L’Italia non è una democrazia

diSalvatore Fiorentino © 2024

Diciamolo, anzi diGiamolo! (‘Gnazio La Russa, docet). L’Italia non è una democrazia. Non si offenda nessuno, in primis il bis-presidente della Repubblica che ci mette sempre una pezza. Anche se, come è noto, la pezza a volte è peggio del buco. E qui non è come nella nota favoletta olandese, che si può bloccare il crollo di una diga mettendo un dito nella falla, in attesa che arrivino i soccorsi. Perché la diga assomiglia ormai ad una fetta di groviera. Ma ciò che conta invece è annunciare la prima pietra del ponte di Messina, quello che tra rinvii e ritardi non si farà mai. Tanto non serve farlo, quanto raccontarne la storiella, stavolta tutta padana, con un ministro che non sapendo che pesci pigliare la spara ogni giorno più grossa. L’ultima è l’intestazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi, dove, caso vuole, che si sia sfiorata la strage per un incidente di volo.

Che democrazia è quella in cui è pressoché impossibile, per un comune cittadino, ottenere i propri diritti, contrabbandati per favori dal politicante o dal burocratello di turno? Che democrazia è quella in cui i cittadini che si impegnano negli studi e nel lavoro debbano essere costantemente derubati e vilipesi da coloro i quali, immeritevoli ed incapaci, si fanno forti della “raccomandazione” di questo e di quel “ras” di partito? E sia chiaro, non è questione di destra, di centro o di sinistra, ma di tutti, ma proprio tutti, compresi i presunti “onesti” dell’ultima ora, non importa a quante stelle siano, tanto pronti sono a svendersi pur di ottenere un miserabile interesse personale. E meno male che dovevano cambiare l’Italia, certo in peggio ci sono riusciti. E che dire di Elly Schlein nel paese delle meraviglie, la quale scopre che dicendo cose di sinistra il consenso sale. Ma davvero? E’ La scoperta del secolo!

Che democrazia è quella in cui gli elettori non hanno alcun potere di eleggere chi preferiscono davvero, mentre devono ratificare scelte decise nelle segrete stanze dei partiti. Ma almeno fossero davvero partiti, ed in quanto tali rappresentativi delle istanze degli iscritti! Ma non lo sono più da decenni, essendo divenuti scatole vuote a capo delle quali viene periodicamente posta una testa di legno che non fa altro che eseguire gli ordini, senza peraltro capirne le conseguenze, impartiti dai centri di potere che con la politica non hanno nulla a che spartire. Altrimenti non si spiegherebbe come la quisque de populo Giorgia Meloni possa oggi ricoprire la carica di presidente del consiglio dei ministri di uno dei più importanti stati del mondo, componente del G7 e terzo nella UE per prodotto interno lordo, a parte l’inestimabile valore della tradizione storica e culturale del Belpaese.

E che democrazia è quella in cui il lavoro è sottopagato, sfruttato, umiliato, causa di pericolo per la salute e la stessa vita del lavoratore? Forse che il presidente di questa ormai malfamata Repubblica non si sia accorto che il pilastro principale che la dovrebbe sorreggere, secondo l’art. 1 della Costituzione, è ormai praticamente collassato? A che serve l’indignazione del giorno dopo, a che servono i funerali di Stato con le autorità tutte (o quasi) presenti a battersi il petto e assicurare, urbi et orbi, che mai più, mai più si dovrà ripetere una siffatta tragedia? Che poi, puntualmente, si ripete, così come il copione e la passerella delle facce di cerone. Ah, ma non ci sono abbastanza ispettori del lavoro, non ci sono abbastanza controlli sulle imprese … vero, ma cosa ha fatto la politica dall’anno 2008, in cui è stato varato il testo unico per tutelare la vita di lavoratrici e lavoratori?

La politica, questa sconosciuta, si è preoccupata di salvaguardare sé stessa, dalle indagini, dalle intercettazioni, dagli arresti ove occorrenti, dalle misure cautelari per interdire chi, scoperto con le mani nel sacco, è evidentemente indegno di rappresentare e curare gli interessi della collettività a cui ha carpito la fiducia e il voto, sin dal consigliere comunale dell’ultimo sperduto ente di montagna per arrivare ai palazzi romani dove alberga, talvolta proditoriamente in danno degli italiani, il presidente del consiglio dei ministri. Sino all’aberrazione dell’abolizione del reato di abuso di potere, come dire che, come un qualunque Marchese del Grillo (oddio!) direbbe, il pubblico ufficiale si può oggi permettere di affermare: “io sono io e voi non siete un … “, nel momento che favorisca l’amico e il sodale ai danni di tutti gli altri, oppure per ottenere un ingiusto beneficio personale. E’ la patria, bellezza.

Dissesto costituzionale

diSalvatore Fiorentino © 2024

Non bastava il dissesto idrogeologico ad affliggere il Belpaese, i terremoti devastanti che sono stati la vergognosa occasione di speculazione invece che imporre il risanamento delle fragilità del territorio, con la conseguenza che servono decenni per la ricostruzione, sempre che si arrivi ad un suo compimento. E non bastava l’aggressione dell’abusivismo edilizio, efferato nei territori costieri, che ha devastato i luoghi che la natura aveva consegnato intatti come patrimoni da tutelare e non certo da sfregiare impunemente. Abusi, peraltro, non dettati dalla “necessità” abitativa, ma anch’essi speculativi se non, in taluni casi, manifestazione visibile di un disprezzo esibito per il rispetto delle regole della convivenza civile, quali sono in fondo le norme attuative della pianificazione urbanistica. E non bastava neppure il degrado causato dalle “pianificate emergenze” dei rifiuti, ormai storiche in Sicilia.

Ma c’è di più: il dissesto costituzionale che proviene da lontano, dalla famigerata modifica del Titolo V della Carta, partorito a più mani da un centro-sinistra in pieno stato confusionale, con “L’Ulivo” ormai mandato al macero, sotto i fumi degli esiti fallimentari della “Bicamerale” presieduta da Massimo D’Alema, tra le alchimie spericolate di “illuminati” tecnocrati come Franco Bassanini e Giuliano Amato, ma anche per l’effetto dell’ansia di darsi frettolosamente una riverniciata di modernità, impellenza irrefrenabile nei “neo-kennedyani” Walter Veltroni e Francesco Rutelli, agognanti un Partito Democratico in salsa americana, non senza striature berlusconiane, con coriandoli multicolor e majorette dai sorrisi plastificati, ricercando per sé stessi un ruolo da protagonisti più attagliato allo star system hollywoodiano che ad un profilo di caratura istituzionale inscritto nella trazione italiana.

Dissesto che si è aggravato man mano che venivano erose le fondamenta costituzionali, mediante la sistematica disapplicazione, se non la patente violazione, dei principii basilari, posti a presidio dell’ordinata convivenza civile, di libertà, eguaglianza e solidarietà, nonché a tutela dell’ambiente e dei beni culturali, non seconde l’affermazione espressa del criterio meritocratico (“i capaci e i meritevoli”) e di quello dell’imparzialità dei pubblici uffici rispetto alle ingerenze delle varie fazioni politiche. Con bilanciamenti di alta precisione tra organi e poteri, sicché il processo legislativo, così come l’esercizio del potere esecutivo, potessero svolgersi sempre nell’interesse generale e mai rivelarsi cedevoli alle tentazioni, talvolta spregiudicate e spregevoli, come quella dell’ “uomo (o donna) solo (a) al comando”, nell’illusione di poter, per incanto, dare risposte ai problemi insoluti e cronicizzati.

Dissesto a cui ha contribuito, in parte non secondaria, anche il degradamento della funzione giudiziaria, fortemente incrinata, quanto meno sotto il profilo della credibilità dell’istituzione, a causa delle scorribande di fazioni in lotta per l’accaparramento – o, nella migliore ipotesi, la spartizione – di postazioni di vertice sicché, anche in combutta con certa parte della politica e di altri poteri dominanti come quelli economico-finanziari, per indirizzarne le decisioni non secondo i principi di giustizia riassunti nel fatidico dictum “la legge è eguale per tutti”, ma all’opposto per assecondare gli indicibili desiderata di questi poteri sottostanti, famelici e mascherati. Con pregiudizio ancora più grave, nelle ricadute concrete, della pur esiziale “corruzione in atti giudiziari” commessa dai singoli magistrati. E nessun rimedio è stato infine adottato, solo qualche monito del Quirinale.

Dissesto che ha toccato persino il vertice di garanzia del Colle più alto, nel momento in cui è caduto il tabù della rielezione del Capo dello Stato, inaugurata con Giorgio Napolitano (che comunque ebbe il pudore istituzionale di dimettersi dopo meno di due anni), primo presidente della Repubblica proveniente dalle fila del Partito Comunista Italiano. Rielezione che si è avuta, consolidando una prassi anomala e probabilmente “incostituzionale” nella sostanza, con il successore di “Re Giorgio”, ossia il già parlamentare e ministro, nonché giudice costituzionale e docente universitario, Sergio Mattarella, per nulla incline ad intervenire nel caso delle “riforme” costituzionali di dubbia legittimità come quelle architettate, ieri, dal governo Renzi e, oggi, dal governo Meloni. Né, tanto meno, propenso, per quanto appare, a rassegnare le dimissioni anticipate come il suo bis-predecessore.

Fascismo è mafia

diSalvatore Fiorentino © 2024

In tempi in cui la democrazia, quella effettiva e non solo formale, sembra minacciata non tanto dai paesi governati da leader “autocratici”, ma all’interno del cosiddetto “Occidente”, quest’ultimo ritenuto (da sé stesso) quale modello da esportare nel resto del mondo, appare interessante indagare, perlomeno dal peculiare versante italiano, sulla natura di due “virus” che hanno attaccato (e attaccano), con esiti devastanti, la libertà dei cittadini di questo Paese. Non si vuole, ovviamente, ripercorrere, ancorché in combinato disposto, la storia del fascismo e la storia della mafia, materie su cui esiste una sterminata letteratura, ma, più semplicemente, tentare di estrarre l’essenza (“dna” o “algoritmo”) di questi fenomeni esiziali, per verificare la tesi secondo cui fascismo e mafia presentano diversi punti di identità, sino a potersi affermare che “fascismo è mafia” e viceversa.

L’essenza della mafia. Rispetto a tutte le organizzazioni di stampo mafioso, la “mafia” propriamente detta, ossia quella che ha avuto origini in Sicilia, manifesta la peculiarità di una struttura verticistica, alla sommità della quale vi è il “capo dei capi”. Viene osservato spesso che la mafia, per sua natura costitutiva, non sia incline a mostrarsi, prediligendo l’azione sottotraccia. In verità, la mafia si mostra utilizzando modalità e linguaggi che le sono congeniali, essendo radicata nel territorio, di cui assume il controllo “militare” in antagonismo alla presenza (talvolta flebile e non percepita) dello Stato. Motivo per cui queste modalità e linguaggi non possono che essere “alternativi” e “sostitutivi”, sebbene ancora più pregnanti, di quelli utilizzati dalle istituzioni democraticamente legittimate, basandosi sulla “forza dell’intimidazione” che deriva dal vincolo associativo.

L’essenza del fascismo. Rispetto a tutte le altre dittature, il fascismo italiano si distingue per via del processo di totale identificazione con la personalità di Benito Mussolini, non a caso ancora presente nelle menti e nei cuori di un esercito di nostalgici, alcuni dei quali ne espongono il busto commemorativo presso le proprie abitazioni, come pare siano usi addirittura alcuni esponenti delle istituzioni. Questo vale a dire che tutto ciò che non sia gradito al duce diventa immediatamente “fuorilegge” ed in quanto tale deve essere eliminato senza alcuno scrupolo. E con modalità eclatanti, che servano da implacabile deterrente per chi osasse riprovare a turbare il sonno del duce il quale tuttavia, come narra la leggenda, non dorme mai semmai riposa, avendo occhi e orecchie ovunque, grazie ai propri prezzolati delatori, donde il terrore incusso nella popolazione.

Mafia non è fascismo. Confrontando i tratti genetici di mafia e fascismo, se ne ricava immediatamente che la mafia non è assimilabile al fascismo. Manca, difatti, l’elemento costitutivo essenziale, ossia quello per cui giammai la mafia aspirerebbe ad assumere un ruolo istituzionale – e non rileva che sia democratico o meno – perché la missione della mafia è sin dalle origini complementare e parassitaria rispetto a quella del potere costituito, qualsiasi esso sia. E’ il motivo per cui la mafia delega alla politica ogni attività in proprio favore, spostando le preferenze su questo o sul quel candidato, su questo o su quel partito, a seconda che siano ritenuti più vantaggiosi, senza alcuna considerazione ideologica, potendosi ammettere anche – come è in effetti in alcuni casi realmente avvenuto – il sostegno a forze politiche dichiaratamente (negli intenti) “legalitarie” e “antimafiose”.

Fascismo è mafia. Opposta è invece la conclusione a cui si perviene se si invertono i termini della questione (invertendo i fattori il prodotto in questo caso cambia). Il fascismo contiene in sé tutti i tratti costitutivi della mafia, per cui si può senz’altro affermare che “il fascismo è mafia” (anche, non solo). Basti pensare che il fascismo fonda il suo potere sull’intimidazione fisica e morale, come dimostrano i diversi ed efferati omicidii “politici”, quello di Giacomo Matteotti in primis. E le fonti storiografiche più aggiornate convergono nel ritenere che il delitto Matteotti fu il vero abbrivio del fascismo, la sua pietra miliare, oltre la quale ogni remora fu sepolta, sino all’abominio di tutto quanto il regime fu infine capace, grazie al consenso malato di larga parte della popolazione, solo troppo tardi avvedutasi. Cosa è cambiato oggi? Niente, a parte i metodi per eliminare le figure scomode.

Il lavoro artificiale

diSalvatore Fiorentino © 2024

Secondo la vigente Costituzione italiana, ritenuta ad oggi una delle migliori al mondo, l’essere umano, inteso come persona, è e deve essere sempre al centro della realtà fattuale e giuridica, essendo ogni altro aspetto servente allo stesso. Questo assunto fondamentale si realizza solo attraverso i principii di eguaglianza e solidarietà, secondo cui ciascun componente della comunità deve responsabilmente contribuire, proporzionalmente alle proprie capacità e al ruolo ricoperto – che ha comunque il diritto-dovere di migliorare – al progresso morale, sociale e materiale della stessa comunità di cui è parte integrante. Il motore di questo processo non può che essere il “lavoro”, senza il quale nessuna società può sopravvivere né tanto meno progredire. Non a caso sul “lavoro” si fonda la Repubblica.

E non si vuole ora ritornare sull’annosa ed indirimibile – per certi versi sterile – diatriba tra “comunismo” e “capitalismo”, ma focalizzare l’attenzione su “cosa” e “chi” oggi sono diventati rispettivamente il “lavoro” e, di conseguenza, il “lavoratore”, nel frattanto che i leader sindacali di CISL-CGIL-UIL non la smettano di sbraitare inutilmente, come da almeno un trentennio sono soliti fare, ogni primo maggio, salvo poi ottenere un seggio parlamentare. Perché non si può negare che il sindacato in Italia sia divenuto non altro che un’ulteriore sovrastruttura di potere parassitaria in danno del lavoro e dei lavoratori, lasciando questi ultimi in balia di sé stessi e di un tessuto datoriale sempre meno qualificato e, pertanto, sempre più portato ad attuare politiche di sfruttamento invece che di innovazione.

E, quindi, chi è oggi il lavoratore? Viene considerato sempre più spesso un problema che una risorsa, con la conseguenza che si tende alla sua progressiva dequalificazione, nel momento che si propende verso l’affermazione di quello che si può ora definire come “lavoro artificiale”, ossia svolto da macchine in grado di auto-gestirsi e persino di auto-costruirsi, mediante l’applicazione estensiva della cosiddetta “intelligenza artificiale”. Nel frattanto, Stellantis (tanto per citarne una) per un verso moltiplica profitti, dividendi e incentivi elargiti ai vertici aziendali e per altro programma il reclutamento di almeno il 75% degli ingegneri dai paesi emergenti perché disponibili ad accettare retribuzioni pari ad un quinto di quelle attualmente correnti nel mercato del lavoro europeo o statunitense.

Quel genio di Kubrick, già nel 1968, aveva previsto tutto (il famigerato HAL 9000 nel film “2001, A Space Odyssey”), con l’astronauta che messo alle strette dal computer di bordo era costretto a staccargli letteralmente la spina. Ma oggi sarà possibile? probabilmente no, dato che già si verificano casi di robot che aggrediscono l’uomo. Ed in questo processo di evoluzione tecnologica (ed involuzione culturale e sociale) il lavoratore viene ridotto al rango deteriore di merce, sicché da poter essere sostituito con un “prodotto” più innovativo e soprattutto conveniente per chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione (e qui Marx è sempre di grande attualità). Il lavoratore in carne e ossa non potrà quindi pretendere né ottenere diritti superiori a quelli di una macchina, a cui finirà per restare subalterno.

Non vi è dubbio che nasceranno nuove forme di lavoro, nuove attività in cui il fattore umano resterà comunque determinante, ma ciò non toglie che si traguardino all’orizzonte interrogativi quanto mai inquietanti: chi controllerà l’accesso a queste nuove forme di lavoro affrancato dalle macchine? chi potrà disporre delle risorse per accedervi? tutto sembra volgere verso un nuovo mondo diviso tra pochi eletti e una moltitudine di sudditi. Secondo autorevoli pensatori (sulle orme di Marx) il lavoratore non potrà essere liberato dalla sua mercificazione sino all’abolizione del “capitalismo”. E chi garantisce che con la fine del capitalismo non permangano le altre forme (tecnocratiche) per il suo svilimento? Diversamente, la radice del problema è il rispetto delle regole, che ci sono, quelle che oggi la “politica” aborre.

Fascismo è oggi

diSalvatore Fiorentino © 2024

Non occorre scomodare il poeta, Pier Paolo Pasolini, per capire che i poliziotti manganellano i loro simili, ossia sé medesimi. Lotte tra poveri, sempre più deprivati di diritti, di opportunità, di futuro. Ma li avete visti questi poliziotti? tremavano di fronte a pochi studentelli, perché impreparati, indifesi culturalmente, mandati al macello da un potere che gode di questi incidenti, programmati e studiati a tavolino. Il poliziotto sa che se lascia passare lo studente avrà gravi conseguenze disciplinari, rischierà il posto di lavoro, quel misero stipendio che comunque gli serve per sopravvivere. Perché quel poliziotto non vive. Morso dalla coscienza, è costretto a scegliere se continuare a comprare latte e biscotti per il suo neonato, oppure rompere la testa a una ragazza che potrebbe anche essere sua nipote, persino sua figlia. Il potere lo mette in queste condizioni atroci, disumane, aberranti. Ne fa un mostro, per poi sbatterlo in prima pagina, perché così il potere si lava le sue mani putride.

Non è storia nuova, sono secoli, millenni, che gli uomini (e le donne) si uccidono a vicenda per combattere guerre decise da altri sulle loro teste. Altri che poi banchettano ad ostilità finite, magari stringendosi in calorosi abbracci a favor di telecamera, avendo ottenuto ciascuno il proprio malcelato obiettivo: non altro che affermare le ragioni del potere a spese di innocenti vittime, sia civili che militari. Perché, in fondo, i militari non sono altro che uomini (e donne) che vorrebbero guadagnarsi da vivere, sperando sempre di operare in tempo di pace, perché a nessuno piace – tranne a quei pochi esaltati che nella divisa trovano la loro personalità mancante – andare in guerra, rischiando di lasciarci la pelle per motivi che spesso sono incomprensibili. Ancorché le guerre siano state mosse da ideali, da ragioni di difesa, esse non sono mai auspicate di chi si arruola nelle forze armate, perché sono la extrema ratio, il baratro che non si dovrebbe mai aprire per nessuna ragione al mondo.

E allora, se la colpa primaria non è dei poliziotti manganellatori, quali meri esecutori di ordini, questa non sarà forse del ministro di polizia? Certo, egli è chiamato a salire sul banco degli imputati, a rispondere in parlamento, fin quando ci sarà un parlamento. Ma anche costui non è altro che una marionetta nel teatro del potere, un uomo che ha creduto di scalare le posizioni sociali grazie alla militanza politica, che è stato mosso dall’ambizione, talvolta senza freni, ma che ad un certo punto deve pagare, e con gli interessi moratori, il conto. Sarà la vittima sacrificale da immolare, nel momento in cui il potere si vedesse minacciato dalla montante opinione pubblica, inorridita nel vedere una ragazza sanguinante sol perché si era recata ad una manifestazione in cui si invocava la pace, il cessate il fuoco, la pietà per i poveri bambini palestinesi, che sembrano nuovi cristi in una terra abbandonata da dio, martiri indifesi da tutti, per ragioni che la storia non vuole superare, come se fosse inevitabile un popolo reietto in perenne stato di oppressione.

E se non fosse neppure il ministro di polizia il vero colpevole? allora sarebbe per caso la presidente del consiglio? la post fascista Giorgia Meloni, una donna che quasi si vergogna di essere donna, preferendo essere chiamata “signor presidente”? Una che ha dimostrato di non avere avuto la capacità di superare i complessi di inferiorità politica e financo personali, che ne zavorrano la personalità, come avvenne per il suo avo politico Benito Mussolini. Con la conseguenza di inquinarne le decisioni, di offuscarne la visione, di renderla pericolosa per il popolo e la nazione che deve guidare, rischiando di cedere senza remore ai diktat dei poteri che la vogliono in quel posto di comando solo a condizione che esegua senza discutere gli ordini di chi conta veramente nel mondo occidentale: gli USA. La Meloni è stata scelta dai poteri atlantici perché si è resa supinamente disponibile ad ogni loro desiderata, rivoltando in modo ignobile quanto aveva affermato in precedenza.

L’adesione acritica alla dottrina USA, per interposta Europa, dimostra la gravissima e pericolosissima regressione culturale e politica compiuta dall’Italia dopo la fine della cosiddetta “prima repubblica”. Craxi e Andreotti, ma anche tutta la classe politica del tempo, mai erano stati così supini alle volontà degli altri paesi stranieri, USA in primis. Che la odierna predicatrice della sovranità nazionale si sia prestata a questa evidente sudditanza appare uno scherzo della storia, ed anche, citando Hegel, un’astuzia della Ragione. Quella Ragione che rappresenta la legge del più forte e non quella dello stato di diritto, una legge che preserva i potenti sacrificando tutti gli altri. Una legge a cui il parterre politico (si fa per dire) attuale italiano si è reso succube senza neppure discutere. In Italia non esiste opposizione, perché è ormai consolidato il pensiero unico, e tutti quelli che non sono nella compagine di governo pro tempore recitano la parte in commedia loro assegnata, quella di abbaiare alla luna, tanto chi deve governare governi, sotto dettatura. O dittatura.

La giustizia del più forte

diSalvatore Fiorentino © 2024

Quando si impone la legge del più forte, ossia quella della prepotenza e della violenza, i più forti ne traggono vantaggio mentre i più deboli sono costretti a chinarsi. Per questo nelle civiltà più avanzate nasce il concetto, che è poi un principio basilare per la pacifica convivenza di una comunità, dello “stato di diritto”. E’ un concetto che, secondo il Trattato sull’Unione Europea, si riassume come segue: “Lo stato di diritto esige che ogni persona goda di pari protezione ai sensi della legge e impedisce l’uso arbitrario del potere da parte dei governi. Garantisce la tutela e il rispetto dei diritti politici e civili di base, nonché delle libertà civili“. Ed ancora: “tutti i pubblici poteri devono sempre agire entro i limiti stabiliti dalla legge. La nozione di Stato di diritto comprende un processo legislativo trasparente, responsabile, democratico e pluralistico, una tutela giurisdizionale effettiva, compreso l’accesso alla giustizia, da parte di organi giurisdizionali indipendenti e imparziali e la separazione dei poteri“.

Chi avesse avuto la fortuna – magari per mezzo di quella finestra di democrazia che è rimasta in Italia grazie a Radio Radicale – di poter ascoltare gli interventi che si sono susseguiti in occasione della inaugurazione dell’anno giudiziario dei penalisti italiani tenutasi in Roma il 9 febbraio 2024, nella sessione intitolata “Il processo come ostacolo“, avrebbe immediatamente, anche da “non addetto ai lavori”, percepito il grave rischio che è concreto ed imminente a pregiudizio dello stato di diritto come sopra sommariamente delineato. Emerge da questo consesso tecnicamente qualificato come il diritto alla difesa del cittadino, baluardo di civiltà inscalfibile da qualsivoglia altra istanza, sia oggi, anche e per causa della cosiddetta “riforma Cartabia”, oggetto di negoziazione al ribasso in nome di un non meglio precisato “efficientismo”, pur di ottenere la celerità dei processi, sempre perché “ce lo chiede l’Europa”.

Sicché, invece di apprestare rimedi strutturali sul versante organizzativo, si artano marchingegni neppure tanto sofisticati per “abolire” il processo, perché, come osservava uno degli autorevoli relatori, visto che il processo viene considerato come un “ostacolo”, non vi è di meglio per accelerare i tempi della “giustizia” che abolirlo di fatto, e con esso ogni diritto di difesa del cittadino che dovrà, in nome del nuovo Leviatano chiamato “efficientismo”, subire le decisioni dell’autorità suo malgrado, divenendo agnello sacrificale sull’altare del simulacro della giustizia del più forte, perché non v’è dubbio che ad essere immolati saranno gli ultimi e gli indifesi, indegni secondo questa visione “spartana” di essere titolari di diritti come chi, diversamente, può vantare posizioni di potere, sia esso quello politico o economico, e ciò con buona pace dei “cartabiti” cosiddetti, ossia gli utili scriba che hanno attuato ciecamente la riforma partorita dalla ex presidente della Consulta.

Al tempo della destra populista, priva di cultura politica e soprattutto democratica, ansiosa di regolare i conti con chi l’ha, a suo dire, relegata ai margini del potere per ormai troppo tempo, ancora vittima del complesso di inferiorità verso la sinistra, animata da un senso di rivalsa che non può più attendere, pretenziosa di ottenere con il premierato il potere assoluto sulla nazione, questa deriva verso la giustizia dei più forti si dimostra funzionale ad un disegno antidemocratico e autoritario che, mutatis mutandis, ci riporta alla tragica epoca del ventennio mussoliniano, con l’aggravante che oggi, questa destra sgangherata, non avrebbe la capacità, come pur ebbe il Fascismo, di sfiduciare il proprio leader, una volta preso atto del suo fallimento e della devastazione che aveva procurato alla comunità. Ecco che il governo di Giorgia Meloni oggi, non apparendo pericoloso per la messa in discussione delle libertà fondamentali, può divenire più pericoloso di quello di Mussolini.

L’attacco continuo all’indipendenza della magistratura, l’ossessione dell’occupazione di ogni casella di potere, l’annullamento di fatto della separazione dei poteri tra politica e gestione amministrativa con la cooptazione di dirigenti di comprovata militanza di partito, sono tutti sintomi di una patologia che non è ancora esplosa nella sua gravità, ma che presto produrrà i suoi effetti nefasti nella società, nelle ricadute concrete che peggioreranno in modo sensibile la qualità della democrazia italiana e quindi la qualità della vita di ogni singolo cittadino, indipendentemente se questi abbia o meno votato per i “Fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni. Perché è evidente, e lo sarà sempre di più anche agli sprovveduti, come questa destra sia del tutto impreparata ed incapace ad affrontare – figurarsi risolvere – i gravi problemi con cui l’Italia è chiamata a confrontarsi senza prova d’appello, rifugiandosi dietro la ricerca spasmodica del consenso, con ogni miserevole espediente, per poter affermare, in verità falsamente, di poter contare sull’approvazione della maggioranza degli italiani.

Resistenza (pt. 2)

diSalvatore Fiorentino © 2024

La questione non è politica, ma sub-culturale. La passione per i balconi, i pulpiti, le tribune, da cui ricercare il consenso per il consenso, è un fatto strutturale della destra al governo dell’Italia. E nella ormai non breve storia repubblicana, è la prima volta che gli eredi del MSI riescono ad ottenere la leadership, seppur minoritaria in senso assoluto, del Paese. Ed appaiono impreparati, ansiosi di occupare ogni postazione di potere, prima che qualche scherzo del destino possa sottrarglielo. Non credono ai loro occhi, e quelli naturalmente strabuzzati di Giorgia Meloni sono una plastica rappresentazione di questa condizione di incredulità ed insieme diffidenza verso ogni potenziale avversario o – come meglio si confà a quelli che furono “camerati” – nemico. Chi, difatti, è cresciuto, umanamente e politicamente, al motto di “tanti nemici tanto onore”, ha quasi un bisogno fisico di riconoscere e, se del caso, inventarsi dei nemici.

Questa destra, incolta ed impreparata, manifesta in ogni momento, in ogni parola, in ogni azione, il complesso di inferiorità culturale sofferto nei confronti della sinistra, che viene accusata di “egemonia”, senza però essere in grado di contrapporre modelli e modalità alternative, se non superiori, a quelle della lottizzazione “rossa”, pur scientifica e spietata, ricadendo in un becero “spoil system” che ha virato dal rosso al nero, di fatto non altro che la scimmiottatura, con qualche scivolone di troppo, di quella fazione che a parole si dice di voler combattere perché rea di non aver garantito la “meritocrazia” a scapito delle logiche di partito. L’invasione di campo diventa tanto più inopportuna laddove riguardi settori dai quali la politica dovrebbe mantenersi distante, come la cultura, sia essa quella dei teatri e delle orchestre sinfoniche, ma anche quella più popolare delle feste religiose, seppur tra sacro e profano, come quella in onore della santa patrona di Catania, S. Agata.

Vedere il balcone d’onore del palazzo degli Elefanti, sede del Municipio etneo, occupato dallo schieramento di Fratelli d’Italia con a capo la presidente Giorgia Meloni, la sera del 3 febbraio, ossia l’inizio dei festeggiamenti agatini, che si affaccia sulla piazza Duomo gremita di cittadini sino all’inverosimile, appare una parodia malcelata dell’estetica mussoliniana, dove ora al grido di “Italiani!” si sostituisce quello di “Cittadini!”, tipico dei devoti alla “santuzza”. L’unico che sembra non gradire è paradossalmente il neo sindaco catanese, Enrico (non è Enzo) Trantino, bollato dalla vulgata locale come “eterno secondo”, dato che nel giorno in cui egli avrebbe il ruolo di principale attore civile in rappresentanza della comunità locale, si vede messo in ombra dalla furba apparizione della sua leader nazionale, per tacere del ministro per caso Nello Musumeci, così come del presidente dell’ARS Gaetano Galvagno e dell’ineffabile deputato nazionale Manlio Messina.

E’ vero che per i politici, così come per ogni cittadino, deve valere la presunzione di innocenza, ma è anche vero che chi viene eletto per decidere delle sorti dei cittadini non può che essere al di sopra di ogni sospetto. Tuttavia, sia il presidente dell’ARS Galvagno che il deputato nazionale ed ex assessore regionale Messina hanno scontato qualche incidente di percorso: il primo risulta essere stato archiviato dalla procura di Catania nell’ambito di un’indagine per corruzione che ha coinvolto l’ufficio del Genio Civile etneo, ammettendo però di intrattenere rapporti abituali con un imprenditore già accusato di essere un prestanome di un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Messina, invece, fu dichiarato prescritto per il reato di truffa aggravata contestatogli dalla procura di Catania al tempo in cui lo stesso aveva ottenuto indebitamente rimborsi per circa 30 mila euro dal Comune di Catania in qualità di consigliere comunale.

Chissà se S. Agata abbia gradito queste presenze “politiche”, della Meloni e sodali, sul balcone d’onore del palazzo di città, nel giorno in cui venivano avviati i festeggiamenti in suo omaggio. Che la “santuzza” abbia miracolato la città innumerevoli volte, dal terzo secolo d.c. sino alla peste del 1735, passando per diverse colate laviche ed altre calamità naturali, è storia leggendaria, da secoli legata indissolubilmente alla tradizione locale. Ed è per questo che non sono mancati i segni di disapprovazione per la presidente del consiglio, dato che i cittadini possono perdonare tutto, ma non che si profani la festa di S. Agata per biechi scopi di propaganda elettorale o per qualsivoglia altro motivo. Giorgia Meloni non ha compreso il sentimento dei catanesi, così come, probabilmente, non ha colto quello degli italiani, illudendosi di poter godere di un consenso ampio e duraturo. Inizia adesso la sua parabola discendente, che dovrà fare i conti con la crescente Resistenza nel Paese.

Resistenza

diSalvatore Fiorentino © 2024

Una delle parole che meglio identificano la Repubblica Italiana, quella democratica e fondata sul lavoro, quella la cui sovranità appartiene al popolo, è “Resistenza”. Resistenza contro l’oppressore nazi-fascista, infine sconfitto e scacciato. Ma, ad onor del vero, anche grazie allo stesso regime fascista, che con il Gran Consiglio sfiduciò il suo duce Benito Mussolini, larva di uomo ormai fuori controllo e preda delle ossessioni e dei deliri tipici di un dittatore senza via d’uscita, nella drammatica seduta che si protrasse nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, preparando il disimpegno dell’Italia dalla guerra e che condusse al travagliato armistizio di Cassibile ufficializzato l’ 8 settembre 1943. La Resistenza nasce con il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) fondato il seguente 9 settembre, costituito da esponenti comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani ed anarchici.

Il 25 aprile 1945 segna la data simbolica della Liberazione, ottenuta grazie alla Resistenza di tutti gli italiani che ebbero a cuore le sorti del Paese, consapevoli della devastazione materiale e morale che Benito Mussolini aveva procurato all’Italia, calpestando la libertà, la dignità e la stessa vita di ogni cittadino, che non poteva neppure disporre della sua vita privata, divenendo schiavo di un regime sostenuto dalla violenza morale e fisica, dove ogni oppositore veniva soppresso impunemente. Per questi motivi, la Resistenza non fu, come talvolta viene strumentalizzato da una parte e dall’altra, un movimento di sinistra, ma pluralista, espressione di tutte le forze democratiche che, pur con visioni politiche diverse, si unirono per raggiungere un’obiettivo irrinunciabile e comune: quello di ristabilire i rapporti civili ed umani tra i cittadini, per un pacifico ed equanime progresso delle condizioni materiali e morali di vita delle comunità.

La Resistenza si pone quindi alle radici della Costituzione repubblicana e democratica vigente, non essendo riducibile a questione di parte, motivo per cui è del tutto ingiustificabile il mancato riconoscimento, esternato dagli esponenti politici che si rifanno all’eredità del Movimento Sociale Italiano, del valore fondativo dell’antifascismo. Giochi di parole, come quello di definirsi “a-fascista” invece che “anti-fascista”, utilizzati persino da chi ha avuto l’onore e l’onere di ricoprire il ruolo di presidente del consiglio dei ministri, appaiono gravi dimostrazioni di ignoranza istituzionale e di pochezza politica, ovvero mancata effettiva condivisione dei valori della Costituzione, sulla quale i componenti del governo hanno prestato giuramento solenne. Se questo atteggiamento, pericolosamente ambiguo, si estende persino alla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, si può ritenere raggiunto il livello di guardia, che non va quindi sottovalutato.

La questione posta non è meramente nominalistica, ma sostanziale. Alle ultime elezioni politiche, difatti, ha prevalso un partito, Fratelli d’Italia, che non è espressione della destra liberale – che può non condividersi ideologicamente ma che ha comunque solide basi culturali – ma una accozzaglia di nostalgici, opportunisti e riciclati, come dimostra il fatto che sia del tutto priva tanto di un chiaro indirizzo programmatico quanto di una affidabile classe dirigente. Dopo più di un anno di governo, è palese che le idee, le visioni, i programmi proposti da Fratelli d’Italia per la propaganda elettorale non trovino alcun riscontro nell’azione dell’esecutivo guidato, con piglio autoritario ma non autorevole, da Giorgia Meloni, dato che, spesso, si sono perseguite e si perseguono direzioni diverse se non del tutto opposte a quelle sottoposte al vaglio dei cittadini elettori, che hanno dato un consenso sulla base di promesse che non potranno mai essere mantenute.

Tutto questo spiega il motivo della crescente ansia che si legge nelle parole e nei comportamenti della premier (a cominciare dall’assurdo: “Chiamatemi signor presidente”), nonostante i risultati dei sondaggi d’opinione vedano ancora in crescita le intenzioni di voto dei cittadini che si recheranno alle urne nelle prossime tornate elettorali, ancorché questi saranno verosimilmente la minoranza assoluta degli aventi diritto, dato che, in effetti, non si presenta all’orizzonte una alternativa politica che sembri poter convincere indecisi ed astenuti, per lo più disillusi dal fallimento clamoroso della promessa di cambiamento propugnata dal Movimento Cinque Stelle per quasi un decennio ed a fronte del definitivo abbandono del Partito Democratico rispetto alle questioni sociali e del lavoro per sposare gli interessi e le istanze dell’alta borghesia elitaria, ormai dedita alla massimizzazione dei profitti e alla deprivazione dei diritti dei lavoratori.

Ed ecco il fiorire di rimedi per il mantenimento, forzoso, del potere così labilmente conquistato: manomissione del bilanciamento tra i poteri dello Stato con accentramento nelle mani dell’esecutivo (premierato, aumento dei componenti laici del CSM), depenalizzazione di reati contro la pubblica amministrazione (abuso d’ufficio, in primis), riduzione degli strumenti d’indagine della magistratura (intercettazioni), riduzione della libertà di stampa, controllo dell’informazione e delle trasmissioni di intrattenimento della televisione pubblica, occupazione sistematica degli enti pubblici (vedasi da ultimo il colpo di mano per la direzione del Teatro Argentina di Roma), intimidazione e/o discriminazione dei dirigenti scolastici e di qualsiasi funzionario pubblico che invochi i valori costituzionali dell’antifascismo con correlativa esaltazione e promozione di generali dell’esercito che si rifiutino di riconoscerli. Siamo solo all’inizio, ma era difficile fare peggio.

(continua)

Chi ha rovinato il Belpaese?

diSalvatore Fiorentino © 2024

E’ un dato di fatto che l’Italia, senza dubbio la nazione più ricca di patrimoni culturali materiali ed immateriali al mondo, sia oggi un paese in declino. In via di spopolamento demografico, colpita dalla delocalizzazione selvaggia delle industrie e delle imprese in genere, affossata da ormai più di un trentennio dall’assenza di politica e di politici che meritino questa definizione, in balia allo sciacallaggio più feroce da parte di personaggi improbabili, volgari ed impresentabili, come è evidente dai comportamenti di costoro a tutti visibili, che poi vengono scimmiottati diffondendosi a macchia d’olio ovunque, da nord a sud, isole comprese, con la conseguenza che persino le istituzioni sono prese d’assalto da chi solletica il ventre molle dell’elettorato per occupare le sedi di potere e piegarle ai propri interessi di parte se non del tutto personali.

Ma chi è stato ad aver rovinato il Paese? Alla domanda è molto facile rispondere. Sicché, senza voler escludere le colpe dei cittadini quando votano gli impresentabili, ossia i delinquenti e i falsi onesti, i mafiosi e i falsi antimafiosi e via discorrendo, le colpe e le responsabilità vanno sempre ascritte a chi, su mandato popolare, ha amministrato la cosa pubblica non nell’interesse della collettività, ma perseguendo finalità proprie che si collocano agli antipodi. Non si parla qui di errori di valutazione, di visioni poco lungimiranti, di idee che alla prova dei fatti si sono dimostrate sterili se non dannose. E’ del tutto fisiologico che chi governi, talvolta, possa intraprendere percorsi che non si dimostrano conducenti agli obiettivi che si erano prefissati. Ma il discorso cambia nel caso in cui ci sia la premeditazione di ottenere una carica pubblica per meri interessi personali.

E’ il caso di molti imprenditori, professionisti, sindacalisti, boiardi di stato, che nell’ultimo trentennio hanno invaso la scena politica italiana, per ottenere un seggio in parlamento, un incarico di ministro o di sottosegretario. Alcuni sono diventati addirittura premier e hanno condizionato le sorti del paese e degli italiani, conducendoli a vivere, oggi, condizioni nettamente peggiori di quelle di trent’anni fa. La “politica”, come si era conosciuta sino alla “prima repubblica”, con tutti i suoi pregi e difetti, è letteralmente scomparsa dall’orizzonte così come i suoi protagonisti che, come è evidente, non hanno lasciato eredi. Non ci sono più i Pertini, i Berlinguer, i Moro, ma neppure i tanto vituperati Andreotti e Craxi, questi ultimi troppo indipendenti dagli USA e, per converso, troppo sensibili alla causa palestinese, oggi deflagrata nella sua più cruenta drammaticità.

Ed è anche il caso dello sterminato sottobosco della politica, dove si compiono, all’ombra dei grandi misfatti, i saccheggi materiali e immateriali più immondi che, pur di minore entità se considerati isolatamente, sono in grado di desertificare intere realtà locali oltre a determinare, nel loro complesso, un impatto devastante per la tenuta della democrazia sostanziale, minando le fondamenta del vivere civile, delegittimando le istituzioni pubbliche e dando alimento a chi le vuole piegare ai propri biechi tornaconti personali, siano essi privati cittadini ovvero organizzazioni criminali anche di stampo mafioso. Scorribande e saccheggi che sarebbe facile provare nel momento che si eseguisse una verifica della provenienza del patrimonio di chi, entrato nullatenente o quasi in politica, dopo qualche tempo ha accumulato tesoretti impensabili per un qualsiasi lavoratore, anche di livello apicale, né tanto meno giustificabili dalle seppur laute indennità politiche.

Ebbene sei tu, politicante di infima specie, che hai causato la rovina del Paese. Perché hai rubato, depredato, sprecato le risorse pubbliche per il tornaconto tuo e dei tuoi sodali, mafiosi e non, riducendo sul lastrico le comunità che ti sei arrogato di amministrare, alle quali non hai dedicato un solo minuto del tuo tempo, troppo indaffarato a scalare posizioni nel partito, nelle conventicole a te congeniali, per ottenere incarichi, per trafficare tra favori e favoritismi, troppo impegnato a conferire incarichi spropositati ad amici ed amici degli amici, riservando a te la trattenuta d’acconto, meglio nota come “tangente”. Hai abusato dei tuoi poteri, che ti sono stati conferiti dallo Stato perché tu ne facessi responsabile uso secondo disciplina ed onore, nel rispetto delle leggi e della Costituzione, che invece hai preferito calpestare e vilipendere, come un elefante in una cristalleria. Ti sei arricchito a spese degli altri, ma tutto quello che ostenti volgarmente non ti appartiene.

Il ritorno del fascismo (pt. 3)

diSalvatore Fiorentino © 2024

Gli italiani erano certo delusi, traditi, se non disperati, quando hanno deciso di votare per la destra, tranne quelli che non sentendosi più rappresentati hanno dovuto addirittura rinunciare ad esercitare il proprio diritto di voto, con la conseguenza che alle politiche del 2022 si è registrata l’affluenza più bassa mai verificatasi dal dopoguerra ad oggi. E molti elettori sono stati ingannati dal fatto che la Meloni e il suo partito erano stati gli unici a schierarsi contro il governo Draghi, uno dei peggiori mai visti nell’epoca repubblicana, esecutivo reso possibile solo grazie all’ignavia del M5S e dell’opportunismo del suo pseudo leader Giuseppe Conte, per tacere delle forze del centrosinistra che consentivano il varo di misure incostituzionali contro la salute e il lavoro di milioni di cittadini.

Dopo che l’anti-politica aveva clamorosamente fallito, ecco che gli italiani si aggrappavano a quello che di apparentemente “politico” vi era da scegliere, a parte lo zoccolo duro dei nostalgici del regime fascista che ruotano ancora attorno alle formazioni para-fasciste che nessuno ha avuto sinora il coraggio di disciogliere come sarebbe dovuto e quanto mai opportuno. Del resto, ai poteri atlantici, finanziari, tecnocratici, che tengono sotto scacco l’Occidente, l’ascesa di questa destra dalla classe dirigente sgangherata andava pure bene, così come avevano visto di buon grado l’avanzata del populismo dei “grillini”, di fatto utilissimi per raccogliere i voti di protesta e riportarli nell’alveo del potere dominante, come si è dimostrato con il sostegno al governo Draghi e alle sue misure antipopolari.

Come accade sempre per le scelte frutto della disperazione, anche quella di votare la destra e consentirle di governare il Paese si è dimostrata una scelta improvvida e gravida di conseguenze nefaste, che non si sono ancora del tutto manifestate, ma che presto verranno alla luce. Il problema si porrà a quel punto, quando gli italiani si renderanno conto che anche quest’ultima chance è stata vana. Sarà difatti difficile vedere gli astenuti tornare alle urne, anzi cresceranno le loro fila. Si arriverà al ribaltamento della percentuale fisiologica dei votanti rispetto agli aventi diritto, sicché la democrazia entrerà in coma irreversibile. Neppure il voto clientelare e di scambio politico-mafioso potrà più avere presa, perché non ci sarà più quasi nulla da offrire e da accettare. Ecco che la politica dovrà cedere passo ad altri poteri non democratici.

A chi dice che il fascismo è morto e sepolto, e non può tornare, va contrapposta l’immagine e il suono di quanto si è verificato ad Acca Larentia, di inquietante emblematicità. Fa ripiombare l’immaginario collettivo in tempi bui che erano stati rimossi dalla coscienza civile, archiviati in un passato ben custodito dalla Costituzione antifascista. Vedere lo schieramento paramilitare a perdita d’occhio e soprattutto sentire quel boato di voci urlanti all’unisono fa tremare le gambe, colpisce al cuore, genera ansia e preoccupazione, perché non si tratta di immagini di repertorio, ma di attuale cronaca quotidiana. Fa capire che dentro la società odierna c’è quel fiume di persone nere e inquadrate, ciecamente obbedienti ad un comando, consapevoli di mostrare una prova di forza muscolare allo scopo di intimidire.

Perché queste manifestazioni di forza decerebrata si diffondono a macchia d’olio, si moltiplicano in modo esponenziale, e sono idonee ad istigare chi gestisce il potere pubblico senza adeguata scienza e coscienza, incoraggiando la commissione di angherie ed abusi ai danni dei cittadini, tanto più se nel contempo il “braccio politico” di questa destra che malauguratamente governa l’Italia propone nientemeno che la definitiva abolizione del reato di abuso d’ufficio, invero già depotenziato in modo determinante dai M5S in fabula e ancora prima dall’impresentabile centrosinistra, che oggi grida “al lupo, al lupo”, ma nulla ha fatto per cacciarlo. E’ una destra che vuole liberarsi dal controllo di legalità, dai bilanciamenti tra poteri, perché vuole affermare una voce sola, la propria, quella di chi comanda e non di chi governa.