonostante tutto, si fa strada per giungere ai destinatari, dovendo infine superare l’ultimo esame della sua effettiva comprensione, affinché dal caso possano derivarne conseguenze concrete.

Abbiamo trovato la bottiglia e il messaggio in essa contenuto. L’abbiamo letto e condiviso. C’era scritto che viviamo in un paese, in Italia e soprattutto in Sicilia, senza prospettiva, perché il talento, il merito, la qualità, sono destinati ad impaludarsi negli acquitrini torbidi di quella che viene ancora definita come “politica”, ma che in verità è tutt’altro. E’ qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, appare sorda, muta, cieca, priva di alcuna capacità di visione, concentrata ostinatamente a difendere piccoli e grandi privilegi di piccoli e grandi centri di potere, a raccogliere con ogni mezzo, persino il più miserabile, il consenso clientelare e parassitario pur di perpetuarsi, diffondendo tra la cittadinanza il virus pernicioso della rassegnazione, dell’ignavia, dell’apatia, dell’accomodamento arrendevole del “tanto peggio tanto meglio”, della disperazione consolante del “si salvi chi può (e chi non può? pazienza)”, anche riedito nel definitivo “speriamo che io me la cavo”.

Facciamo alcuni esempi, e come tali non esaustivi. A Roma, la capitale virtuale del mondo, il sindaco democratico si esalta, dandone notizia “urbi et orbi”, per aver inaugurato un percorso pedonale, riqualificato rispetto allo stato di degrado preesistente, di lunghezza pari ad un chilometro (dicasi uno), che collega la stazione ferroviaria di San Pietro alla Basilica di San Pietro. A Catania, quella che un tempo era definita la “Milano del Sud”, un sindaco post missino dal pedigree certificato, chiude al traffico per due giorni il lungomare della città per dare spazio alla manifestazione delle “Frecce Tricolori” dell’Aeronautica militare italiana, ma non si occupa di dare alla città un vero “waterfront”, dato che la parte pedonabile di questo lungomare è larga solo 2,50 metri, con un misero marciapiede arredato da vetuste panchine inesorabilmente corrose dalla salsedine accanto a qualche alberello di nuovo impianto che sembra già di non poterne più di stare a questo mondo.

Ci chiediamo dove sia finita la grande capacità di visione del “genio italiano”, quello che non solo ha prodotto la metà dell’intero patrimonio dei beni culturali presenti sul globo terrestre, ma anche un infinito tessuto di borghi costruiti in simbiosi col paesaggio, senza che al tempo fosse necessario consultare alcun piano regolatore generale, nessuna gazzetta ufficiale, nessun regolamento edilizio. Per converso, oggi, e sempre a Catania, si autorizzano centri commerciali anche dove erano previsti edifici scolastici, sol perché le autorità comunali affermano di aver smarrito la legenda dello strumento urbanistico. Anzi no. Visto che l’hanno ritrovata in tanti – in effetti bastava “googlare” – si è poi detto che “SM” non vuol dire “scuola media” ma “super mercato”. Tesi del resto avallata dal vicesindaco etneo che non è uno qualunque, ma nientepopodimeno che un chiarissimo professore universitario di “Tecnica urbanistica”, mica di enigmistica o di lotteria Italia.

Né è da meno il sindaco, avvocato principe del Foro, già assessore all’urbanistica nella precedente amministrazione locale, nonché ex genero di tale Mario Ciancio Sanfilippo, il dominus del quotidiano “La Sicilia” e di tanto altro, il quale Ciancio, secondo le sentenze, aveva rapporti con esponenti mafiosi, tuttavia senza che ciò abbia comportato alcun rilievo penale. Sicuramente una brava persona, altrimenti l’allora sindaco Enzo Bianco – quello della primavera catanese all’insegna della legalità e della trasparenza, in antitesi alla “prima repubblica” dei corrotti ed dei collusi con la mafia – non gli avrebbe dato ascolto nell’occasione della variante urbanistica del cosiddetto “P.U.A.” che riguardava la “cementificazione” dell’area del litorale sud della città, denominata “playa” per la caratteristica distesa a perdita d’occhio di dune sabbiose giallo ocra, di certo pregio ambientale e paesaggistico, unitamente alla limitrofa riserva naturale “Oasi del Simeto”.

A ciascuno il suo

di Salvatore Fiorentino © 2025


Roma caput mundi. Lo è ancora, nonostante il declino dell’Italia e, soprattutto, degli italiani. Declino che, tuttavia, confrontato con quello di altri paesi, come gli Stati Uniti d’America, sembra meno grave ed appare ancora reversibile. Si pensa, solitamente, che la potenza di Roma, che si identifica nella “civiltà romana”, sia dovuta alle conquiste territoriali e alla forza militare. Ma, in verità, la principale qualità di questa civiltà fu quella di stabilire un moderno sistema di regole, che poi diedero origine a quella che viene comunemente definita come la “culla del diritto”, in cui tre principii rivestivano ruolo fondamentale: “honeste vivere“, “alterum non ledere” ed “unicuique suum tribuere“. Vivi onestamente, non danneggiare il prossimo, dai a ciascuno ciò che gli spetta. E, guarda caso, è proprio dalla ormai sistematica violazione, ad ogni livello, di questi tre cardini del vivere civile che deriva il degrado politico, sociale ed economico, che affligge la società odierna.

Basterebbe applicare e rispettare questi tre principi, nella vita quotidiana, privata e pubblica, per svuotare tribunali e carceri, liberando immense risorse materiali e morali per il benessere della società, che non è fatta dalla élite dei pochi privilegiati, spesso senza merito, ma dalla grande maggioranza delle persone comuni, private di ogni diritto ed opportunità. E ci libereremmo, finalmente e definitivamente, anche di quella parte pervicacemente deleteria della politica, sterile ed parassitaria, che ha ormai infestato ogni luogo, anche recondito, della società, causando un regresso persino antropologico nelle comunità, dove senza scrupolo si getta il seme della discordia per poi ergersi a falsi ed interessati pacificatori, continuando a coltivare nell’ombra indicibili interessi personali, traendo lucro dalla miseria altrui, sfruttando i deboli ed i bisognosi ché non hanno la forza di resistere e di ribellarsi alle ingiustizie, dovendo a stento cercare di sopravvivere.

Chi vive disonestamente, chi danneggia gli altri, chi non riconosce i diritti a chi ne ha titolo, è evidentemente mosso da una volontà, certamente criminale, di ottenere ciò che non gli spetta con mezzi illeciti, con la forza, con l’inganno, con la sovercheria, col ricatto, con la minaccia, con l’intimidazione, con l’abuso di potere, con la violenza morale e persino fisica. Questo comportamento predatorio si può osservare, nella società, dalla più piccola cellula di una comunità ristretta sino al più grande organismo quale può essere considerato uno stato nello scenario globale. Chi viola i tre principii del vivere onestamente, del non danneggiare il prossimo e del dare a ciascuno ciò che gli spetta, costituisce il germe, la causa scatenante, di ogni conflitto, di ogni guerra, ad ogni livello. Ecco perché un paese come gli Stati Uniti d’America, fatto da pionieri stranieri che sterminarono e ridussero in stato di minorità le popolazioni autoctone, ha poco da insegnare agli altri, Italia compresa.

Ecco perché chi ha professato una fede nei sistemi totalitari, siano essi fascisti o comunisti, non può dare lezioni agli altri, ma deve fare perpetua ammenda ed osservare un ascetico silenzio. E’ davvero triste, oltre che inaccettabile, dover ancora assistere alle reciproche denunce di orrori commessi da fascisti e da comunisti agitati oggi tra post fascisti e post comunisti o presunti democratici. Come se le stragi, gli eccidi, le persecuzioni, le fosse comuni, possano essere giustificate da una ideologia, come se un presunto fine superiore potesse giustificare i più disumani mezzi. E’ quello che accade oggi. Dove il genocidio di Gaza passa sotto silenzio, dove il massacro del popolo Ucraino viene lasciato proseguire senza una effettiva volontà di fermare il conflitto, dove i migranti disperati vengono lasciati morire in mare o deportati presso i lussuosi e costosissimi lager della post modernità, perché così si potranno imbonire gli elettori e prenotare il voto per un altro mandato.

Gli italiani non sono né fascisti né comunisti. Gli italiani, a parte le frange imbarbarite da una politica irresponsabile che mira al regresso culturale e antropologico del paese sicché da potersi ergere a capibanda, sono un popolo che vuole vivere in pace, un popolo che odia la guerra così come le rivoluzioni, che possiede un’altissima soglia di sopportazione in nome di questo senso di quieto vivere atavico che denota profonde radici culturali. Ma c’è sempre un limite a tutto. Nessuno può tollerare di essere derubato della libertà, di essere continuamente calpestato, di essere completamente deprivato di ogni diritto. Ecco perché dopo vent’anni venne scacciato il fascismo. Sarebbe accaduto lo stesso, forse anche prima, ove si fosse instaurato un regime comunista che avesse allo stesso modo privato i cittadini delle libertà fondamentali. Perché, come ha affermato il più vero ed autentico presidente della Repubblica ad oggi eletto, Sandro Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”.

La politica aujourd’hui

di Salvatore Fiorentino © 2025

Prima di poter rispondere alla domanda con cui ci chiediamo cosa sia diventata oggi la politica, dovremmo chiederci se costei ancora esiste. Perché c’è il fondato sospetto, se non il timore, che la politica sia morta e sepolta. O, ancora peggio, che sia morta ma che ancora cammini, imperversando nelle vite dei cittadini, che pertanto rischiano di essere derubricati (e decerebrati) al ruolo di zombie. Zombie che votano per altri zombie, anche se la maggior parte degli aventi diritto ha capito che è meglio abbandonare questo camposanto e rifugiarsi nell’astensionismo, il cui partito, che non c’è ma esiste di fatto, detiene la maggioranza assoluta nel Belpaese. Del resto, il panorama è quanto mai desolato e desolante. Se un tempo bastava turarsi il naso (secondo Indro Montanelli, quanto mai sopravvalutato) per votare la DC, oggi non basterebbe chiudersi occhi e orecchie, oltre al naso, per votare i figuri che si propongono senza pudore.

L’esito è obbligato, ma ci offrono la scelta della morte di cui morire, ed è come se ci dicessero di buttarci dal quinto oppure dall’ottavo piano, questa è l’alternativa democratica. Il teatrino della politica (o quello che è diventata) impera ad ogni latitudine, dal nordest leghista sino all’Isola che non c’è, ossia la Sicilia, che è sempre stata luogo privilegiato per formulare le più assurde alchimie immaginabili e, ciò nonostante, destinate a contagiare e propagarsi per tutto il paese. Da cui la non invidiabile fama di “laboratorio politico” d’Italia e, di sicuro, dati gli esiti, paragonabile a quello che diede la luce a quel mostro denominato “Frankenstein”, tanto per rimanere in tema di zombie. E, in effetti, la politica attuale è un mostro che produce mostruosità. Ad ogni livello, da quello globale a quello della sagra di paese. Quale differenza c’è tra Trump, ossia l’uomo più potente del mondo, e Edmondo Tamajo, assessore regionale che da malato si sacrifica per presenziare ai convivii paesani?

Nessuna, così come nessuna differenza c’è tra Tamajo e quel deputato urlante, guardacaso dal rosso malpelo, in stile Cinque Stelle d’antan, che lo avrebbe “sgamato” agendo come quando vestiva i panni di “Iena Mediaset”, ancorché passato sotto le insegne dello “scatenato” (ipse dixit) Cateno De Luca, per poi finire nel gruppo del fritto misto nel parlamento più antico del mondo, in predicato per allearsi con i Fratelli d’Italia in salsa sicula, ossia gli stessi che il prode senza paura e senza macchia aveva pubblicamente stigmatizzato al tempo dello scandalo di quel deputato regionale (ma non si è saputo più nulla dalle parti del siracusano? e che ne pensa Manlio Messina, che pare ne fu il mentore, oggi messo in disparte dai vertici del partito?) che spostava, allegramente ma “legalmente”, fondi pubblici su associazioni di famiglia, a quanto pare all’insaputa di madre e moglie, a cui è stata fatta fare la misera figura di novelle Scajola ai tempi della casa fronte Colosseo?

Ma che politica ci potrà essere mai in questo laboratorio siciliano, oltre al terzetto Lagalla-Micciché-Lombardo, che assomiglia tragi-comicamente ad una di quelle patetiche reunion delle band rock i cui componenti, se ancora in vita, abbiano oltrepassato gli ottant’anni? Eppur, qualcosa, si muove. Come non riconoscere nelle elezioni provinciali ormai alle porte un segno del rinnovamento della politica isolana? Sempre al servizio del cittadino, ci sono dubbi? Solo che si fatica a capire che senso abbia non dare la parola al “popolo sovrano” per eleggere i propri rappresentanti (se ancora ha un senso la democrazia a cui abbiamo prestato fede) per darla a consiglieri comunali, assessori e sindaci che si candidano e si auto-votano per essere eletti. Sfugge al comune senso della ragione (ed anche a quello del pudore) il motivo per cui chi è già impegnato a sedere in un scranno senta l’impellente esigenza di candidarsi per sedersi in un altro, mantenendo il primo. Misteri della politica.

Ma quale politica? La politica, per quanto fosse ormai decadente (e tangente), è finita in Italia con la fine dei dinosauri della cosiddetta “prima repubblica”. Chi è venuto dopo non ne ha avuto evidentemente la statura, coltivando (solo) interessi personali o di parte, essendo stato cooptato, nominato, ripescato e sostenuto perché portasse a compimento il mandato di distruggere la politica autenticamene intesa, ossia l’arte di trovare la soluzione migliore per tutti. Muovendosi in senso opposto, oggi la (psedo)politica persegue la soluzione (spesso illecita) che assicuri un vantaggio ingiusto a pochissimi, a scapito di tutti gli altri. Questi “pochissimi” poi dovranno pagare dazio al manovratore di turno che resta spesso nell’ombra, dietro le quinte, in un modo o nell’altro, volenti o nolenti. Perché invece di rivendicare un diritto si prostreranno ai piedi del potente pro tempore per ottenere un favore, un posto in ospedale, un trasferimento di lavoro, una concessione edilizia di sgamo.

La dittatura dell’ignoranza

di Salvatore Fiorentino © 2025

Se c’è un passo del “Manifesto di Ventotene” che l’attuale premier (per caso) Giorgia Meloni avrebbe dovuto citare sopra tutti, durante quell’indecoroso spettacolo offerto dinanzi al parlamento italiano, esso è il seguente: “… il potere si consegue e mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alla necessità della società moderna …”. E quanto a furberia la Meloni non è seconda a nessuno, evidentemente contando sull’ignoranza dei suoi sostenitori riguardo il suddetto “Manifesto” dal quale la premier ha estrapolato strumentalmente alcuni lacerti sicché da deprivarli artatamente del loro senso effettivo ed autentico, una volta decontestualizzati dal testo integrale dell’esemplare documento, redatto nell’anno 1941 da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi mentre si trovavano al confino come oppositori al regime fascista, nel quale si delinea il futuro dei popoli europei fondandolo su libertà, solidarietà ed eguaglianza.

E’ quindi ormai palese, se mai ve ne sia stato dubbio, che la Meloni non faccia altro che perseguire l’obiettivo di incrementare, consolidare ed accentrare il potere nelle proprie mani e in quelle dei propri stretti fiduciari, in primis la sorella Arianna, piegando a tale scopo ogni azione e decisione, anche grazie al fatto di poter contare sulla attuale debolezza numerica, programmatica e di leadership degli alleati, Lega e Forza Italia. Non conta se a capo degli USA vi sia Biden o Trump, perché il principio che viene seguito dalla premier italiana è quello dell’assecondamento incondizionato e supino verso “chi comanda”, a prescindere dalle ragioni di merito o di metodo. E’ quello che fece il duce Benito Mussolini che per gonfiarsi il petto si rese servile sino all’inverosimile verso il più forte del momento, a quel tempo Adolf Hitler, al punto da offrire soldati italiani come carne da macello per la suicida spedizione in Russia, dalla quale pochissimi fecero tragico ritorno.

E’ la sindrome del dittatore, che non vuole cedere il potere conquistato, in un modo o nell’altro, ed a qualunque costo, che vede nemici e complotti ad ogni angolo, mentre in verità è assalito in ogni istante dall’inconscia consapevolezza di non essere all’altezza del compito che gli è stato affidato. Questo spiega la bulimia di potere spinta all’ossessione di dover controllare tutto e tutti, amici e nemici, alleati ed avversari, capitalisti e sindacalisti, giornalisti e show man, perché anche una goccia di dissenso, persino presunta o accennata, lo getta in una crisi profonda di identità. Questo attaccamento spasmodico e febbrile al potere è spesso accoppiato a quello per il denaro: il potere come strumento per ottenere sempre più denaro e il denaro come mezzo per ottenere sempre più potere, in una spirale virtualmente infinita che si conclude, presto o tardi, con il collasso politico, istituzionale ed umano di chi ne rimanga irretito.

Un dittatore siffatto si nutre di carne ed anime umane. Molti, quasi tutti, ne vengono attratti senza possibilità di resistere, senza capire che più si avvicinano più viene loro erosa la libertà di pensare, di agire, nella vita professionale così come in quella privata, sino al punto di non poter decidere con chi condividere un’amicizia, una relazione di qualsivoglia natura. Alcuni pensano che stare vicino al centro di questo potere autocratico e totalizzante possa garantire loro privilegi concreti e un certo status sociale, ma è una mera illusione, un sogno che improvvisamente si trasformerà in un incubo, quando i nodi verranno, presto o tardi, al pettine. Perché non c’è niente che valga la pena di privarsi della libertà, della dignità, dell’umanità. Altri invece credono di poter utilizzare un dittatore a loro comodo, ma anche in questo caso hanno fatto male i conti col destino, che sarà inesorabile nel presentare il conto, senza sconti né occhi di riguardo per nessuno. Ma il disastro procurato da un dittatore coinvolge tutti, anche chi si tiene a debita distanza.

Tornando alla attualità politica italiana, qual è il segno più tangibile della sindrome del dittatore imperante? Certamente uno è subito visibile nell’abolizione del reato di abuso di potere. Al di là di ogni ragionamento giuridico, l’idea stessa di ritenere che chi detiene un potere pubblico ne possa abusare e restare impunito è di per sé aberrante. Non che prima il reato fosse efficace, in quanto già svuotato e depotenziato da Democratici e Onesti stellati, ma il fatto che sia stato dichiaratamente abolito dà la cifra della sindrome del dittatore. Perché il dittatore è tale nell’ostentare il suo dominio su uomini, animali e cose, scaturendo questa recondita pulsione da un irrisolvibile complesso di inferiorità personale, morale e sociale. Il dittatore è talmente convinto di essere il peggiore da non avere altro scampo che imporsi con la violenza verbale e fisica, con la sopraffazione di tutto ciò che non può vincere col ragionamento e con la verità. Perché, come insegna la psicoanalisi, l’aggressività esibita non è altro che la denuncia inconsapevole di una cronica sofferenza interiore.

L’ odissea dell’Occidente

di Salvatore Fiorentino © 2025

Se per “Occidente” si intende quel mondo che poggia sui pilastri della cultura dell’antica Grecia, del diritto dell’antica Roma, dell’arte del Rinascimento italiano e dell’Illuminismo europeo, patria dello stato di diritto in cui ogni uomo o donna nascono liberi ed eguali, allora questo mondo sta naufragando. Al di là delle complesse analisi che competono agli esperti della materia, al cittadino comune appare subito evidente un dato di fatto: la scarsa consistenza e serietà, e quindi affidabilità, dei leader politici che guidano le nazioni più importanti che costituiscono questo “Occidente”. Non si tratta di stigmatizzare, oggi, i comportamenti bizzarri di Donald Trump, o le frivoletés politiche di Emmanuel Macron, né le assurdità dell’Europa di Ursula von der Lyen. Ma occorre comprendere che dalla caduta del muro di Berlino (1989), ossia con il riassetto dei rapporti di forza tra USA e URSS, questo “Occidente” sta mentendo a sé stesso.

Ha mentito quando si sono giustificate le guerre nel medio-oriente con la scusante di dover esportare la democrazia, creando e foraggiando dittatori e terroristi (Saddam Hussein, Osama Bin Laden, solo per citare i maggiori) per poi scaricarli violentemente non appena non più utili. O viceversa, riportandoli in auge come in Siria, per scacciare il regime di al-Assad, riparato rocambolescamente nell’amica Russia. Lo stesso è accaduto da ultimo con Zelensky, statista inventato dagli americani per mettere una spina nel fianco ai russi, oggi dimissionato platealmente da Trump, ma sarebbe accaduto lo stesso, seppur con diverse forme, anche se come presidente USA fosse stata eletta Kamala Harris. Che, da brava democratica, nel momento che infuriava la guerra in Ucraina e il massacro a Gaza, non trovava niente di meglio che fare campagna elettorale all’uscita dei negozi di dischi, ostentando i suoi ultimi acquisti di gusto raffinato, in linea con il suo profilo “pop-chic”.

L’Occidente ha ancora mentito a sé stesso quando ha scientemente rinunciato al “welfare state” – e qui le più gravi colpe sono da ascrivere all’Europa – sbilanciando l’equilibrio tra capitale e lavoro su cui era stato possibile realizzare una rinascita non solo economica ma anche socio-culturale del vecchio continente, garantendo il più lungo periodo di pace della storia dell’umanità. L’Italia, al quarto posto (dopo USA, Giappone e Germania) nella classifica del PIL (PPP) nel mondo dal 1980 al 1991, nel 1992 scende al sesto piazzamento per l’avanzata di Cina e Russia, scendendo ancora al settimo posto nel 1995 per la scalata dell’India, e all’ottavo posto una volta superata anche dalla Francia nel 2000. Nel 2003 l’Italia è decima, scavalcata anche dal Brasile e dal Regno Unito, undicesima nel 2011 una volta raggiunta dall’Indonesia, dodicesima nel 2014 dopo il sorpasso del Messico, tredicesima nel 2020 con l’avanzamento anche della Turchia.

Ma per comprendere il male profondo che ha colpito gli USA e che ne ha messo in discussione il ruolo di leader globali, pertanto rendendoli molto pericolosi come lo è una possente belva ferita, occorre guardare alla poderosa crescita economica realizzata negli ultimi dieci anni dalla Cina ai danni dal paese a stelle e strisce, il che dà la misura del decadimento dello stesso paese che, incontrastato, ha dominato economicamente il XX secolo. Ecco allora così spiegato uno dei possibili (forse il principale se non l’unico) motivi per cui da anni (e non certo da oggi, con il Trump II) gli USA cercano di rinsanguarsi a spese dell’Europa, dato che non è possibile per un verso fermare l’avanzata cinese né, per altro verso, ipotizzare di piegare la Russia mediante l’allargamento della NATO, tenuto conto della pressione crescente di altre potenze economiche come India e Indonesia, da anni stabilmente piazzate ai primi posti della classifica dei paesi col maggior PIL (PPP).

E vale oggi ancor di più il monito di Henry Kissinger, secondo cui se essere nemici degli USA era pericoloso, esserne amici poteva dimostrarsi fatale. Per quanto concerne l’Italia, anche grazie ai cavalli di Troia insinuati dagli anni ’80 ad oggi nelle postazioni istituzionali di potere determinanti, che hanno agevolato la deindustrializzazione del Belpaese, consentendo nel contempo una svendita del potere di acquisto nel passaggio all’euro, così come il depauperamento con le privatizzazioni selvagge degli asset strategici nazionali. Abbiamo altrove documentato che questo processo di programmata deindustrializzazione (e depauperazione) nazionale fu progettato dai cosiddetti Andreatta’s boys, tra cui spiccano i protagonisti del centro-sinistra, sospinto alla conquista del potere dagli USA con la morsa a tenaglia delle stragi e del ciclone di “Mani pulite” che misero fuori gioco coloro che avversavano il declino dell’Italia. Sicché la Meloni oggi rischia di fare la fine di Zelensky

Le scarpe di van Gogh

di Salvatore Fiorentino © 2025

Una studentessa dell’ateneo di Padova, nel corso dell’inaugurazione dell’anno accademico, decide di commettere un atto simbolico di certo effetto, preparato e condiviso con i colleghi di cui è portavoce: si spoglia della “camicia nera”, ossia di quell’abito che si confà alle cerimonie rituali che si celebrano periodicamente nelle università, affermando che molti, in questo Paese, dovrebbero farlo. Ossia dismettere i panni di un modo di intendere la società e, innanzitutto, la politica, che può ricondursi a modalità ben altre da quelle che devono ormai ritenersi quale patrimonio condiviso delle più avanzate democrazie, ed al di là di chi le governi pro tempore. Come era ovvio, e certamente previsto, ne è scaturito un profluvio di reazioni da parte di commentatori di ogni risma, dall’avventore da bar sino all’illuminato intellettuale d’antan, che si è fatto, suo malgrado, sopraffare dal pessimismo della ragione, a fronte di fatti che convergono ad annunciare un’ epoca opaca e buia.

Ma tra le tante osservazioni degne di nota che scorrono nel mare magnum dei social network, se n’é fortunosamente potuta raccogliere una di certo interesse, che qui si riporta per esteso: “ai giovani hanno tolto gli strumenti, gli hanno tolto persino le scarpe“. La frase si presenta, nella sua cruda verità, esteticamente brillante e semanticamente pregnante, anche perché rimanda subito ad un dipinto celebre (di Vincent van Gogh) che è stato oggetto di particolare interesse da parte di filosofi di prim’ordine, come Martin Heidegger e, in polemica col primo, Jacques Derrida (che chi scrive, quando in gioventù frequentava anch’egli l’accademia, mosso dagli stessi ideali della studentessa in fabula, ebbe l’onore di conoscere personalmente, in quella terra mitica abbacinata dal bianco e senza tempo che è Ortigia in Siracusa). Sicché, non ci si è potuti esimere dal replicare che è vero, ma che la consapevolezza è il punto di partenza, e che i giovani le scarpe ad un certo punto se le riprenderanno, per proseguire un cammino che, nessuno, potrà mai negare loro.

Mai, ovviamente, da intendere in prospettiva, perché come per la Liberazione dal nazi-fascismo fu necessario che una e più generazioni si sacrificassero perché quelle seguenti potessero respirare – e qui il collegamento con il pensiero dell’antimafia autentica e umana di Paolo Borsellino è doveroso – quel fresco profumo di libertà che fa respingere il puzzo del compromesso, è probabilmente allo stesso modo stato necessario che le generazioni dagli anni ’80 ad oggi abbiano dovuto sacrificarsi perché quelle successive potranno vivere in un Paese effettivamente democratico, libero e solidale. Potrebbe sembrare un’utopia, ma come è noto l’ottimismo della volontà (ove vi sia la consapevolezza) supera sempre, seppur sul filo di lana, il pessimismo della ragione. E senza voler indulgere nella religione, è un dato di fatto storico che il bene prevale infine sul male, altrimenti non vi sarebbe più il mondo e, come si suole dire, Satana sa costruire eccellenti pentole, ma è incapace di realizzarne i coperchi. Così la verità e la giustizia infine prevalgono, seppur a caro prezzo.

Un dato è certo, come sa bene chi ha vissuto quegli anni. Dalla fine degli anni ’80 ad oggi si sono ristretti progressivamente gli spazi della democrazia italiana, si è ridotta la giustizia sociale, si è squilibrata la società a favore dei ricchi sempre più ricchi e in danno dei meno abbienti sempre più depauperati e non per loro colpa, ma per la predoneria dei più forti. La tanto vituperata “prima repubblica” aveva garantito la coesione sociale, lo sviluppo temperato, l’equilibrio tra capitale e lavoro, la tutela dei diritti civili senza farne questione ideologica o di becera propaganda di parte. Dal fallito “golpe” ordito su mandato atlantico per via giudiziaria tra Milano e Palermo, è nato l’ircocervo della “seconda repubblica”, dove gli ex comunisti hanno infine stipulato un compromesso al ribasso con il capitalismo rampante e senza scrupoli capitanato da Silvio Berlusconi, disponibile a fare patti col diavolo (non a caso scelse di acquistare il Milan calcio) pur di emergere in ogni settore, in evidente sindrome da delirio di onnipotenza, conclamatosi con la “discesa” in politica.

La sedicente sinistra ha introdotto il peggior male sociale di tutti i tempi: il precariato nel lavoro, subìto dalle generazioni che hanno, loro malgrado, dovuto conoscere questa pestilenza che ancora oggi perdura sotto le insegne false e ipocrite di una destra che si dipingeva sociale sino alle elezioni del 2022, ma che ha aggravato questa aberrazione instaurando un clima arroganza, intimidazione e minaccia a cui sono oggi sottoposti tutti i lavoratori, e soprattutto quelli del settore pubblico. Perché la destra di oggi ritiene, come fu per il fascismo, di poter imporre forzatamente la propria visione politica, se non la tessera di partito, in una nuova perniciosa confusione tra governo e Stato. Questi nuovi governanti, davvero digiuni di cultura costituzionale, hanno evidentemente frainteso (e la buona fede è tutta da dimostrare) il loro compito di amministrare la res publica nell’interesse di tutti i cittadini con il ritenuto diritto di imporre i loro desiderata, anche prevaricando gli altri poteri dello Stato autonomi ed indipendenti. E’ giunto il tempo di riprendersi le scarpe.

Guerra continua

di  Salvatore Fiorentino © 2025

Finché c’è guerra c’è speranza. Perché vuol dire che non siamo tutti morti. Condizione in cui regnerebbe la pace sovrana. Questa è la logica conclusione, ad oggi verificata dai fatti storici, a cui si perviene se si usa un approccio “newtoniano”. Ma, si potrebbe dire, cosa c’entra la fisica con la guerra? C’entra tanto quanto c’entra la concezione della realtà del mondo, basata sul concetto di entropia, che afferma che senza la differenza di temperatura (di potenziale elettrico, in altri termini) ci sarebbe la morte perenne dell’intero universo, figurarsi della povera Terra abitata da qualcosa di più evoluto di scimmie accecate dal delirio di onnipotenza, ossia dall’arroganza del potere. Scimmie che, come ha magistralmente immortalato Stanley Kubrick nella celeberrima overture di “2001 A Space Odyssey” (1968), compiono il salto di qualità quando comprendono l’utilità di un’arma per sopraffare il proprio simile ed affermare il proprio potere.

Eppure, una speranza alternativa, che non ci condanna alla guerra perenne, può essere colta nelle parole di Stephen Hawking quando egli osserva che siamo le prime scimmie che si interrogano sull’universo. Forse i gravi limiti fisici patiti da Hawking, a fronte di una eccezionale profondità di pensiero, hanno indotto lo scienziato a soffermarsi sull’aspetto “non newtoniano” dell’esistenza umana, ossia, focalizzata sulla materia intangibile, del cosmo. Lo scarto decisivo si realizzerebbe nel passaggio dal “pesabile” al “pensabile”, dalla materia dotata di massa a quella che ne è priva come l’informazione. Difatti, se l’assenza di massa consente il trasporto istantaneo a qualunque distanza nell’universo, come è stato teoricamente predetto ed anche dimostrato in laboratorio (il cosiddetto “entanglement quantistico”), ciò non può avvenire per i corpi dotati di massa e per questo vincolati alla velocità della luce, inadeguata per esplorare e quindi comprendere il cosmo.

Dal punto di vista di una disciplina come la filosofia (intesa nella generalità che vi ricomprende la psicoanalisi), a buon diritto quanto meno tangente a quella della cosmologia, lo stesso Carl Gustav Jung aveva esplorato il pensiero umano nella sua datità immateriale, non escludendo la possibilità che esso sia conseguentemente non vincolato al tempo e allo spazio, e quindi, diremmo, alla fisica einsteniana (non altro che l’affinamento di quella newtoniana), che trova quale limite invalicabile la famigerata “velocità della luce” pari a circa 300.000 km/s, ossia nulla in confronto alle dimensioni ad oggi conosciute dell’universo, esteso 93 miliardi di anni luce. Sconfinando nel pensiero mitologico e religioso, si potrebbe inoltre ipotizzare che la vita corporea sia solo una fase preparatoria in cui ciascuno forma la propria mente e quindi il proprio pensiero per poi liberarlo nel momento in cui si separa dal corpo materiale. Ma ciò è negato dalle “scienze esatte”.

Il pensiero razionale, che assume esistente e reale solo ciò che conosce e riconosce, si auto-preclude la visione oltre il campo d’azione dei suoi strumenti tangibili e ha formulato sullo spazio e sul tempo idee approssimate che vengono progressivamente riviste. E senza la dimensione irrazionale del pensiero, che solitamente viene attribuita all’arte ma non alla scienza, l’uomo pone un limite invalicabile alla propria esistenza. Così come le arti non sono informate al solo pensiero irrazionale, le scienze non possono limitarsi a quello razionale. Jung suggeriva di affidarsi agli indizi che vengono forniti dall’inconscio, che si manifesta nel sogno. Ed è l’immaginazione, che è la fonte generatrice dei sogni, la più potente facoltà che il cervello umano possiede e che pertanto sembra essere la principale risorsa da cui attingere. Tutto ciò che riusciamo ad immaginare è possibile, affermava d’altro canto Sigmund Freud. E se tutti immaginiamo un mondo migliore, sarà possibile.

Questo intendeva dire, con un linguaggio alquanto semplice e comprensibile a tutti, John Lennon nel suo celeberrimo brano “Imagine”: Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do / Nothing to kill or die for / And no religion too / Imagine all the people / Living life in peace … Imagine no possessions / I wonder if you can / No need for greed or hunger / A brotherhood of man / Imagine all the people / Sharing all the world … E, non a caso, “I have a dream”, disse Martin Luther King il 28 agosto 1963 alla conclusione di una manifestazione per i diritti civili, per il lavoro e la libertà, svoltasi a Washington durante la presidenza di John Fitzgerald Kennedy. C’è quindi la speranza che non ci sia più guerra, se solo gli uomini compiranno un ulteriore passo nella storia dell’umanità, nell’una o nell’altra delle direzioni possibili: autodistruggersi sino all’estinzione, oppure andare oltre le miserie terrene. Perché la guerra è provocata solo da una malattia: quella di voler sopraffare il proprio simile.

Melonitaliani

di  Salvatore Fiorentino © 2025

E’ tornata di moda la lettera “M”. E tra i tanti possibili rimandi che la mente elabora in una frazione di secondo, quello che infine prevale è uno solo: Meloni. E’ l’uomo politico (visto che ci tiene a farsi chiamare “signor Presidente”) del momento, colui che è riuscita dove un neppure un pur capace e arguto Gianfranco Fini poté arrivare: alla presidenza del governo italiano. Eppure, diversamente dalla Schlein, la Meloni l’hanno sentita arrivare tutti, perché ha preso una gran rincorsa per saltare sul carro del vincitore. Ed adesso non ha alcuna voglia di scendere. A qualunque costo. A costo di portare l’Italia in guerra col mondo, a costo di rinnegare il suo programma politico sul quale ha ottenuto i consensi di un terzo degli aventi diritto al voto. Perché la maggior parte degli elettori italiani ha preferito passare la mano, scottata dalla truffa dei Cinque Stelle, sedicenti apriscatole del potere per conto dei cittadini, in verità poltronisti come mai si erano visti nella storia d’Italia.

Ma va detto che il signor Presidente Meloni non ha alcuna colpa. Perché sono gli italiani ad essere attratti della lettera “M” (a parte l’eccezione, che conferma la regola, di Aldo Moro, difatti lasciato morire e – fatto ancora più sconcertante – lasciato ritrovare cadavere nell’angusto bagagliaio di una Renault 4 rossa, come a volerne umiliare ad imperitura memoria la statura politica e morale). Non tutti gli italiani, certo, ma quella parte che oggi si reca alle urne e quindi garantisce una minoranza di consensi che poi si traveste da maggioranza di governo del paese. Fermo restando che chi rimane inerte di fronte al prevalere di una minoranza è quanto meno complice. Senza questa natura degli italiani, in buona ma decisiva minoranza sfegatati sostenitori del duce di turno, ed in maggioranza immobili e pavidi pur nella consapevolezza di un disastro in fieri, Benito Mussolini sarebbe rimasto un anonimo maestrino di scuola e la Meloni una politicante da strapazzo.

Non lo scopriamo adesso. Lo sapevamo, e lo sappiamo. Perché, come sempre accade, le più grandi verità ce le consegna la letteratura. E come non ricordare al proposito le parole di Giacomo Leopardi, quando scriveva (Zibaldone) : “L’abuso e la disubbidienza alla legge, non può essere impedita da nessuna legge”. Non sono infatti le buone leggi a fare migliore una società, ma è una società migliore a fare buone leggi. Figurarsi poi, come hanno fatto in successione PD, M5S e FDI, se la politica ad un certo punto decide che abusare dei pubblici uffici non è più un reato. Cosicché la M. di turno è sinceramente convinta che la “ragion politica” possa giustificare qualunque misfatto. E da qui al baratro il passo è breve. E se c’è qualche onesta e coraggiosa persona che voglia ancora oggi vestire i panni della Cassandra, ossia di colei che avvisava per tempo onde non attuarsi decisioni dalle gravi e nefaste conseguenze, sappia che si tratta di panni alquanto scomodi e pericolosi.

Gli italiani erano (quasi) tutti fascisti al tempo di Mussolini, salvo poi diventare improvvisamente (quasi) tutti anti-fascisti una volta che il regime si era autodistrutto. “Resistenti”, a parole. Basti pensare che, come riferisce la storiografia senza veli, i Partigiani erano appena 1500 nel settembre del 1943, non più di 30.000 nella primavera del 1944 e almeno il doppio in estate, quando la liberazione di Roma e Firenze annunciava la vittoria degli alleati. Per lo più erano renitenti alla leva, imboscati senz’arte né parte, solo la minoranza (come avviene sempre) era mossa da nobili ideali. E non a caso diventeranno 250.000 al 25 aprile 1945 e milioni a guerra finita. Oggi gli italiani sono pressoché tutti antifascisti, compresi i post fascisti, da quando Gianfranco Fini dichiarò che il fascismo era il “male assoluto”, a parte, per ignoranza crassa e irresponsabilità tipica degli adolescenti, la “gioventù meloniana” che inneggia al nazi-fascismo senza capire nulla di quello che dice.

Ma gli italiani oggi sono meloniani pro tempore. Così come erano illo tempore grilini, berlusconiani, renziani, craxiani, andreottiani. In una parola, “Franza o Spagna” purché se magna, Guicciardini dixit (ed ancora una volta la letteratura docet). Perché gli italiani, come osservava il poeta di Recanati sopra citato, sono dei filosofi della praticità. Hanno capito che è più utile assecondare il potere che combatterlo, adularlo piuttosto che criticarlo, anche se si prova profondo disgusto per esso. Tanto sanno che presto o tardi passerà, e nel frattempo cercano di ottenere quanti più benefici possibili. Lo ha scritto anche Giuseppe Fava, giornalista assassinato perché metteva a nudo il potere che con la mafia faceva affari: “amico mio, chissà quante volte hai dato il voto ad un uomo politico così, sol perché ti poteva garantire la promozione in un concorso, l’assunzione di un tuo parente, una licenza edilizia di sgamo. Di tutto quello che accade oggi in questa nazione, la prima e maggiore colpa è tua“.

Il (Bel)paese dei miserabili

di  Salvatore Fiorentino © 2025

Era il Belpaese, ma forse non lo fu mai veramente. Grandi ingegni, ma grandi criminali a tarparne le ali. Al di là dei casi che si srotolano nelle cronache, si può avanzare una considerazione generale sullo stato di decadimento di quello che non a caso fu definito, ed in tempi non sospetti, dal sommo poeta come doloroso ostello, nave alla deriva nella tempesta, gran bordello. Non v’è ormai concorso, dall’ultimo degli uscieri al primo dei primari, per il quale non vi sia la mano lesta a determinarlo, sicché esso fa il paio con un ricorso, una denuncia pubblica, un caso sulla stampa, un esposto. E sempre che, nei casi fortunati, ci sia davvero il concorso, perché ormai il potere nomina senza pudore amici e parenti, clienti e affini, vicini e lontani, purché ad esso sottomessi e genuflessi. E nel frattempo il cittadino guarda e riguarda la lista di attesa, finché morte non lo incolga.

E c’è chi smette ogni pudore nel dire: “ma questo è il miglior politico di tutti i tempi!”, ma solo dopo aver ricevuto la prebenda, lo strapuntino, il posticino, per qualche famiglio ancora a spasso, e proprio perché, guardacaso, concorrente all’alimento di quella politica del cliente che è poi un debente, quella politica che tramuta gli asini in cavalli, mettendo a quest’ultimi le ali, finché durano perché posticce. Non c’è ritegno, la dignità è persa, non c’è dirittura né tanto meno arrivo, perchè non c’è ormai partenza. Nepotismo, clientelismo, familismo. Amorali. Non tanto perché violano leggi e regolamenti, quanto perché sanciscono l’incapacità a competere, a correre, concorrere, sfidare, osare, rischiare, in una parola vivere di vita propria invece che restare appesi al filo del padrone-padrino, sin quando egli vorrà.

Azzeccagarbugli di ogni dove, legulei miopi all’inverosimile, sudano le carte alla ricerca di un cavillo senza poi trovarlo, ed allora violentano la pagina, la stropicciano, la strappano se necessario, la corrompono, la sovrascrivono, come falsari indegni di un potere che un dì fu pubblico ma è ora scaduto nel privato, siccome è il cittadino privato dei suoi basilari diritti, che divengono favori, da mendicare, di talché il miserabile sarebbe proprio lui, mentre lo è divenuto, non rendendosene conto, accecato com’è di potere, chi si crede di questi il padrone. E non c’è mai tempo e denari per ciò che serve veramente, mentre si spalancano i portoni e i forzieri per accogliere le richieste più fantasiose, purché siano di chi interessa, di chi saprà ricompensare il benefattore del giorno neppure tanto esoso, tant’è la dignità ormai un tanto al chilo.

E se non vi fosse la morte – non a caso dal Gattopardo nobilmente corteggiata per tutta la vita – a far estinguere non solo i reati ma pure le umane miserie, potrebbero trascorrere secoli, millenni, ere glaciali, persino anni luce. Ma inutilmente, di fronte a certi miserabili, che usano le pubbliche insegne per maneggiare l’interesse privato, per trafficare tra favori e ricatti, che si disinteressano del popolo da cui si vantano di essere eletti, per infliggergli inenarrabili patimenti, maledicendo chi alle loro brame più volgari che illecite si oppone. Pare tutto precipitato, se è vero che un tempo non lontano vi fossero stati sussulti di dignità: si diceva che per ogni raccomandato ci dovesse sempre essere uno preparato. E questa regola aurea vigeva persino in Sicilia tanto per dirigere un canile quanto per amministrare il più eccellente tra gli ospedali.

Difatti è un crimine da espiare, se per avventura si dia il caso di non dover dire grazie al politico affamato, al barone universitario affermato, sicché bisogna guardarsi persino dalle sedie e dagli armadi, comprati con la cresta, così come tutti coloro che sono per loro disgrazia servi e sottomessi, perché magari avevano il diritto, ma hanno preferito fare l’inchino, per ottenere il gran favore. Costoro non potranno mai capire chi da loro è diverso, perché non si è sottomesso, e che pertanto potrà ascoltare e capire il bisogno del cittadino, anche dell’umile ed dell’emarginato senza mai avere timore del potente che è spesso solo un misero prepotente. Così il vero miserabile è chi vuole tutto ad ogni costo, ma che poi non ha niente, perché non c’é ricchezza più grande della libertà di poter dire no grazie, io non ho un prezzo, rivolgetevi a quello appresso, col cartellino ancora addosso.