Comandare, peccato originale

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Nella vulgata di basso rango è comune il detto secondo cui il “comandare” sia preferibile ad ogni altra attività umana, e persino quella che è preposta dalla natura per la riproduzione della specie, tanto è vero che viene descritta come il “peccato originale”. Quindi, stando a questa bassa vulgata, il comandare è un peccato ancora più grave di quello “originale”. E qui si aprono gli oceani delle interpretazioni di psicologi, psichiatri, antropologi culturali, sociologi di ogni risma e – perché no – giuristi, letterati e filosofi, ma anche di artisti, musicisti, cineasti ed ancora di saltatori in alto, tennisti (escluso Nicola Pietrangeli), calciatori e pallavolisti, astronauti e fisioterapisti, e così via dicendo sino ad arrivare alla categoria dei massimi esperti nella tuttologia universale: gli avventori dei bar di periferia. Questi ultimi, difatti, sanno non solo tutto, ma di più, perché il loro punto di osservazione è privilegiato, soprattutto dopo un paio di birrette al doppio malto.

Come cantava il refrain di un popolare hit del pop internazionale degli anni di massimo splendore di questo ormai tramontato genere musicale, “everybody wants to rule the world”, “tutti vogliono comandare il mondo”, traducibile in giuridichese de noantri come “ogni testa è tribunale”. Ma finché queste velleità di dominio su animali, cose e persone, si mantengono ad un livello di leggerezza infantile (della serie: “il pallone è mio quindi gioco pure io, oppure nessuno”) tutto appare nella norma dell’evoluzione dell’individuo così come delle società e della specie umana. La patologia insorge nel momento in cui “uno” inizia a pensare di essere in grado di sottomettere molti, se non tutti, ai propri voleri e financo capricci. Ed ecco individuato il momento che divide la genesi di un “leader” da quella di un “dittatore”, dato che il discrimine è molto sottile e tutto si gioca nelle intenzioni, nelle motivazioni che spingono a candidarsi per il “comando”.

In effetti, si tratta in ogni caso, di una vocazione/destino personale, di un talento naturale, iscritto nei cromosomi ed esaltato o meno dalle circostanze ambientali, che come tale prima o poi è destinato ad emergere, così come qualunque altra inclinazione che caratterizza univocamente (“uno non vale uno”, diciamolo ai “grilleschi”) ogni essere umano e che poi finisce persino per riflettersi nella sua fisiognomica. E qui possiamo dire che né il criminologo Lombroso né il letterato Oscar Wilde avessero tutti i torti, soprattutto il secondo, estetologo, quando affermava che superati i quarant’anni di età ciascuno ha la faccia che si merita o, potremmo dire sulla scorta del celeberrimo romanzo, il ritratto di Dorian Gray che è riuscito a dipingere di sé stesso. Attenti, dunque, ai tagli della tela – Lucio Fontana vade retro – che, così come nel Dorian, potrebbero improvvisamente rivelare a tutti la vera faccia caricata dei peccati sino ad allora mascherati dall’ipocrisia.

Ed in cosa consiste, alla fine, questo discrimine che distingue un leader da un dittatore? Come detto, esso deriva dalle effettive motivazioni: un leader è colui che vedendo prima e meglio di altri, con la pazienza della condivisione, cerca di condurre tutti, nessuno escluso, verso un luogo migliore, in senso sia concreto che astratto, senza per ciò attendersi alcuna ricompensa, né materiale né morale, se non quella di essere riuscito nel proprio obiettivo, senza mai farsi condizionare delle conseguenze a suo carico, anche a costo di sacrificare i propri interessi personali, talvolta anche la sua stessa vita, come la storia insegna. Se rivolgiamo lo sguardo all’Italia, ma con riflessi internazionali, è stato leader Adriano Olivetti, che seppe unire l’innovazione tipica del genio italiano al rispetto della dignità dei lavoratori. E’ stato leader Amintore Fanfani che, senza alcuna retorica di parte, riuscì a restituire agli italiani il diritto alla casa dopo le macerie ereditate dalla dittatura fascista.

Nel deserto sterminato della politica odierna si scorgono solo nani che si sono convinti di essere leader. Qualcuno, come Renzi o Conte, appare un pò più alto degli altri, ma solo perché siamo ormai abituati ad un gioco al massimo ribasso. Coloro che in altri tempi erano considerati dei “mediocri” (nel senso letterale del termine, e quindi di media statura), come ad esempio l’attuale presidente della Repubblica o l’ex presidente della commissione antimafia Rosi Bindi, oggi sembrano degli isolati giganti che predicano al vento in questo sconsolato deserto. Non mancano le grottesche posture, quasi un riflesso pavloviano, che riportano alla mente le immani tragedie inferte al popolo italiano nel ventennio fascista, quando un dittatore prese abusivamente il comando di uno Stato, perpetrando da lì innanzi ogni abuso impossibile ed inimmaginabile, mascherato da qualche opera pubblica e molta retorica a buon mercato, pagato col sangue e il sudore, con la dignità degli italiani.

L’ Antinferno degli ignavi

di  Salvatore Fiorentino © 2024

La storiografia, vieppiù romanzata e per questo ancor più veritiera come lo è la dimensione letteraria rispetto a quella propugnata dalle cosiddette “scienze esatte”, narra che un tale Capitano Dalla Chiesa, tra la fine degli anni ’40’ e l’inizio dei ’50, fece un patto con un giovanotto che, per ignoranza e condizioni familiari precarie, pur di sani principi, era solito frequentare cattive compagnie, e che per ciò, in nome di un mal riposto senso di amicizia, non aveva rivelato alle autorità proprio tutto quello che sapeva sul giovanissimo Totò Riina nell’occasione del suo primo omicidio. Il capitano disse al ragazzo: “io ti lascio andare a condizione che tu da oggi ti metti a studiare”. Il ragazzo rispettò il patto e si salvò, salvando a sua volta altre vite, generando un’onda che lentamente avrebbe cambiato la mentalità prevalente, sino a rendere inaccettabile, dopo tre quarti di secolo, ogni comportamento mafioso.

Ma, per comprendere appieno la portata delle conseguenze che un buon seme pur piantato in una terra arida e abbandonata può comportare, va detto che “la mafia non è la mafia”, volendo in questo caso parafrasare ciò che, nell’omonimo film tratto dal romanzo di Sciascia “Una storia semplice”, viene detto da un professore di lettere in pensione (interpretato da un magistrale Gian Maria Volonté) al procuratore della repubblica, ex studente dello stesso docente, che, in un singolare contrappasso e tradendo una irrisolta voglia di rivalsa, nell’interrogarlo ora a parti invertite, gli ricorda come il professore lo avesse sempre giudicato insufficiente in italiano, concludendo, non senza un ottuso compiacimento, che ciò non gli aveva precluso di raggiungere il ruolo che adesso ricopriva. Ma il professore lo gelò: “l’italiano non è l’italiano, ma il ragionamento. Con meno italiano lei sarebbe ancora più in alto”.

E se l’italiano non è l’italiano, ma il ragionamento, cosa è la mafia se non è la mafia? La risposta è semplice: l’assenza di ogni ragionamento, l’ignavia. Ossia ciò che Dante Alighieri non ritenne degno né dell’inferno né del paradiso, collocando gli ignavi, considerati dal sommo poeta come i più detestabili tra i peccatori, nell’anfratto più buio della sua Divina Commedia, in quell’Antinferno posto tra il fiume Acheronte e la porta dell’Inferno. Gli ignavi non sono colpevoli di aver fatto del male, ma di non aver fatto nulla, né male né bene, per viltà. Scontano così il contrappasso di non aver mai seguito alcun ideale, non aver mai preso chiaramente posizione, come gli angeli durante la rivolta di Lucifero, come Celestino V che rinunziò al papato, od ancora come Ponzio Pilato, il cui nome è divenuto popolare sinonimo di elusione delle responsabilità affidate mediante comportamenti ipocriti e pavidi.

La mafia, intesa come ogni forma di distruzione dei legami sociali ossia della mutua solidarietà tra i componenti di una società, è linfa vitale, elisir di lunga vita, per il potere, perché permette di applicare la più antica forma di dominio sulle popolazioni: “divide et impera”. Ecco il motivo per cui il potere, così come la mafia, teme sommamente la cultura, ma non certo quella sterile delle diatribe accademiche quanto quella che nasce dalle reali esigenze delle collettività e mira a migliorarne le condizioni materiali e morali sicché tutti indistintamente possano beneficiarne. La stessa che permette di smascherare gli impostori e i truffaldini che hanno usurpato postazioni di comando nelle istituzioni, per farne strame in nome di un meschino interesse personale, e che pertanto devono fondare il loro consenso sulla cooptazione di quanti più clientes, elargendo loro più promesse di favori che favori.

Siamo abituati, perché il potere ci ha inculcato questa mentalità, a dare la colpa alla mafia, ai mafiosi, a Totò Riina e compari. Ancora oggi insorgiamo (giustamente) perché il figlio di Totò u curtu si permette di offendere la memoria di uno dei più valorosi caduti nella lotta alla mafia, il compianto giudice Cesare Terranova. Ma dovremmo iniziare a puntare il dito innanzitutto verso noi stessi, per verificare se abbiamo fatto abbastanza, per quanto è nelle nostre umane possibilità e nelle nostre responsabilità – nessuno è un eroe, né può diventarlo, né sarebbe utile che lo fosse – per cambiare ciò che non ci piace e verso cui mostriamo avversione, disprezzo, ripugnanza se non rassegnazione. Anche per capire se abbiamo saputo dare le risposte appropriate, come quel professore d’italiano, nel momento che ci siamo imbattuti, nostro malgrado, nell’ignavia di chi ha delle precise responsabilità.

Marionette senza fili

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Non bisogna confondere, innanzitutto, le marionette con i burattini, come troppo spesso accade nel linguaggio comune. Ed allora deve essere precisato che mentre le marionette sono fantocci in legno, stoffa o altro materiale, a figura intera mossa dall’alto tramite fili dal marionettista, i burattini sono pupazzi che compaiono in scena a mezzo busto e che vengono mossi dal basso, dalla mano del burattinaio che li indossa come guanti. Questo comporta che il teatrino delle marionette è più popolato di quello dei burattini, dato che il meccanismo di controllo consente di superare il limite dei personaggi che vincola il burattinaio a mettere in scena, al più, un burattino per mano. E se il teatro tradizionale delle marionette ha sempre un limite numerico dei personaggi, il più evoluto sistema senza fili (oggi cosa non è wireless?) permette di gestire un numero infinito di pupi e pupari.

Tuttavia, l’aver abolito i fili fisici, ormai virtuali, ha causato delle spiacevoli ed impreviste ricadute pratiche. Perché è accaduto, e sembra accadere sempre più di frequente, che qualche marionetta, rivestente un ruolo importante, di tutto rispetto, abbia commesso il fatidico errore di credersi libera ed indipendente, ossia di poter calcare la scena della vita restando illuminata da luce propria. Così come sembrano commettere un tragico errore coloro i quali si affidino ad una siffatta marionetta senza fili, cadendo nell’inganno, che costei avrà ingenerato anche verso sé stessa, per potersi credere, e farsi credere, mossa da una volontà propria e non già in balia degli eventi e del capriccio del manovratore, quanto mai lesto a far cadere un pupo per magnificarne un altro a seconda degli umori del pubblico pagante. E, come avviene in questi casi, per chi ha immolato la propria esistenza per i vili denari, l’ultima parola è assicurata a chi offre di più in moneta sonante. Ed il resto è noia.

Povera marionetta, spremuta come un limone alla bisogna e subito dopo, nella più fausta dalle ipotesi, gettata nel cestello della raccolta differenziata, se non a pagare dazio per le colpe di chi la manovra e si illude, a sua volta, di agire in proprio. Perché in questa “opera dei pupi” ogni puparo è, di fatto, una pupo tenuto su da fili ancora più invisibili ed impalpabili, ma che da un giorno all’altro possono precipitarlo al suo destino. Sicché in questa grottesca “matrioska” di marionette, il marionettista di ieri è oggi la nuova marionetta messa in scena con la spada di cartone, perché il nuovo manovratore possa lucrarne abbastanza da sopravvivere alla sua bulimia di denari, l’unica ragione malata che lo spinge a sfidare il rischio che il sipario crolli da un momento all’altro, rivelando a tutti il trucco che c’è e ora si vede. Ma niente paura, perché dopo aver gridato spagnolescamente al complotto della magistratura, sarà il momento del profluvio delle lacrime di coccodrillo.

Non tutti i mali vengono per nuocere e, come è noto, il teatro, ed ancor di più l’ “opera dei pupi”, tanto più quanto questi personaggi senz’arte né parte si rivelino improbabili e grotteschi, svolge una fondamentale e salvifica funzione “catartica”, ossia purificatrice, che permette ad una società, ad una comunità, ad un gruppo di persone, che siano infettati dal male dell’interesse privato nella gestione pubblica, di liberarsi dalle scorie mefitiche che hanno proprio malgrado dovuto inglobare, e non solo per la propensione a delinquere di alcuni, ancorché pochi, dei suoi consociati, ma soprattutto per l’ignavia, l’incapacità di reagire, i casi di omertà vera e propria, il bieco ma fallace calcolo di convenienza, di quasi tutti gli altri, che si fanno collusi, conniventi, fiancheggiatori, indifferenti, vittime di sé stessi, sudditi a capo chino invece che cittadini a testa alta perché rispettosi dei propri doveri quanto dei propri diritti.

Forse, se Pirandello avesse riflettuto sul fenomeno dei pupi che si aggirano senza fili nelle società di ogni tempo, avrebbe magari modificato l’aforisma che gli viene notoriamente attribuito, nel senso di ammonire che ciascuno, nel corso del cammin di propria vita, è destinato ad incontrare più marionette che uomini (e donne). E quando si incontra una marionetta che crede di essere animata da capacità umane si prova una profonda tristezza, così come fu ben descritta nello sceneggiato (allora così si chiamavano le fiction) prodotto nel 1972 dalla RAI in adattamento della produzione della BCC di “A for Andromeda”, nella quale una creatura dalle sembianze umane generata dal calcolatore elettronico, quasi un’antesignana della odierna intelligenza artificiale, si rende conto di non poter superare le proprie contraddizioni in quanto priva dell’essenza dell’umanità, finendo per auto-annichilirsi. Perché la vita, e l’intelligenza, non si creano dal nulla, così come la vita, e l’intelligenza, non potranno mai essere distrutte dal nulla.

Fenomenologia dell’idiota

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Deve essere subito chiaro che non si vuole qui trattare dell’idiota nell’accezione letteraria datane nel celeberrimo capolavoro di Fëdor Dostoevskij, ossia dell’uomo “completamente” buono, il che denota una effettiva anomalia conducente a conseguenze spiacevoli per il malcapitato nelle relazioni con gli altri esseri umani “normodotati”. Diversamente, si intende qui trattare dell’ideal-tipo opposto, che non è semplicisticamente riducibile a quello dell’uomo “completamente” cattivo, mentre riguarda l’uomo che si comporta nella società utilizzando scientemente le modalità dell’agire primordiale invece che ricorrere alle capacità che l’evoluzione del genere umano gli ha messo a disposizione. E si tratta, essendo l’uomo dotato di libero arbitrio, di una scelta esistenziale, di un preciso calcolo di convenienza.

E come può essere individuato l’idiota nell’accezione ora precisata? Il principale tratto distintivo riguarda l’aggressività, verbale e talvolta anche fisica, unita all’arroganza che si manifestano per prevaricare chi si presenta agli occhi di un siffatto idiota come apparentemente diverso, in quanto portatore di idee, visioni, valori e tradizioni dal primo non condivise ed avversate in quanto percepite come superiori alle proprie ed insuperabili. L’idiota, così detto, continua a comportarsi come un uomo primitivo, ritenendo con tale strategia di poter aver ragione di chi, al contrario, fa ricorso a modalità più evolute e codificate nelle normali relazioni sociali, mettendo a frutto le capacità di discernimento, analisi e valutazione di ogni situazione che debba essere fronteggiata in modo sia razionale che creativo.

Ne consegue, che ove l’idiota ricopra posizioni di potere (al riguardo viene in mente il celebre aforisma di Giovanni Falcone, secondo cui laddove comanda la mafia le istituzioni sono governate dai cretini), il suo agire sarà caratterizzato da modalità autoritarie invece che autorevoli, sino a giungere alla minaccia, all’intimidazione, alla persecuzione e alla ritorsione nei confronti di chi osi manifestare idee non conformi a ciò che è consentito da tale potere autoritario, senza che sia ammessa la discussione se non per mero atto di sottomissione, dato che ogni decisione è già presa a prescindere, sulla base della convenienza di chi si è impossessato, legittimamente o meno, delle leve di comando, da costui azionate in modo arbitrario ed illogico, con conseguenze spesso dannose se non devastanti per chi le subisce.

Ma perché gli idioti di potere riescono, ed anche per periodi relativamente lunghi, ad esercitare la loro azione malefica se è a tutti chiara la loro natura e i danni che essi stanno causando agli altri? Anche in questo caso si attiva un istinto primordiale, che nella maggior parte delle persone non viene superato mobilitando le capacità messe a disposizione dall’evoluzione, di fronte alle rappresentazioni autoritarie e violente di qualsiasi tipo di manifestazione del potere. La prima reazione istintiva, in tal senso, è la rimozione del problema, trovando ogni possibile, ed anche implausibile, giustificazione a tale anomalia, ridimensionandone in modo irrealistico la portata e le conseguenze, sino all’assuefazione e alla convivenza con la stessa, ritenuta come un fatto “normale” e comunque “irrimediabile”.

La seconda reazione, da ritenere la più pericolosa, che gran parte delle persone assume di fronte agli idioti di potere come sin qui descritti, è sia legata all’istinto primordiale che dettata da un calcolo razionale di convenienza che si rivela tristemente fallace come lo è quello elaborato dal criceto che continua a girare nella ruota dentro la gabbia o, se si vuole, dal cavallo che insegue la carota legata davanti alla sua testa. Si tratta in questo caso della identificazione della vittima col carnefice, sino a maturarne in alcuni casi un “amore” malato (come ad esempio la nota “sindrome di Stoccolma”), che è poi l’humus essenziale per il fiorire e il prosperare di ogni dittatura. Come comprenderlo? Basta osservare che mai al mondo nessuna dittatura ha mai portato bene a nessuno. Né lo porterà mai.

Il paese dei bari e dei giullari

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con metodi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù … (Pier Paolo Pasolini)


La vittoria e la sconfitta sono tali secondo il metro con cui vengono misurate. Chi trucca le carte vince secondo la legge del baro, ma non secondo le regole del gioco. Che se esistono, vuol dire che devono pur valere a qualcosa. E’ un fatto di equilibrio universale, perché persino un corpo celeste che devii dalla propria traiettoria è destinato, ineluttabilmente, ad essere ricondotto alle leggi del cosmo, sicché questo percorso anomalo lo porterà a collidere e ad annichilirsi. Il baro potrà pure portare a casa il suo indegno bottino, potrà anche non essere scoperto dai compagni di avventure, ma il suo percorso deviato lo condurrà, presto o tardi, ad un impatto con l’ordine delle cose, non tanto con la sanzione di legge quanto di vita.

Sarà difatti la vita a togliere al baro ogni profitto indebito, ogni illecito arricchimento, ogni onore e ricchezza ottenuti calpestando il prossimo, usurpando gli altrui diritti, sconfinando nelle terre che non gli appartengono né potranno mai appartenergli se non per un certo tempo, con il raggiro e la truffa e, quando ciò non bastasse, persino per mezzo della violenza, della minaccia e dell’intimidazione, facendosi forte dei compari e dei giullari alla sua corte. Perché il baro non ha mai saputo cosa fosse la vera vittoria, non ha (davvero) studiato, non ha (davvero) lavorato, non ha sofferto i sacrifici per ottenerla, e non ne ha mai goduto perché mai l’ha conquistata. Ne ha solo trafugato un surrogato, dal sapore dolciastro, ma con un lento (come un veleno) retrogusto amaro.

E nel frattanto che scorre il tempo necessario alla Giustizia (Divina) per chiedergli il rendiconto, saranno l’amico tradito, il socio truffato, il compagno raggirato, il sodale deluso, e persino il parente sconcertato, a condannare, senza appello, il baro e i suoi giullari, questi ultimi tanto simili ai “Bravi” di manzoniana memoria, mercenari a basso prezzo disposti ad aiutarlo nei suoi soprusi ai danni di chi non si sporca le mani con mezzi sleali, illeciti, di chi non scende agli infimi livelli della disumanità, della rozzezza, della meschinità, preferendo rinunciare alla partita piuttosto che umiliarsi a rincorrere una palla avvelenata, a partecipare ad una partita truccata, dove impostori, truffatori e mafiosi (di terra cotta) la fanno da padroni (ma in verità servi), finché dura (l’avventura).

Perché c’è un tempo limite per tutto, e niente accade per sempre. Chi ha seminato tempesta raccoglie la devastazione di tutto ciò che si è illuso di costruire con la farina del diavolo, perché la casa fondata sulle sabbie mobili della disonestà non ha futuro, svanisce effimera come grandine precipitata dal cielo, che sembra pietra ma è solo acqua destinata a svaporare al sorgere della luce implacabile della verità. D’altra parte, chi, seppur tra mille ostacoli ed intemperie, ha continuato il suo percorso umano senza cedere alle facili scorciatoie dell’abuso, della corruzione, né tanto meno piegandosi alle minacce dei bari e dei giullari, ha costruito la propria casa sulla roccia, destinata a durare oltre la sua stessa vita terrena, sempre aperta ai giusti e ai perseguitati.

E alla fine, solo alla fine, si conteranno i vincitori e i vinti. Vincitori risulteranno quelli che non si saranno arresi a qualunque costo, che avranno lasciato scorrere il destino cercando di indirizzarlo, ma senza mai forzare la mano. Calati juncu ca passa la china, motto di arcana saggezza popolare siciliana, non è da interpretare come attitudine alla rassegnazione e alla sottomissione al potere, alle avversità, ma come cristallizzazione di una visione lungimirante, ampia e lucida, che rivela la capacità di sacrificio, di sofferenza, nel mantenere salde le radici alla propria terra, ai propri ideali, da parte di chi ha saputo ricavare il bene dal male infertogli, che ha saputo apprezzare tutto ciò che ai bari e ai giullari è apparso insignificante o incomprensibile.

(24 febbraio 2019)

Contesti storici, tra antico e moderno

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Uno dei temi più indagati e meno risolti del dibattito disciplinare nel campo dell’architettura della città riguarda senza dubbio l’interazione tra “antico” e “moderno” (non piace qui usare il termine “nuovo”), ed in special modo nei “contesti storici”. Una prospettiva d’indagine finalizzata alla definizione di strategie progettuali appare quella da condurre nell’ottica del luogo come elemento fondativo della città, assumendo, pertanto, che non possa sussistere – né in senso diacronotopico che sincronotopico – alcuna realtà urbana senza (o con l’obliterazione) il suo palinsesto (nell’accezione acclarata datane da Corboz).

Il luogo – va ancora premesso – rimanda (deve) alla forma compositiva della città, che non va quindi confusa con sua la forma architettonica. Ciò postula un approccio “paesaggistico”, ovverosia tale da considerare il paesaggio culturale quale “materiale” da rintracciare (ritracciare) e riscrivere nel rapporto dialogico tra antico e moderno, il che rimanda immediatamente alle componenti “immateriali” della città oltre quelle “materiali”, basandosi così sulla “temporalità naturale” (il paesaggio) e sulla “temporalità storica” (la città) come definite sulla scorta degli insegnamenti di Rosario Assunto (Il paesaggio e l’estetica).

Entro il dialogo tra le suddette temporalità va così collocato il progetto di architettura e, conseguentemente, il progetto urbano. Quanto ora premesso può trovare esemplificazione in alcuni casi di studio da ritenere significativi perché incidenti il luogo in contesti urbani anche di diverse caratteristiche, casi che possono individuarsi in questa sede al fine di evidenziare strategie – ma anche limiti – del progetto di architettura che venga a collocarsi, per l’appunto, nell’interazione tra antico e moderno entro un definito contesto storico, il che può essere affrontato in una prospettiva “museale”, nell’accezione di “cosmo” urbano e territoriale.

ex Monastero dei Benedettini, Catania (Giardino dei Novizi)

Un primo caso esemplificativo può essere individuato nell’ ex Monastero dei Benedettini a Catania, interessato da un lungo e complesso intervento di Giancarlo De Carlo, nel confronto con diversi studiosi ed in particolare di storia urbana, che ha portato l’edificio monumentale a divenire un luogo vivente oltre che museo, e non solo di sé stesso (come la recente mostra delle collezioni benedettine, presso il medievale Castello Ursino, ha messo in luce), ma soprattutto di un cosmo, quello della città che in esso, ormai da diversi anni, ha riconosciuto un luogo collettivo di fruizione culturale, ma anche sociale, specialmente per i giovani.

Un luogo che ha rigenerato, anche se solo in parte, il tessuto urbano contestuale, quanto meno sotto il profilo delle componenti immateriali. Ossia quanto era nelle intenzioni dell’architetto, di rintracciare, di riscrivere, anche se in modo non invasivo – quale riconoscimento e non sovrascrittura obliteratrice – parte di quel palinsesto andato perduto, e ciò mediante una induzione ad un nuovo uso rispetto a quelli che si succedevano nel passato storico, così rinnovando il luogo innanzitutto nella sua forma compositiva, ossia immateriale, rispetto alle componenti percepite e quindi vissute dagli attori della città.

Da questo esempio alla scala locale, citando incidentalmente il caso del museo dell’Ara Pacis di Richard Meier a Roma, si può quindi passare ad esaminare il caso globale dell’intervento di I.M. Pei al Louvre di Parigi, in quanto, sebbene entrambi connotati da una forte impronta stilistica dell’architetto, si dimostrano collocati nell’interazione tra antico e moderno agendo sul (e nel) luogo a prescindere dalle caratteristiche materiali, ma con riflessi ben più vasti sul piano immateriale della città, segnatamente culturali e ancora più specificamente sul “cosmo”, come si è detto in senso museale, della rivivificazione del palinsesto urbano.

Museo dell’Ara Pacis, Roma

Se i limiti, nel caso dell’intervento di Meier, sembrano risiedere nell’eccesso della cifra autoreferenziale dell’architetto, per altro verso è innegabile che il progetto per il museo dell’Ara Pacis abbia, nel suo carattere immateriale, riportato in luce una polarità urbana nel costituire un luogo che, per la sua valenza museale (adiacente al Mausoleo di Augusto), è divenuto, integrandosi nel contesto culturale globale, un episodio significativo nell’interazione tra antico e moderno, interpretando il ruolo del monumento quale attrattore di un pubblico di variegato livello culturale, svolgendo in ogni caso una funzione educativa.

Più fine, invece, anche oltre la cifra stilistica, appare la strategia perseguita da Pei al Louvre, e ciò nonostante la forte valenza figurativa e tecnologica (al tempo della realizzazione) nell’imprintig collettivo della piramide (non a caso smaterializzata) che rigenera il luogo, aggiungendo un nuovo piano di significazione, collocandosi nella linea della “cosmologia” urbana dei monumenti miliari ed evocando forti elementi simbolici che portano il museo a divenire città e, per converso, la città a divenire museo, come dimostra la condensazione nell’oggetto piramide di rimandi antichi (discesa ad inferos) quanto moderni (tecnologia).

Piramide del Louvre, Parigi

Come è possibile desumere dall’esame degli esempi citati, seppur nella loro diversità sotto i distinti profili di indagine, ciò che rende significativo il progetto di architettura, oltre la datità autoreferenziale, è quindi la rigenerazione del luogo nel dialogo tra antico e moderno, con l’apertura, la comunicazione, dell’edificio, del monumento in genere, verso la città, dal livello locale a quello globale. Ed allora, quali le strategie compositive non solo nei contesti storici conclamati, ma anche laddove la “storicità”, la temporalità della città, non sia visibile, laddove non sia rinvenibile nelle componenti materiali la dimensione storica del luogo?

Se appare consolidata la strategia della “lettura” del luogo come unità, strategia che ha ormai soppiantato l’approccio analitico (e quindi tipologico), non risulta ancora affermato un approccio che consenta di considerare il moderno come prosecuzione dell’antico sul piano immateriale. Si può quindi fare riferimento alle teorie dell’intertestualità, sicché così come l’opera letteraria non può vivere se non nei rimandi alle opere che l’hanno preceduta (ma anche a quelle che la seguiranno), anche l’opera di architettura si colloca in un “cosmo” delle altre opere, così costituenti una storia non solo retrospettiva ma anche proiettiva.

Sicché l’opera che viene ad incidere su un complesso palinsesto di luoghi, significati, simbologie, riferimenti culturali e vissuti, dovendo peraltro parlare su differenti livelli comunicativi (pluridiscorsività) per essere compresa, partecipata e quindi “abitata” dalla pluralità degli attori urbani, comporta delle rilevanti ricadute sociologiche laddove i luoghi vengano ad acquistare un carattere diffuso di inclusività, accogliendo ogni differente sensibilità e cultura, stratificati nella storia comune secondo la declinazione della città in urbs (città costruita), polis (città istituzione) e civitas (città dei cittadini).

Appare a questo punto decisivo distinguere, nelle strategie progettuali, le “forme compositive” dalle “forme architettoniche”, secondo la relazione – e la sottesa gerarchia – che appare analoga a quella che sussiste tra il piano semantico e quello tecnico-linguistico nella letteratura. Nel rapporto tra antico e moderno, quindi, ciò che rileva nel progetto dell’architettura della città è la comprensione e la elaborazione di una appropriata forma compositiva, tale da riprendere il dialogo, mediante il moderno, con l’antico, al di là di ogni preclusione cronologica, potendo l’antico anche essere seguente al moderno.

Ecco che, a prescindere dalla cifra stilistica dell’autore che è comunque interprete di un dato contesto, l’aspetto che appare ineludibile resta fissato nella prosecuzione del luogo, e fondamentalmente nella consapevolezza di doverne riconoscere e definire preliminarmente la forma compositiva, ossia l’essenza, il codice genetico, onde poter attuare con la modificazione, tanto delle componenti materiali che immateriali, la “tradizione” dei valori urbani “attraverso” la storia, e non nel mero rapporto con essa, di modo che il luogo ne sia sempre parte integrante e il progetto non ne divenga mai sovraimposizione o obliterazione.

E ciò sembra valere a maggior ragione laddove le tracce del luogo sono “invisibili”, disperse nel territorio, sicché il lavoro di ritracciamento e ricomposizione sia chiamato ad assumere e svolgere un ruolo di vera e propria “archeologia culturale”.

Riqualificazione dell’area del Mausoleo di Augusto e del Museo dell’Ara Pacis

(3 dicembre 2017)

Il rispetto dell’eternità (l’altro come sé)

di Salvatore Fiorentino © 2024

Chi non rispetta un uomo (nel senso di essere umano) non è degno di essere un uomo. Chi accampa scusanti, attenuanti, ideologie, filosofie, arzigogolii, per mancare di rispetto ad un uomo, non merita di essere neppure ascoltato. Perché non é. Il rispetto inteso come riconoscimento dell’altro come sé, come legge universale che non può essere derogata per nessun motivo, per nessuna convenienza, per nessuna emergenza, per nessuno e per niente. Perché nel momento che l’essere umano è venuto al mondo (gettato, secondo alcuni), non può più tornare indietro, egli sarà e sarà stato, e non potrà mai essere annullato. Come dimostra il timore che incutono certi grandi uomini anche, e ancora di più, da morti.

Rispettare l’uomo, quindi, significa rispettare l’eternità, ossia il creato, secondo chi crede un dio creatore. Comunque sia, il principio da cui origina la vita, e la vita umana in particolare. Chi non rispetta l’altro come sé, innanzitutto offende sé stesso, si espone in uno spettacolo mortificante, degradante, che provoca sconcerto, attonimento, espressa o tacita riprovazione. Si può mancare di rispetto all’altro come sé senza un preciso interesse o per perseguire un dato obiettivo. Nel primo caso si è di fronte, generalmente, ad un complesso di inferiorità, talmente esacerbato che non riesce a trovare sfogo e superamento nella costruttiva competizione, per annegarsi nello sfregio, nella distruzione di chi appare inarrivabile.

Spesso si manca di rispetto all’altro come sé perché si persegue un disegno scorretto, illecito, talvolta efferatamente criminale. Anche in questo caso, si denota una forma di latente inferiorità, la consapevolezza di non poter raggiungere il proprio obiettivo in modo lineare, rispettando le regole della convivenza civile, oppure perché si pecca di ingordigia, di potere e di denari, con una pulsione bulimica ad accumulare, possedere, che non troverà mai soddisfazione e che anzi sarà tanto meno appagata quanto più crescerà l’entità dei possedimenti materiali, a cui corrisponderà uno speculare depauperamento morale, dato che per ogni denaro od oncia di potere ammassati si sarà smarrito un granello di coscienza.

Il mafioso. Rappresenta l’idealtipo umano (recte: subumano) che più viene meno al rispetto dell’altro come sé, secondo solo a chi – come si dirà – con questi intrattiene rapporti ambigui. Non a caso il mafioso si definisce “uomo di rispetto”, mentre ne é agli antipodi, allo stesso modo di chi si autoproclama “onesto”, ma non lo dimostra con il suo agire. E’ temuto perché abile a colpire alle spalle senza farsi scrupolo, in ciò denotando tutta la sua infima caratura morale. Non riuscendo nell’intento con l’arma della adulazione, della corruzione e della intercessione politica, ricorre alla minaccia, all’intimidazione, all’estorsione, in un crescendo di violenza, prediligendo la via della delegittimazione di chi non si piega ai suoi voleri.

L’amico del mafioso. Sotto il profilo del rispetto dell’altro come sé, costui è caduto ancora più in basso del mafioso, dato che ha scavato il fondo dell’ignominia per perseguire il suo bieco e miserabile tornaconto personale. E’ colui che al mafioso apre la porta, indicandogli la strada per colpire l’obiettivo che invece avrebbe il dovere di tutelare, quanto meno moralmente. Talvolta è così abile da ingannare persino il mafioso, tradendone l’amicizia (se così si può definire), usandolo alla bisogna come un utile idiota per raggiungere i suoi obiettivi, di denaro e di potere, per abbattere ogni ostacolo che gli si presenta sulla strada infernale del proprio egoismo, nella disperata ricerca di riempire un vuoto esistenziale incolmabile.

(10 ottobre 2020)

“A pieno regime” (fase 2)

di Salvatore Fiorentino © 2024

Uno degli effetti collaterali della “società liquida”, in cui si è destinati alla aleatorietà della memoria e quindi alla labilità dell’esercizio del “senso critico”, presenta ricadute significative e talvolta esiziali nel momento decisivo della democrazia, ossia quello in cui si forma il convincimento dell’elettore pro o contro un dato esponente politico ed un partito o movimento che lo esprime. Ciò vale in particolar modo per i personaggi nuovi che improvvisamente siano assurti ad un ruolo di primo piano, senza che l’elettorato ne conosca la storia, la provenienza, le reali e intime convinzioni che lo spingono a ricoprire un ruolo politico o di governo.

Il caso di scuola, in questo senso, appare quello impersonato dall’ex presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, attuale leader del Movimento Cinque Stelle, che sembra volersi giocare il tutto per tutto nella sfida che si preannuncia finale con il co-fondatore (insieme a Gianroberto Casaleggio) e attuale garante Beppe Grillo, sulla base di un dissidio ormai divenuto insanabile con il conseguente smarrimento dell’elettorato effettivo e potenziale che si vede malvolentieri costretto, in questo redde rationem, a prendere parte per l’uno o per l’altro.

Beppe Grillo lo conosciamo ormai bene, ma chi sia veramente Giuseppe Conte possiamo dirlo con la stessa certezza? Ovviamente no, ed allora riproponiamo uno scritto pubblicato in tempi “non sospetti”, quando Conte era premier nel governo “giallo-rosso”, nel quale si iniziava ad intravedere in questo “parvenu” della politica un tratto autoritario tipico di chi si trova impreparato a gestire un potere enorme, ma non intende rinunciarvi ad ogni costo, il che appare in stridente contraddizione con la stessa ragion d’essere del M5S.

. . .

Quando la parola “regime” risuona nello squadrato cortile di Palazzo Chigi (inaugurato nel 1580, il nome si deve alla famiglia di banchieri senesi che lo acquistò nel 1659), al crepuscolo romano di metà maggio dell’anno 2020, complice una scenografia surrreale che fa da sfondo alla figura del premier Giuseppe Conte (con la sola ulteriore presenza del portavoce a latere Rocco Casalino), qualcosa di inspiegabile ed indefinito porta la mente a percepire una allure dittatoriale, niente di paragonabile al fascismo né ad altri totalitarismi già conosciuti, ma quale un nuovo virus, quasi un pendant del “corona”, che ora si sparge via etere, complice un abito forse troppo azzurro (che può aver giocato nell’innamoramento di Letta, detto Gianni).

Non è certo la presunta gaffe con la stampa a dare questa sensazione (in verità Conte recupera in corner, incastrando uno “scherzi a parte” nella sua prolungata risposta, apparsa piccata, alla domanda di un giornalista che chiedeva lumi sull’efficienza del commissario straordinario Arcuri in materia di mascherine). Ma così come tutte le sensazioni anticipano la dimostrazione basata su un ragionamento oggettivo, qui il fondo di verità appare sussistere. Sarà che la luce dell’imbrunire fa apparire il bianco delle facciate del palazzo come virato in un rosa “argentino”, sarà la postura “bolsonara” dell’avvocato del popolo, ma egli ora sembra un “avatar”, una figura virtuale, una sorta di “app” che ci governa, con indicazioni e divieti.

Palazzo Chigi, conferenza stampa del presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte, Roma 16 maggio 2020

Temporary democracy. La democrazia al tempo dell’emergenza è sospesa. In aria, come il virus, occorre dotarla di mascherine e respiratori, ma che non siamo in grado di produrre. Nessuno può capire del tutto sino a che punto siano necessarie ed opportune le misure precauzionali, e di conseguenza i provvedimenti normativi che discipliano i comportamenti dei cittadini. Né si può ragionare con la logica del senno del poi (“ne sono piene le fosse”, non ha mancato di ammonire, non certo senza un lugubre presagio, il premier in una delle sue videoconferenze stampa). Ma sul punto le parole più chiare, nette e dirette, pulsanti di vita, le ha dette il capo di “Podemos”, puntando il dito sul depotenziamento della sanità pubblica.

Berluskony. Un pò russo un pò americano, della serie “Franza o Spagna purché se magna”. Dal suo buen retiro obbligato dal medico personale, confinato nelle “ristrettezze” della villa dell’amata figlia Marina (che è la sua goccia d’acqua) presso Châteauneuf-de-Grasse, Valbonne, in quel di Nizza, l’ex Cavaliere ed ex Caimano ha avuto tempo per osservare e riflettere. Ed ha mandato in avanscoperta il fido Antonio Tajani, a spargere zucchero e miele. E per non farsi mancare nulla, entra in gioco la dolce Mara Carfagna, al quale fascino (politico) il premier, da vero gentiluomo, non potrà opporsi, anche per i secreti offici di un immarcescibile Gianni Letta. La prova d’amore? Il voto di Forza Italia per il “recovery fund”.

Iconografia del potere, tra estetica ed etica. Il cielo sopra l’Italia non è stato mai così azzurro. E, come ci ha insegnato Benedetto Croce, l’estetica annuncia l’etica. L’estetica è alla radice di ogni regime, ne è cifra ed essenza. La ritualità, la teatralità ne sono fondamenti. Se i “padroni delle ferriere” erano lo spauracchio del Novecento, oggi sono altri i “signori” da temere. Sono quelli che in nome dell’emergenza, del nemico invisibile e impalpabile, possono giustificare ogni limitazione della libertà, e non tanto quella scritta a chiare lettere sulla Costituzione, ma quella che è innata, che sgorga dal diritto naturale, da quella fonte che afferma, senza tema di alcuna smentita, che tutti gli uomini nascono liberi ed eguali.

(17 maggio 2020)

Sciascia e l’equivoco letterario dell’antimafia

di Salvatore Fiorentino © 2024

Come spesso accade in letteratura, non finisce mai di suscitare riverberi culturali, politici e financo storici il celebre scritto polemico di Leonardo Sciascia, pubblicato su “Il Corriere della Sera” del 10 gennaio 1987 ed intolato “I professionisti dell’antimafia“. Perché, come si intende ora dimostrare “al di là di ogni ragionevole dubbio”, proprio di scritto letterario si tratta, con tutti i pregi e i limiti che ciò comporta. E il non aver tenuto in debito conto questa peculiarità ha di fatto consentito l’ingenerarsi di una ridda di equivoci presto sfociati nelle strumentalizzazioni avverso chi sacrificava sé stesso per difendere lo Stato. Va tuttavia riconosciuto come ad una lettura retrospettiva, alla luce dell’accumularsi degli eventi accaduti negli ultimi trent’anni, si presenti più agevole il discernimento rispetto a quella che poteva essere poco più che un’impressione a caldo a fronte di un testo che doveva apparire dirompente in quel momento, alla fine degli anni ’80, in cui si varcava presso l’opinione pubblica di massa il confine – il “Rubicone”, per usare una metafora cara a Giovanni Falcone – tra la narrazione leggendaria della mafia e l’accertamento giudiziario della sua effettiva sussistenza. Del fatto che l’articolo di Sciascia sia in verità da considerare niente meno che un testo letterario, un’appendice ai suoi romanzi incardinati nei tre elementi invarianti (la Sicilia, la Mafia e l’Uomo delle istituzioni) in perenne mutuo conflitto, vi sono “molteplici, univoci e concordanti indizi”, tali da costituirne una “solida prova”. E se talvolta, come riteneva Silas Flannery (il riferimento ad Italo Calvino per il tramite di un suo personaggio, come si vedrà, non è casuale) riscrivere la parola d’altri è l’unico modo per cominciare a scrivere, potrà allora darsi che riscrivere le proprie parole è probabilmente un espediente per tornare sui propri passi o quanto meno il pre-testo per ritornare a calcare la “scena del delitto”.

I.
Donde il primo indizio (ne basteranno tre, com’è d’uopo), primo anche secondo l’ordine espositivo dell’articolo in commento, ma tale soprattutto perché talmente evidente “da servire a coloro che hanno corta memoria e/o lunga malafede“, e ciò sia detto solo per parafrasare la vis polemica sciasciana. Indizio primario che va pertanto riconosciuto nell’esercizio di una tecnica tipicamente letteraria, quella dell’intertestualità all’incipit di un novellare, qui realizzata mediante l’autocitazione di due importanti passi, ripresi da “Il giorno della civetta” e da “A ciascuno il suo“, tesi ad evidenziare appunto quel perenne dissidio la cui drammaticità si svela nella condizione esistenziale dell’Uomo che, pur raggiungendo ed a costo di sforzi eccezionali la consapevolezza della ragione del male e quindi dei rimedi per estirparlo, si trova tuttavia solo ed impotente con la soluzione in mano, ma senza mai riuscire a realizzarla. Che in verità non si tratti di mero indizio, ancorché primario, ma di “prova regina”, ci autorizzerebbe a ritenerlo quanto lo stesso Sciascia afferma (confessio est regina probatio) con espresso rinvio alle suddette notevoli autocitazioni: “la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell’antimafia“. E comunque, il ricorso all’intertestualità va oltre l’autocitazione, evocando grandi autori che evidentemente popolano il panorama letterario dello scrittore di Racalmuto, come Verga, Pirandello, Manzoni, e tra questi non sembri eccentrico il riferimento anche a Guttuso, dato che la poetica sciasciana può a buon diritto considerarsi “visuale” se giunge sino ad assumere “la Sicilia come metafora del Mondo”. 

II.
Nel passare a trattare del secondo indizio, concorrente alla dimostrazione della tesi che ci occupa in questa sede, occorre preliminarmante ricordare come un testo letterario, per quanto attinga alla fonte della “finzione”, sia per questo più “veritiero” di qualsivoglia altro testo che si riproponga – come si insegna nelle scuole di giornalismo, salvo poi quasi sempre disattenderlo nella pratica professionale – il crisma dell’oggettività dei fatti pretendendo peraltro di confinare ogni soggettività nel collaterale campo delle opinioni. Sicché le raffigurazioni, incontrovertibilmente letterarie, con cui Sciascia illustra il suo scritto appaiono “più” vere come possono esserlo quelle di un romanzo, ossia descrittive di una realtà che ancora sfugge alla consapevolezza della generalità dei lettori, ma di cui già si manifestano i segni di immanenza nel divenire della storia e che solo uno sguardo precorritore riesce a cogliere. Come non ritenere così “vera” la caratterizzazione, “per esempio“, dell’Uomo politico al passo con i tempi: “un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra, si può considerare in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno“. Nessuno, col senno del poi, negherebbe oggi la “verità” di questo passo, ma neppure che esso potrebbe essere a pieno titolo un brano di uno dei romanzi di Sciascia.

III.
Ed infine siamo al terzo indizio, non ultimo rispetto ai precedenti ma necessariamente conclusivo. Occorre premettere che esso tocca il rapporto tra storiografia e letteratura, ed in particolare la differenza del punto di osservazione che lo storico e il letterato utilizzano per posare lo sguardo sullo stesso oggetto d’indagine, con tutto ciò che ne consegue all’esito di quest’ultima. Se non può esistere – così come è illusorio pretendere di separare nettamente i fatti dalle opinioni – una linea tranciante che possa separare la visione dello storico da quella del letterato, può tuttavia dirsi che quest’ultima non esige il rigore metodologico nella “archeologia” (nell’accezione, con Foucault, di ricerca oltre l’approccio epistemologico) delle fonti che appartiene alla prima, mentre si alimenta principalmente attraverso la “noesi” (intesa, con Husserl, come esperienza vissuta), ossia dell’insieme degli atti di comprensione rivolti all’oggetto dell’esperienza, quali la percezione, l’immaginazione ed il ricordo. Ciò vale a dire che se, per un verso, la visione del letterato è “più” vera entro una prospettiva a-storica o a-tecnica, diremmo universale, per altro verso la stessa non può ritenersi altrettanto attendibile ove circoscritta ad un preciso episodio, e come tale limitato nel tempo e nello spazio. Difatti, entro tale contingenza il respiro grande della narrazione non può spiegarsi, venendo così a prevalere la specificità dei saperi, la tecnica, tanto della storiografia quanto, ad esempio, del diritto in tutte le sue articolazioni: sicché le interpretazioni superficialmente fondate e persino audaci di fatti storici o politici risulteranno accettabili se offerte da un letterato, mentre non si potrà certo perdonare ad uno storico la produzione di una storiografia romanzata. E di ciò, tornando al caso in esame, se ne ha evidenza nel corposo carteggio intercorso tra Italo Calvino e Leonardo Sciascia (67 lettere dal 1953 al 1981) dal quale emerge l’entusiasmo del Maestro per le abilità letterarie dello scrittore siciliano, ancorché con qualche titubanza sulle interpretazioni politiche e storiche.

IV.
Ciò posto, con specifico riferimento a “I professionisti dell’antimafia“, vanno rilevate due ricostruzioni/interpretazioni di fatti storici e politici che ricollegano, per mezzo di un “jump-cut” alquanto audace, l’antimafia al tempo del fascismo all’antimafia contemporanea (alla data dell’articolo), con incursioni tanto nel campo della storiografia quanto in quello del diritto costituzionale (rectius: ordinamento giudiziario). Per quanto si dirà, tali interpretazioni non possono tuttavia ritenersi, dal punto di vista a-letterario, convincenti e per certi versi neppure corrette sotto il profilo tecnico-disciplinare. In primo luogo, le perplessità scaturiscono dalla qualità della fonte storiografica da cui Sciascia dichiara di attingere (un libro di Christopher Duggan, dal titolo “La mafia durante il fascismo“), che si riconduce alla scuola di Denis Mack Smith, di larga notorietà presso il grande pubblico, ma non ritenuta in ambito scientifico tra le più autorevoli se non addirittura, da alcune parti, additata di superficialità ed indulgenze verso interpretazioni convezionali e rappresentazioni stereotipe per quanto riguarda in particolare la Sicilia. In secondo luogo, appare intrinsecamente debole se non del tutto forzata la conclusione a cui lo scrittore siciliano mostra di giungere sulla scorta di una siffatta fonte: “l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato ed incontrastabile […] perché talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come ‘mafioso’ “. Così come altrettanto forzata appare la trasposizione all’attualità della precitata conclusione: “Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e sprito critico mancando“. Debolezze e forzature, quelle evidenziate nello scritto sciasciano, che traspaiono non tanto (e non solo) dall’ “esempio ipotetico” del “sindaco antimafioso” di cui si è già trattato sopra, quanto (e soprattutto) dall’esempio “attuale ed effettuato” della nomina di Paolo Borsellino a capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala.    

V.
E non poteva scegliersi esempio più “veramente” fuori luogo di quello anzidetto, il che non lascia infine alcun margine di dubbio sulla obbligatorietà, “contrariis reictis”, di collocare l’articolo in esame perlomeno nel campo eminentemente letterario, pena la destituzione di ogni suo fondamento e valore, il che sembrerebbe commettere un torto eccessivo nei confronti del maestro di Regalpetra. Sciascia infatti, avventurandosi in un terreno a lui non certo congeniale, quello dei complessi meccanismi delle nomine dei vertici degli uffici giudiziari da parte del C.S.M., insorge, tuttavia non cogliendo nel segno, contro la decisione dell’Organo di autogoverno della magistratura, additandone addirittura la motivazione che, invece del tutto correttamente, privilegia la competenza specifica rispetto al mero parametro dell’anzianità: “rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il “superamento” da parte del più giovane aspirante“. Per infine concludere con un monito di cui appare difficile se non impossibile comprendere le ragioni dell’amara indignazione: “i lettori, comunque, prendano atto che nulla vale di più in Sicilia, per fare carriera nella magistratura, del prendere parte a processi di stampo mafioso“. Verrebbe da chiedersi quali fossero, secondo la visione di Sciascia, i processi più importanti e delicati, soprattutto in una fase storica incandescente, come quella che dal maxiprocesso contro Cosa nostra avrebbe condotto alle stragi di Capaci e via D’Amelio, da celebrare in Sicilia oltre quelli per reati di mafia, e per quali altri meriti, se non quelli professionali e collegati alla specifica competenza, i magistrati dovessero avanzare in carriera. Ma sono domande a cui non ci sono risposte, nè potevano mai esserci, perché in fondo scrivere romanzi sulla mafia non è come morire per combatterla. “Tutto è incominciato con quell’articolo su i professionisti dell’antimafia“, disse non a caso, profondamente amareggiato, Paolo Borsellino il 25 giugno 1992 presso la biblioteca comunale di Palermo, consapevole che da li a poco “tutto sarebbe finito”.   

(5 maggio 2021)

Lo Stato siamo noi

di Salvatore Fiorentino © 2024

Lo Stato, alla fine, vince sempre. Perché lo Stato non è un’entità astratta, ma è costituito da tutti i cittadini. E la maggioranza assoluta dei cittadini è composta da persone per bene, che si impegnano ogni giorno per fare il proprio dovere, nella famiglia, nel lavoro, nella società. Altrimenti lo Stato sarebbe crollato da un pezzo. Lo Stato non si regge, infatti, come talvolta certi Soloni pretenderebbero di dare ad intendere, su chi detiene le leve del potere. Se non ci fosse, ogni giorno, l’operaio che fa il suo lavoro, il contadino che fa il suo lavoro, l’operatore ecologico che fa il suo lavoro, l’insegnante che fa il suo lavoro, il poliziotto o il carabiniere che fanno il loro lavoro e così via dicendo, resterebbero, ma per pochi giorni sino al crollo, quei parassiti che si annidano in ogni categoria ma che privilegiano la politica quale strumento per saccheggiare lo Stato.

Cosa ha ottenuto, infine, un mafioso turpe e malvagio come Totò Riina, ubriacatosi di potere sol perché per un certo tempo serviva alle famigerate “Entità” che si lasciassero briglie sciolte all’efferatezza dei “corleonesi”? Nulla. E’ stato infine consegnato alla giustizia dai suoi stessi compari che si resero conto, così come le “Entità”, che il limite era stato ampiamente superato, che non si poteva proseguire quella folle e mai vista mattanza, con cui “Totò u curtu” aveva spazzato via i vecchi esponenti di “Cosa nostra” e pretendeva di fare la guerra allo Stato, ai cittadini, eliminando brutalmente tutti coloro che non si piegavano alle sue pretese, ogni giorno più esose e persino capricciose. Che padre è stato per i suoi figli, che eredità ha lasciato loro, se non quella della galera e del disprezzo dell’opinione pubblica, sino all’invito pubblico delle istituzioni a non rimettere piede nel paese natio?

E, mutatis mutandis, dato che, come abbiamo scritto altrove, il “fascismo è mafia”, cosa ha ottenuto infine un dittatore paranoico e profondamente vigliacco come Benito Mussolini, se non essere stato sfiduciato dai suoi stessi gerarchi e arrestato il giorno dopo a Villa Savoia per ordine di un re piccolo piccolo, ma che comunque aveva compreso che, anche in questo caso, il limite era stato ampiamente superato? Quanta sofferenza aveva inferto questo meschino personaggio politico all’Italia, ai cittadini, ai lavoratori, ai sindacalisti, a cominciare dall’efferato assassinio di Giacomo Matteotti, temutissimo avversario politico. Certo, c’è voluto del tempo, ma non appena è stato palese che il duce stava conducendo il paese verso il baratro della distruzione totale, sono stati i cittadini ad unirsi, a prescindere dalle proprie idee politiche, affinché fosse per sempre scacciato il fascismo, liberando l’Italia dal “male assoluto”.

Si dice spesso che gli italiani, i meridionali soprattutto ed i siciliani in particolare, siano inclini più a sottomettersi al potere politico che a lottare per ottenere i loro diritti. Questa immagine, per quanto sia diffusa e ritenuta fondata, in verità non restituisce autenticamente la effettiva dinamica sociale che viene a realizzarsi tra il cittadino e chi è stato demandato dal primo a rappresentarlo nelle sedi della gestione del potere politico-amministrativo. Non si tratta, difatti, di un atteggiamento di sottomissione quanto, diversamente, di pretesa, ancorché talvolta indebita, dissimulata nei modi di chiedere per ottenere. Questo è evidente nei rapporti tra centri di potere economico-finanziario e il potere politico, mentre scorre carsicamente per tutti gli altri casi, al netto di ciò che accade nelle realtà affette dal “familismo amorale” dove carnefice e vittima convivono nonostante tutto.

Per questo occorre avere fiducia nello Stato, perché lo Stato è fatto dai cittadini, e perché la maggior parte dei cittadini di fronte ad un rischio grave ed imminente per la comunità si uniscono spontaneamente per il bene comune della sopravvivenza materiale e morale, bene che sta al di sopra di ogni orientamento politico, religioso, culturale, e di ogni altra natura. E’ un processo che scaturisce nel momento in cui pressoché tutti si rendono conto che è stato ampiamente superato il limite del sopportabile e diventa urgente e necessario rimuovere le condizioni che minacciano ciò a cui nessun essere umano potrà mai rinunciare, quali il rispetto della propria libertà, della propria dignità, la sopravvivenza materiale per sé e per la propria famiglia. Ed è un processo irreversibile che si rinnova al presentarsi di una nuova minaccia per l’integrità della società, dei cittadini e dello stesso Stato.