Il tecno-fascismo

di  Salvatore Fiorentino © 2025

La storia non si ripete mai in modo eguale, nei suoi ricorsi che puntualmente si ripresentano. Ma se la storia è magistra vitae, seppur rimasta senza scolari come avvertiva Gramsci, essa sconta il grave limite di non essere “veritiera”, dato che è scritta dai dominatori (che non sono i vincitori) di una data epoca. In altri termini la storia può “ammaestrare”, ma non è in grado di svelare la verità, che non è mai una e una sola (non lo è neppure una retta per due punti nelle geometrie non euclidee), ma si moltiplica secondo i virtualmente infiniti punti di vista. Da ciò l’importanza basilare del “dialogo”, affinché questi punti di vista divergenti (la metafora della città di Leibniz lo illustra eloquentemente) possano essere composti in un disegno a più dimensioni, secondo precise convenzioni, ossia accordi, che permettano l’armonia delle diverse note che ciascuno, dal proprio punto di ascolto, sente come intonate anche se all’altro non pervengono come tali.

Come ha osservato Pepe Mujica – statista d’esempio per tutto ciò che si pone agli antipodi della concezione occidentale della società informata sul denaro e sul potere fine a sé stesso – è facile avere rispetto per chi la pensa come noi, ma dobbiamo imparare che il fondamento della democrazia è il rispetto per chi la pensa diversamente. Ossia la radice del rifiuto verso ogni dittatura, dove il “pensiero” di pochissimi, se non di uno, deve essere fatto proprio, volenti o nolenti, da tutti gli altri, pena l’ostracismo, la persecuzione, l’eliminazione civile e persino fisica. Le dittature non possono sussistere se vi è dialogo tra le componenti della società, mentre esse “fioriscono” nei momenti in cui le società si disgregano per il venir meno del collante valoriale che permette di comporre in una complessiva armonia le diversità e contraddizioni di cui ciascun individuo è naturalmente espressione. Sicché le dittature sopprimono le diversità e le democrazie le compongono.

Ecco che la vera essenza delle dittature non è tanto la privazione delle libertà, quanto la soppressione delle diversità o, ancora più sottilmente, la possibilità che queste diversità possano connettersi tra loro e formare una rete dialogante che come tale è produttiva di nuovo senso, ossia di cultura, in sintesi di quelle “magnifiche sorti e progressive” di cui scriveva Giacomo Leopardi, erroneamente considerato uno dei tre grandi pessimisti dell’Ottocento europeo insieme a lord Byron e Arthur Schopenhauer. Ecco che ci avviciniamo alle “verità” non tanto con gli insegnamenti della storia quanto con quelli della letteratura, ed in particolare della poesia, essendo che quest’ultima, come ha dimostrato Paul Ricoeur nel suo saggio “La metafora viva”, è produttiva di un nuovo senso, ossia di una potenza vitale generatrice di un punto di vista più elevato e nel contempo più profondo, che ci permette di comprendere una visione sempre più ampia della realtà che ci circonda.

Sia il modello di società capitalistico che quello delle società del comunismo reale si basano sul conformismo, ossia sulla soppressione delle diversità. Se il primo dei due ha infine prevalso apparentemente sul secondo, è solo perché è stato più evoluto nel costruire la gabbia entro cui imprigionare ogni possibilità che le diversità potessero effettivamente svilupparsi. Non è stato difatti necessario privare palesemente la libertà di parola, di espressione, di professione, mentre è stato sufficiente aver distratto le masse popolari per un verso mediante falsi obiettivi, da rincorrere all’infinito dietro l’incentivo di una gratificazione concessa ogni tanto, e per altro verso moltiplicando i motivi di conflitto all’interno delle stesse, secondo l’imperituro divide et impera, anche attraverso l’agitazione degli spauracchi di presunti o veri nemici dell’apparente benessere economico raggiunto, in verità per la maggior parte consistente in beni superflui quali surrogato dei valori essenziali.

Nel momento in cui la ricerca della felicità è stata spostata dalle persone alle cose, si è compiuto l’inganno, con la materializzazione delle vite e la conseguente ossessione per la ricerca del denaro oltre il ragionevole limite e del potere quale strumento per ottenere il primo a dismisura. Se solo si fosse compreso Heidegger, quando avvertiva dei pericoli del sacrificio della “ars” a favore della “téchne”, non si sarebbe giunti, oggi, ad uno degli abissi della storia dell’umanità. E’ solo a causa del prevalere della “tecno-logia” rispetto alla “scienza” (che implica in sé la co-scienza) che oggi si idolatrano i nuovi tycoon globali come Soros e Musk, solo per citare i maggiori, schierati su fronti opposti, ma che perseguono il fine di “schiavizzare l’umanità”; e ciò tanto da “destra” che da “sinistra”, categorie queste ormai desuete e svuotate di ogni significato oltre che senza rilevanza. Tutti gli altri, da Trump a Meloni, sono solo comparse di cartapesta nel teatro del mondo.

5 gennaio 2025

di  Salvatore Fiorentino © 2025

Il 28 dicembre 1983, in un intervista televisiva rilasciata ad Enzo Biagi, Giuseppe Fava, giornalista quanto mai scomodo per la “borghesia mafiosa” ed i poteri ad essa sovrastanti, fece un’affermazione tanto semplice quanto esplosiva, tenuto conto che in quell’epoca c’era ancora chi negava persino l’esistenza della mafia: “… mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia … i mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione … “. Il 5 gennaio 1984, dopo appena una settimana da quella intervista, Giuseppe Fava viene assassinato a Catania, davanti al Teatro Stabile, dove attendeva l’uscita della sua nipotina di 5 anni che aveva partecipato alle prove di una rappresentazione teatrale. I mandanti furono ritenuti i boss mafiosi Santapaola ed Ercolano, ma il pentito Maurizio Avola aveva riferito di “imprenditori catanesi” e di Luciano Liggio.

Il 5 gennaio 2025, con un articolo pubblicato da “La Repubblica”, Claudio Fava, figlio del giornalista ucciso 41 anni prima, anch’egli giornalista ed anche con esperienze politiche – nelle quali si è distinto particolarmente per l’attività svolta come vice presidente della Commissione nazionale antimafia e come presidente della stessa commissione nella regione siciliana – ha evidenziato la “distanza” che le “istituzioni” hanno sempre mostrato dal delitto Fava, ed in particolare i sindaci della città che si sono susseguiti dal 1984 ad oggi, nessuno dei quali ha mai partecipato personalmente alle rituali commemorazioni che vengono celebrate ogni anno nel luogo dove fu posta – per iniziativa degli studenti – una lapide in memoria. Secondo Claudio Fava, l’assassinio del padre segnò una netta cesura, dividendo in due parti tra loro inconciliabili gli abitanti ed il sentire comune della città, che è poi lo stesso di quanto accade in Sicilia, dove tutto cambia ma niente è cambiato.

Oggi il sindaco di Catania si chiama Enrico Trantino, figlio d’arte, sia in senso professionale che politico, del più noto Enzo, recentemente scomparso. I Trantino sono noti in città, e non solo, per la storica militanza politica nel Movimento Sociale Italiano, oltre che per l’attività svolta come avvocati di grido. Il padre, Enzo Trantino, era stato candidato sindaco di Catania per le elezioni del giugno 1993, nella stessa tornata in cui correvano anche Claudio Fava ed Enzo Bianco (che prevalse per un soffio su Fava), e ritenne opportuno ritirarsi dalla contesa a seguito di un articolo della stampa nazionale che lo aveva additato come l’avvocato di Nitto Santapaola, arrestato il 18 maggio dello stesso anno dopo una lunga latitanza, alcuni mesi dopo l’arresto di Totò Riina (15 gennaio). Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, si viveva la “primavera palermitana”, con l’affermazione del sindaco Leoluca Orlando (già democristiano) sotto le insegne de “La Rete” a cui aderiva anche Claudio Fava.

Come avviene per tutte le primavere (Movimento Cinque Stelle docet), sia quella “palermitana” che quella “catanese” mostrarono presto i segni di un precoce “sfiorimento” (nonostante l’impegno profuso dall’allora sindaco etneo Enzo Bianco, detto “Enza a ciurara”) vanificando le grandi aspettative che erano state alimentate presso l’opinione pubblica dal clima di apparente cambiamento che si respirava in Italia con la caduta della “prima repubblica” e dei suoi protagonisti, da Craxi ad Andreotti, epoca che i poteri atlantici avevano deciso di chiudere, come avviene sempre con tutte le creazioni (stati, governi, terroristi) americane quando iniziano a illudersi di poter vivere di luce propria. Lezione, quest’ultima, ben compresa dall’attuale premier Meloni, che nel dubbio preferisce correre il rischio di peccare di piaggeria e sfigurare nello scenario interno, ben consapevole che il vero giudizio che conta non viene elaborato in Italia né a Bruxelles, ma a Washington.

Appare quindi inutile contare sull’evenienza che oggi, 5 gennaio 2025, il sindaco di Catania, che pur la dovrebbe rappresentare tutta ancorché spaccata in due parti da ormai 41 anni come ha ben scritto Claudio Fava, possa recarsi sul luogo del vile attentato per testimoniare che qualcosa è davvero cambiato, in Sicilia, in Italia, nel mondo. Ossia che quelle virtù, che sono tanto belle da ammirare e declamare sulla pelle degli altri, come la dignità, l’onestà, il coraggio e l’umanità, le stesse che vestirono Giuseppe Fava nella sua vita terrena e che ne circondano la memoria, siano per un giorno (almeno il 5 gennaio) simbolicamente vestite da tutti i cittadini catanesi per tramite dell’istituzione deputata a rappresentarli. E’ inutile contarci, perché prima che un esponente politico possa mostrarsi all’altezza del suo compito dovranno essere i cittadini a rivelarsi degni del loro ruolo che, secondo il beneamato Gianbattista Scidà, è la carica massima a cui poter aspirare.

La democrazia è finita, andate in guerra

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Nelle dittature è tutto sempre perfetto, e pertanto non si capisce tutta questa ansia di democrazia non appena, per la prima volta nell’Italia repubblicana, i nipotini del fascismo hanno, loro malgrado, conquistato il governo del paese. Certo, non si può pretendere tutto e subito, ma occorre comunque apprezzare gli sforzi sino ad oggi profusi perché tutto torni ad essere perfetto, come si deve in una nazione con la maiuscola. Ma con qualche miglioramento, come quello dei treni che non si limitano ad arrivare con puntualità, ma partono in anticipo. E non si capisce perché oggi la sinistra e il Movimento Cinque Stelle si straccino le vesti dato che sono stati loro a determinare la vittoria della Meloni e del suo partito causando l’astensionismo degli elettori delusi e traditi dal sostegno al governo “antipopolare” di Mario Draghi.

Astensionismo che è divenuto un cronico allontanamento dei cittadini dallo Stato, come indica l’ultimo rapporto su “cittadinanza e democrazia” rilasciato dall’Università di Urbino insieme ad altri. Il che, al di là delle statistiche, è un fenomeno ormai evidente, non fosse altro che per tutti quegli italiani che sono costretti a rinunciare a fruire dei servizi essenziali quali la sanità, la giustizia e l’istruzione, dato che sono milioni le persone che non possono permettersi le cure mediche, né tanto meno di pagarsi un avvocato che ne tuteli i diritti presso i tribunali, così come anche le università pubbliche registrano numeri in decrescita, di pari passo alla svalutazione dei titoli di studio in raffronto alla dilagante e spudorata “raccomandazione” degli incapaci ed immeritevoli ancorché provvisti di mezzi, con l’alimentazione di un circolo vizioso che sta minando le fondamenta dello Stato.

Quanto al rapporto testé citato, appare allarmante il dato relativo al grado di “soddisfazione per il funzionamento della democrazia” da parte dei cittadini, visto che dopo due anni di governo Meloni è crollato dal 53% (dato rilevato nel novembre 2022) al 38% (dato rilevato nel novembre 2024). Il che vale a dire, secondo l’assunto in premessa, che con la nuova destra stiamo correndo ad ampie falcate verso la “perfezione”, motivo per cui la premier d’Italia non può che essere soddisfatta. Anche se l’opinione pubblica maggioritaria non apprezza e si astiene, una volta che è emersa la assurda gestione della pandemia da parte del governo “giallorosso” guidato dal leader dei M5S, ed una volta che appare sempre più palese come l’Occidente, presunto leader morale del mondo, abbia scelto una strategia guerrafondaia su ogni fronte piuttosto che quella della diplomazia e della pace.

Così la minoranza del paese, che però non diserta le urne e non si tira indietro, anzi approfittando del momento propizio, sgomitando e calpestando i diritti altrui per accaparrare vantaggi indebiti, invoca l’uomo (la donna) forte, le misure drastiche (al bando l’abuso d’ufficio e la legalità!) per risolvere i problemi, mandando al macero i principi di democrazia e convivenza civile cristallizzati nella Costituzione antifascista, in nome di un populismo di bassa levatura che viene contrabbandato come “destra sociale”, non essendo invece altro che una istigazione alla “guerra tra poveri”, dove c’è sempre un penultimo che viene incitato ad arrogarsi il diritto di maltrattare un ultimo, secondo la triste psicologia del “kapò”, con il tacito consenso di quella borghesia “benpensante” che detesta i “lavavetri”, e che crede che siano gli “extracomunitari” a portare miseria, malattie e violenze sulle donne.

In questo clima da basso impero decadente, persino le figure super partes come il presidente della Repubblica ed il Papa, che pure fanno sentire la loro voce il primo per fronteggiare i tentativi di indebite ingerenze sulla democrazia italiana ed il secondo perché cessino i conflitti sanguinari in Palestina e in Ucraina, subiscono una significativa flessione nella fiducia dei cittadini (6% in meno rispetto all’anno 2023, ancorché attestata attorno al 60%), segnandosi un segno meno nella fiducia per tutte le altre istituzioni pubbliche, a meno della magistratura (+3%, che però si ferma al 40%). Non si intravede alcuna “rivolta sociale” all’orizzonte, mentre appare evidente lo scivolamento verso quella che si potrebbe definire come una “guerra civile fredda”, laddove una volta che si sia diffusamente percepita la rottura del vincolo di solidarietà civile ognuno pensi per sé a scapito di tutti gli altri.

Chi minaccia (non) vince

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Nella sequenza – considerata “cult” – di “In nome della legge”, uno dei primi film di Pietro Germi, il giovane pretore spedito da Palermo in un paesino dell’entroterra del centro della Sicilia laddove l’autorità erano i baroni e la mafia a questi asservita, subito dopo l’omicidio di un innocente ragazzino, decide di svolgere una sorta di “processo” pubblico nella piazza del paese, facendo chiamare a raccolta tutti gli abitanti dal parroco con le campane della chiesa. Dopo anni in cui aveva tentato di svolgere il suo lavoro nonostante un ambiente refrattario a tutto ciò che fosse emanazione dello stato, per la prima volta il magistrato parla chiaro e tondo, faccia a faccia, affermando senza giri di parole quale fosse il suo ruolo e, soprattutto, a cosa servisse questa cosa considerata come arcana ed ostile: la “legge”. Così accusa tutti di aver ostacolato il corso della giustizia persino quando tutelava i loro diritti ed interessi.

La legge – dice in modo diretto e crudo il giovane pretore – è quella cosa che ci permette di vivere gli uni accanto agli altri senza scannarci, spiegando che il non averla rispettata ha condotto a qualcosa di più tragico ed irreparabile come l’assurdo assassinio di un bambino di cui tutti i consociati devono pertanto sentirsi moralmente responsabili. Nell’Italia che usciva faticosamente dal disastro del ventennio fascista, dove la legge era stata impunemente calpestata in nome degli abusi e soprusi del più forte, il film (del 1949) non sembra voler richiamare ad un osservanza della legge fine a sé stessa, mentre si sottolinea l’importanza di rispettarla in adesione al patto di convivenza civile stipulato da uomini e donne che si associano in una comunità, dove l’omicidio di un innocente assume il ruolo simbolico dell’uccisione della speranza di costruire un futuro di pace e progresso, motivo che sta alla radice dell’associarsi in ogni epoca e ad ogni latitudine.

Alle soglie del 2025, si è sfumato il confine tra le dittature (quali lo furono dichiaratamente quelle fasciste, mentre quelle comuniste si schermarono dietro il paravento dell’eguaglianza, declinata però come annullamento dell’individuo) e le democrazie, così come appaiono sempre più confusi i confini della ormai classica tripartizione dei poteri su cui si fonda lo stato di diritto, legislativo, esecutivo e giudiziario. In quella che viene considerata (non troppo a ragione) come la più matura democrazia del mondo, gli Stati Uniti d’America, un presidente uscente e perdente concede la grazia al proprio figlio, mentre in quella che viene ritenuta (ed è effettivamente) la culla del diritto, ossia l’Italia, il potere esecutivo morde il freno perché non tollera le briglie della legge e lo manifesta pubblicamente additando, delegittimando, e talvolta minacciando chi ha il compito di applicarla, con il risultato concreto di istigare milioni di cittadini a disconoscere uno dei poteri dello Stato.

Se si comparano i comportamenti manifestati in Italia dagli esponenti del potere esecutivo nei confronti del potere giudiziario, nell’arco che va dalla “prima repubblica” ad oggi, si nota un progressivo deterioramento del rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, ossia, per dirla con il pretore del film di Pietro Germi, una mancanza di rispetto verso “la legge”, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul grado di “civiltà” della società e sulla qualità della “democrazia” in cui i cittadini vivono. Ma non va dimenticato che sino agli anni ’70, ossia l’epoca in cui si affermarono in Italia, anche grazie alla spinta referendaria popolare, i diritti civili fondamentali, la magistratura si mostrava forte coi deboli e debole coi forti. Con la maturazione della giovane democrazia italiana, anche il potere giudiziario riuscì a interpretare il proprio ruolo nel senso della “giustizia”.

Giustizia che vuol dire che il povero e il ricco, l’umile e il potente, devono essere giudicati allo stesso modo, essendo affidato questo bilanciamento ad un magistrato imparziale che agisce “in nome del popolo italiano e della legge”, ossia che è soggetto solo alla Costituzione e alla legge, e che pertanto non deve essere influenzato, turbato o persino minacciato durante l’esercizio del suo officio, né dovrà temere conseguenze spiacevoli (come dossieraggi nei propri confronti e dei propri familiari, accanimento mediatico mezzo giornali, televisioni e social network, additamento pubblico con la conseguenza di ricevere minacce di violenza e di morte da schiere di esagitati, minacce di ispezioni ministeriali o di provvedimenti disciplinari, etc.) nel caso in cui ritenga di adottare una decisione non gradita al potente di turno, tanto più se quest’ultimo è un ministro o una premier.

Il grado zero della politica

di  Salvatore Fiorentino © 2024

C’è oggi chi – subentrati gli analisti geopolitici ai virologi – per darsi un tono parla di “post democrazia”. Con “post”, ormai abusato ovunque, per colmare il vuoto semantico nelle more del conio delle parole che descrivano i nuovi significati che tardano ad essere generati. Così fa breccia, oltre la cortina degli addetti ai lavori, la convinzione che le democrazie “occidentali” (“accidentali”?), ritenute superiori rispetto alle altre forme di governo presenti negli stati del globo (terracqueo?), quali dittature, autocrature o democrature che dir si voglia, non siano delle effettive democrazie, perché gli apparati istituzionali, nonché tutta la giostra dei partiti e movimenti politici che ruota attorno, servirebbero solo “pro forma”, dato che le decisioni, quelle vere e che contano, sarebbero prese “altrove”, da innominati attori seduti dietro quinte invisibili.

E chi “comanda” oggi nel mondo “occidentale”? Certamente non Biden né Trump, né von der Leyen né Macron, né tanto meno Scholtz o – dulcis in fundo – Meloni. Quest’ultima ansiosa di inchinarsi al nuovo presidente americano di turno tanto quanto lo è nel cambiarsi vistosamente d’abito ogni giorno (a spese dei contribuenti), dimostrando a tutti che, come seraficamente osservato dal patron della maison “Valentino”, stile ed eleganza sono due cose diverse, perché si può non essere eleganti pur vestendo gli abiti dell’haute couture, perché l’eleganza – così come gli altri talenti che distinguono ogni essere umano, quali la dignità, l’onestà, l’intelligenza e la bellezza, solo per citare i più comuni – è un dono di madre natura e non si acquista in boutique (per il resto c’è mastercard!). Sicché, nella vacanza delle politica prevale la legge del più forte, che si misura universalmente con la ricchezza.

Ricchezza di denari, con i quali si possono comprare persone e cose, perché con i denari si compra il pane oltre che le auto di lusso, e quindi la sopravvivenza (deinde philosophari) oltre che l’ostentazione. Ed è quindi conseguente che oggi, con una politica assente e ritratta, sembrino comandare i Musk, i Soros, i Gates, i Bezos, gli Zuckerberg, e compagnia (di moneta) suonante. Anche se costoro non sono che la faccia visibile e superficiale del potere. Ed anche in questo caso la Meloni, indiscutibilmente prima al mondo in ciò, corre goffamente infagottata ad inchinarsi, confidando nella più classica delle captatio benevolentiae, con la speranza (ultima a morire) di accrescere o quanto meno consolidare il proprio potere impotente, come lo è quello della politica au jour d’hui, siccome viene quotidianamente mostrato dall’impietosa carrellata dei politicanti che affollano gli spazi mediatici ad ogni ora.

Ecco spiegato perché in questa epoca di politica al “grado zero” la motivazione che spinge uomini e donne (al netto delle mosche bianche) a candidarsi non è tanto quella ideale e nobile di contribuire a perseguire l’interesse generale, quanto l’altra, più pratica e ignobile, di accumulare potere e denari. Nella “legalità”, certo. Almeno così si dice. Poi però si abroga l’abuso d’ufficio ed allora questa legalità, solo formale, diventa sempre più incompatibile con i principi etici e di buon senso che peraltro la stessa Costituzione – questa disconosciuta – fissa in modo chiaro e semplice e a tutti comprensibile. Ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, così come non c’è peggior ladro di chi non tollera “lacci e lacciuoli”, come si dice, nella gestione dell’amministrazione pubblica, perché questi non sarebbero altro che un inutile freno allo “sviluppo”, ossia al dilagare delle ruberie di soldi pubblici.

Non è vero, quindi, che la politica contemporanea difetti di visione e di strategia alle quali informare azioni concrete efficaci. La verità è che la visione prevalente (per non dire l’unica) è quella di accaparrare alla cieca le risorse pubbliche per produrre spesa finalizzata ad alimentare la propaganda, le lobby (quella delle armi è la prima) e i clientes (ogni partito o movimento ha i propri), tanto più quando questi denari scorrono copiosamente come con le “rate” del PNRR. E i dati parlano chiaro, visto che se a giugno 2024 risultavano spesi in Italia oltre 50 miliardi di fondi PNRR, nel contempo il PIL decresce invece di impennarsi come aveva profetizzato il mago di Oz (al secolo Giuseppi Conte) quando aveva portato a casa 192 mld di cui 123 di prestiti e solo 69 di “grants” (sovvenzioni a fondo perduto). Non mancano le potenzialità per un “progetto-paese”, ma è la politica al “grado zero” che lo aborre.

Ladri d’Italia

di  Salvatore Fiorentino © 2024

I dati ufficiali dicono che nel mese di agosto 2024, in piena era Meloni, si è raggiunto il massimo storico assoluto del debito pubblico italiano, ammontante a 2962 miliardi di euro. Lo stesso vale per la ricchezza privata degli italiani, che ha raggiunto il valore di 5790 miliardi di euro. In confronto la Germania (che ha 84 milioni di abitanti contro i 60 italiani) ha un debito pubblico di soli 56 miliardi ma una ricchezza privata inferiore alla metà di quella italiana. Questa differenza non si spiega però con l’evasione fiscale, pari a 190 miliardi all’anno in Italia contro i 125 della Germania. E’ quindi evidente che c’è un travaso di risorse pubbliche direttamente nelle tasche di alcuni privati, sia indiretto che diretto. Indiretto da parte di chi fruisce di tutto ciò che lo Stato mette a disposizione dei cittadini nel contempo evadendo o eludendo l’imposizione fiscale; diretto da parte di chi defrauda le risorse pubbliche per appropriarsene indebitamente.

Chi sono, quindi, i ladri d’Italia, ossia coloro che pezzo dopo pezzo hanno letteralmente divorato il Belpaese e continuano imperterriti senza mai saziarsi? E quali potrebbero essere gli strumenti per identificarli e perseguirli per tutto ciò che di illecito si cela dietro queste mirabolanti accumulazioni di denari? Il fenomeno è complesso e si sviluppa a più scale di grandezza, sicché possiamo suddividerlo, in prima approssimazione, in due grandi categorie, in realtà separate da una serie di sottocategorie che uniscono le due estreme, costituite da quelli che convenientemente definiremmo come “macro-scenario” e “micro-scenario”. Al primo appartengono le grandi operazioni finanziarie, a partire da quella di “Stato” del 1981, anno fatidico in cui il ministro del Tesoro Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Ciampi decidono che lo Stato non sarà più il pagatore di ultima istanza, ossia non parteciperà più per calmierare le aste in cui si “vende” il debito pubblico.

Come diretta conseguenza, del tutto programmata e voluta, il debito pubblico schizza dal 58% del PIL nel 1980 al 124% nel 1994 a causa della enorme spesa per ripagare gli interessi più elevati che gli investitori privati impongono nel gioco speculativo al rialzo. Dopo di che, con Prodi, D’Alema, Bersani e compagni, si aprono le porte per lo smantellamento e la svendita dell’industria di Stato, compresi i gioielli di famiglia che costituivano asset strategici e grazie ai quali l’Italia, nonostante tutte le proprie deficienze di sistema, era tra le prime potenze economiche mondiali, infastidendo i co-fondatori dell’Europa come Francia e Germania, che difatti lavoravano per il depotenziamento della capacità manufatturiera del Belpaese, oggi ottenuto come dimostrano le diverse acquisizioni di brand storici italiani insieme alle delocalizzazioni selvagge degli impianti produttivi, con il conseguente impoverimento del know-how altamente specializzato.

E poi, più modestamente, c’è il “micro-scenario”, una sorta di sottobosco dove proliferano parassiti di ogni specie, prontissimi ed imperterriti ad avvinghiarsi a qualunque fonte di lucro possa loro presentarsi dinanzi, come in primo luogo i cospicui flussi finanziari che provengono dall’Europa per progetti di ogni tipo e per ogni campo, dall’agricoltura all’edilizia, dalle energie rinnovabili alle riqualificazioni ambientale e urbanistica. In questo contesto, una trattazione a parte meriterebbero le cosiddette “agro-mafie”, favorite da un sistema di controlli alquanto labile che permette la filtrazione di ingenti risorse a beneficio dell’economia illegale sommersa che ad un certo punto deve riciclarsi, grazie ad una platea sterminata di “teste di legno” o “prestanome”. Mentre rimane un mistero, che prima o poi sarà svelato, quello che vede una decrescita del PIL a fronte della crescita della spesa dei fondi del tanto osannato “PNRR”. L’uomo della strada si chiede: ma dove finiscono i soldi?

Ma i veri ladri d’Italia, in senso lato e figurato oltre che in alcuni se non molti casi del tutto concretamente, sono coloro che dai tempi della caduta della cosiddetta prima repubblica presumono di svolgere il ruolo di “politici”. E’ evidente che chi avesse avuto la vocazione del “politico”, certamente nobile, ossia quella di dedicarsi anima e corpo per il progresso del bene comune a costo di sacrifici personali, non è più presente da tempo nei palazzi del potere esecutivo e legislativo nonché, ancora peggio, in quelli dell’amministrazione regionale e locale. Si è realizzata una spietata selezione genetica che, come insegnava Darwin, ha fatto prevalere le figure senza scrupoli su quelle con una coscienza, le figure senza dignità su quelle con uno spiccato senso dell’onore, in una parola i peggiori sui migliori. La “politica” è divenuta una lurida scorciatoia per saltare la fila, per ottenere incarichi, benefici e denari altrimenti irraggiungibili per propri meriti. Ladri di tutto.

Le due vie del potere

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Le vie del Signore sono infinite, come si trova scritto anche ne “Il Paradiso” di Dante Alighieri, e portano sempre al bene. Le vie del potere – terreno – invece sono essenzialmente due, e conducono dritte dritte l’una verso l’inferno e l’altra verso il purgatorio, necessaria sosta per il paradiso. Perché il potere terreno è sempre contaminato con i peccati che sono propri della natura umana, anche quando il potere viene esercitato, come si suole dire, “a fin di bene”. Perché è insito nell’esercizio di un potere il peccato, dato che con esso un uomo (nell’accezione di essere umano) decide per i propri simili, il che lo pone al di sopra di essi. E non importa se questa supremazia sia benedetta o consacrata, che dir si voglia, da un processo di delega legittimo e democratico, persino condiviso e consapevole. Perché il Signore, ossia colui di cui abbiamo prova dell’esistenza in questa Terra e che si chiama Gesù, ci ha insegnato che l’unico posto incontaminato è quello tra gli ultimi.

Un esempio vissuto, al caro prezzo delle lacrime e del sangue del popolo italiano, di potere che distrugge e porta morte e disperazione, è stato quello del ventennio fascista, nel quale fu consentito ad un uomo evidentemente malato di compiere atti sempre più efferati, fermandolo solo quando ormai era troppo tardi. E’ questo l’insegnamento più importante che se ne trae, come peraltro è concetto di buon senso comune, oggi largamente acquisito in pressoché tutte le discipline, in primis da quella medica sino a quella che riguarda la sicurezza dei cantieri: il male va curato tempestivamente, se possibile prevenuto, perché un focolaio d’incendio trascurato può portare alla distruzione dell’intero raccolto, il che vale a dire che tutti, non solo gli addetti ai lavori, hanno il dovere civile e morale di impedire che il disastro si propaghi per scongiurare conseguenze che infine tutti dovranno piangere per anni.

Non è un caso che dopo questo male assoluto, che fu il ventennio fascista incarnato nella figura istituzionale ed umana di Benito Mussolini, l’esercizio del potere si svolse in modo da ricostruire, e anche rapidamente, il bene comune, e ciò nonostante le immani macerie materiali e morali in cui erano stati precipitati la nazione e il popolo italiano, mai prima di allora così umiliato, raggirato e devastato tanto nelle carni quanto nello spirito. Non solo le intelligenze, ma soprattutto le migliori coscienze, a costo di sacrifici anche estremi, si misero a disposizione delle generazioni martoriate dal fascismo perché fosse garantito un futuro di libertà, eguaglianza, fraternità a quelle future, con la speranza che queste ultime non avessero mai dovuto vedere con i loro occhi, sentire con le loro orecchie e la loro pelle, la disumanità di un potere che si perpetrava con la persecuzione, con la violenza, con la minaccia.

Il grande processo democratico e civile che portò alla condivisione della Costituzione Italiana – quanto mai oggi minata e vilipesa da esponenti anche di primo piano di un incipiente potere acerbo e a tratti irresponsabile – non fu solo un momento di riforma istituzionale dovuto all’adeguamento ai tempi che cambiano, come periodicamente avviene nello stato di diritto, i cui ordinamenti e le cui leggi devono necessariamente armonizzarsi al progresso delle idee, delle scienze, delle arti e delle tecnologie e, non ultimo, del sentire comune che esprime l’orizzonte verso cui una comunità vuole incamminarsi facendo tesoro degli errori che la storia le ha consegnato. Perché quel processo democratico e civile fu prima di tutto il riconoscimento, da parte di chi aveva per colpa o dolo sostenuto la dittatura fascista, che con l’esercizio autoritario del potere tutti restano sconfitti.

Perché solo dal confronto, pacifico e responsabile, si può giungere alle soluzioni ragionevoli ed idonee al progresso di tutti e non al profitto, spinto sino all’abuso, di pochi. Una società dove pochi hanno tutto – e per di più ottenuto con la frode e la violenza – e molti hanno quasi niente, non è una società ma un incubo dal quale occorre risvegliarsi prima possibile. Aprire gli occhi è indispensabile per capire che i “dittatori” di ieri e di oggi sono abili a suggestionare il popolo paventando nemici immaginari per distrarli dal loro effettivo operato, soprattutto quando questo non sia mirato a perseguire l’interesse generale ma esclusivamente a mantenere il potere acquisito, con l’intento di renderlo sempre più sciolto dai vincoli di legalità e di democraticità, per ciò tentando di smantellare i capisaldi dello stato di diritto sino al punto che la legge non sarà più eguale per tutti, ma solo per pochi.

I ladri dell’ambiente

di  Salvatore Fiorentino © 2024

“Piove, governo ladro”, è un modo di irridere chi protesta contro le istituzioni, come a sminuirne le ragioni schierandosi dalla parte del potere costituito. La frase pare aver avuto origine, tra le tante, da una vignetta satirica apparsa nel 1861, nella quale venivano raffigurati tre mazziniani al riparo da una forte pioggia che aveva impedito lo svolgimento di una manifestazione da loro organizzata a Torino. E se ancora oggi i governi non riescono a controllare gli eventi atmosferici, chi amministra la res publica è certamente responsabile degli effetti causati sull’ambiente antropizzato, dato che da diversi decenni, sotto la falsa causale dello sviluppo economico, che maschera quella reale della mala gestio, si è modificato in modo indiscriminato l’ambiente naturale, con effetti devastanti in occasione degli eventi climatici estremi.

Tanto più dilaga la “corruzione” dei valori e dei principii che sono necessariamente posti a fondamento di una società che possa e voglia dirsi “civile”, tanto più pioverà sul bagnato, con conseguenze sempre più dannose per chi abbia la sfortuna di essere la vittima sacrificale di turno, talvolta con la perdita della vita o della salute, talaltra con quella dei beni materiali, questi ultimi da considerare non solo da un mero punto di vista patrimoniale, dato che rappresentano spesso il frutto del lavoro di una vita, oltre che il radicamento, ossia la formazione della propria identità, con un dato ambito territoriale, motivo per cui lo “sfollamento” imposto dalle autorità, che intervengono ex post e quasi mai ex ante, diviene una ulteriore ferita inferta che difficilmente potrà essere risarcita economicamente, peraltro in tempi in cui un improvvido ministro candidamente afferma che lo Stato non può aiutare tutti.

E chi sono i responsabili diretti – traslasciando qui quelli indiretti – di questa ormai cavalcante corruzione dei suddetti valori e principii? La risposta è tanto semplice da dare quanto difficile da accettare. Sono tutti coloro che assumono una funzione pubblica, a tutti i livelli, sia politica che burocratica. Decisori pubblici e organi che devono vigilare su queste decisioni, se del caso denunciandole perché non producano effetti nefasti – nel breve, medio e lungo termine – ai danni della collettività, perché non sia consentito il peggiore dei diluvi: quello delle lacrime di coccodrillo, di cui è colmo il Belpaese, primo al mondo per le celebrazioni funebri solenni e di Stato, a cui i cittadini consapevoli non dovrebbero mai prendere parte. Perché i decisori pubblici, per “derogare” delle norme di legge, rubano simultaneamente almeno due volte, se non talvolta addirittura tre.

La prima volta rubano alla collettività, alla comunità che amministrano, sia essa la nazione, la regione o il comune, secondo le rispettive responsabilità ai diversi livelli di governo. Essi difatti tolgono a molti un diritto, in primis quello di poter godere di un ambiente costruito sicuro e idoneo a potervi abitare nel senso proprio del termine, per dare a pochi ciò che non gli spetta e che può per converso causare un danno agli altri. La seconda volta rubano a chi propone, accetta o è costretto ad accettare il pactum sceleris, nel momento che incassano il dazio, che può essere il vile denaro o altra utilità materiale equivalente, ma che talvolta è immateriale, come ad esempio il “voto di scambio”, politico-mafioso o meno che sia, che serve ad assumere o a consolidare il potere di siffatti decisori pubblici lato sensu “corrotti”, con la conseguenza di prevalere, in una competizione falsata, sui candidati integri.

La terza volta rubano a sé stessi, alla propria famiglia, ai propri figli e nipoti. Non è raro sentire le cronache di un amministratore pubblico disperato perché a causa di scelte “corrotte” dallo stesso adottate abbia dovuto piangere in tempi successivi i propri congiunti. Al di là della violazione delle leggi e dei codici terreni, costui ha violato il diritto naturale che non è disputabile nei tribunali, quello che per il mistero della creazione ci rende esseri pensanti e dotati del libero arbitrio, ossia capaci di scegliere tra bene e male senza che ci sia nessuno e niente che ce lo venga ad imporre a parte la nostra coscienza. Sicché costui ha tradito i propri obblighi di pater familias, rendendosi indegno innanzitutto verso il genere umano, e quindi verso sé stesso. Cosa se ne farà del vile denaro o del voto di scambio che avrà incassato per bramare il potere al fine di corrompere quei valori e principii che invece dovrebbe tutelare? Evidentemente nulla.

Amichetti d’Italia

di  Salvatore Fiorentino © 2024

I tempi sembrano davvero cambiati da quando qualcuno sosteneva che avere molti nemici significava guadagnare molto onore. Oggi la leader del primo partito d’Italia afferma che se sarà costretta a “mollare” questo accadrà a causa del “fuoco amico”, ossia degli esponenti del suo stesso partito, definiti senza mezzi termini come “infami”. Ed in coerenza con il linguaggio forbito adoperato nell’occasione, è seguita una chiara minaccia, quella appunto di “mollare” per portare il paese alle elezioni anticipate, sicché da “prendere” il 30% dei consensi alle urne, ma allo scopo di tornare nelle fila dell’opposizione. E, come dicevano gli antichi, in cauda venenum. Quale, difatti, più efficace minaccia che quella di prospettare la perdita di poltrone, incarichi e prebende, a tutti quegli “amichetti” che dopo la presa di Palazzo Chigi si sono dati alla pazza gioia, saltellando nel carro della vincitrice anche in modo così scomposto da metterne a rischio persino la stabilità?

Torna quindi prepotentemente in auge il motto di antica saggezza popolare secondo cui “dagli amici mi guardi dio, ché dai nemici mi guardo io”. La Meloni sembra così vestire i panni di una impotente maestrina che dopo essersi avventurata a portare una classe di indisciplinati in gita scolastica adesso minacci gli alunni che non sarà mai più, che questa è l’ultima volta. Ma l’esperienza insegna che se di indisciplinati si tratta a poco varranno le minacce di provvedimenti, perché non c’è peggior sordo di chi non si rende conto di quello che fa, ricadendo ogni responsabilità e colpa su chi ha consentito che alcune persone inadeguate potessero ricoprire incarichi e funzioni importanti e delicate al servizio dei cittadini, questi ultimi ancora una volta gabbati, dopo il “cambiamento-truffa” dei Cinque Stelle del Draghi “grillino” e del Conte “avvocato del popolo”, così come del Grillo lunatico “padre padrone”.

Probabilmente questa volta dio aveva cose più importanti di cui occuparsi che proteggere la Meloni dai propri “amichetti”. Si chiude così il cerchio di un metodo fallimentare alla radice, perché è noto che chi si circondi di “yes man”, di “cortigiani”, di “fedelissimi incompetenti” sia destinato a fallire presto, spesso con capitomboli davvero buffi, suscitando l’ilarità del pubblico che sta a guardare, tra addetti ai lavori e comuni cittadini. Le “gaffe” – per volere usare un eufemismo – inanellate dalla scuderia Meloni nei due anni di governo sono davvero notevoli, per quantità e qualità, il che le vale certamente il primato nella storia dell’Italia repubblicana. A ciò si aggiunge, da ultimo, la farsesca pantomima che caratterizza la gestazione della legge di bilancio, dove ogni esponente della maggioranza tira la solita coperta troppo corta scaricando su gli altri ogni responsabilità.

Non sarà quindi un caso se la forza politica più longeva in Italia è stata sino ad oggi quella che ha saputo contemperare le esigenze di raccolta del consenso con quelle della responsabilità di governo, includendo piuttosto che escludere, tollerando piuttosto che emarginare, misurando l’uso del potere secondo il buon senso del pater familias, senza che vi fossero figli e figliastri, riconoscendo i diritti fondamentali senza spacciarli per questioni di parte o gentili concessioni del sovrano, sapendo ascoltare e persino accettare le critiche più feroci e talvolta ingiuste, non permettendo a poteri esterni al sistema democratico di condizionare né tanto meno ricattare lo Stato, preservando sempre l’integrità delle istituzioni anche a costo di gravosi sacrifici per il partito, praticando la cultura senza ostentarla ovvero confonderla con l’erudizione, riconoscendo che la parola di un contadino vale quanto quella di un accademico.

Meloni sa bene di aver fallito, così come ha fallito il centrosinistra nell’ultimo quarto di secolo. Perché ha costruito una “cultura” di “partito” invece che di “governo”. Sicché è inevitabile che scatti, come è in effetti scattato, il riflesso pavloviano che porta a far coincidere, come avviene in tutti i sistemi autoritari, il partito con lo Stato. Come dimostra l’ansia di adottare riforme “costituzionali” per mettere al sicuro la presa del potere, come lo è quella del “premierato”, ma come lo è anche quella della “giustizia”, entrambe evidentemente volte a sbilanciare gli equilibri tra i diversi poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – essenziali perché sussista una democrazia, al fine di accentrarli in un unica mano, quella del premier, con la falsa giustificazione di garantire stabilità ed efficacia all’azione di governo, nell’interesse dei cittadini. Ma gli italiani di tutto hanno bisogno, tranne che di una pseudo-repubblica degli “amichetti”.

Alle periferie dell’umanità

di  Salvatore Fiorentino © 2024

Che adesso si spari sulla pace, sui portatori di pace, sulle forze che hanno come missione quella di raffreddare i conflitti armati per estinguerli nel più breve tempo possibile, ci porta alle periferie di quella che dovrebbe essere la civiltà minima, dopo che sono trascorsi almeno centocinquanta millenni, ossia millecinquecento secoli, da quando fece la sua comparsa sulla Terra il cosiddetto “homo sapiens”. Tuttavia, se ogni cosa ha un’inizio e una fine, potrebbe darsi che anche l’umanità, nel senso del genere umano, sia stata concepita per autodistruggersi, ad un certo punto. Per lasciare spazio, ad altro. Se si riflette in prospettiva cosmica, in anni luce, tutte le scorribande che si sono succedute dal tempo dei dinosauri ad oggi appaiono questioni del tutto marginali ed irrilevanti. Einstein diceva che dio, qualunque fosse la sua natura, non gioca a dadi. Questa frase è stata spesso interpretata come a voler dire che non è lasciato nulla al caso, ma c’è sempre una ragione in ogni cosa.

Lo sterminio di massa è quello che accadrebbe se tutti pensassero che la loro sopravvivenza – o, più prosaicamente, il loro benessere – siano garantiti dall’annientamento – o dalla sopraffazione – di tutti gli altri. In effetti, la storia è colma di uomini di potere che hanno bramato di emergere sottomettendo gli altri, perché privi di capacità, e persino di quella di ammettere serenamente i propri limiti, vivendo con ciò che gli spetta, e non con quello da depredare al prossimo. Se tutti, molti, pensassero di rubare al vicino di casa per avere di più, non ci sarebbe pace neppure per un minuto, e presto accadrebbe che nessuno rimarrebbe vivo. La violenza, la sopraffazione, l’uso indiscriminato della forza, conduce all’inizio, ed anche per periodi prolungati, ad un’apparente vittoria, che poi produce una malata euforia, una disumana esaltazione sino al raggiungimento del delirio di onnipotenza.

Ma dio non gioca a dadi, chi si sente onnipotente invece si. Ed è’ una spietata roulette russa che prima o poi condurrà alla fine, sia morale che materiale, nel modo più ignominioso possibile, ossia quello di perdere del tutto e per sempre la dignità di essere umano. “Se questo è un uomo”, scrisse Primo Levi (anche se il titolo del libro non è suo), avendo visto l’inenarrabile. Perché questo uomo disumano può essere chiunque, di qualunque bandiera, di qualunque religione, di qualunque ideologia. E nel momento che si manifesta, seminando morte e disperazione, dolore e rabbia, sconcerto e indignazione, distrugge la fede dell’uomo nell’uomo, che è poi quanto di più basilare ed importante vi sia al mondo, perché al confronto la fede in un dio è poca cosa, se questo dio non è poi disposto a scendere dall’olimpo, ma pretende un tributo di sangue e lacrime sul suo indecente altare.

E quale dio più indecente del dio denaro a cui molti, troppi uomini, che pertanto non lo sono più, prestano la loro malata fede? Costoro pensano di comprare tutto, persino gli affetti, alzando sempre il prezzo, con la conseguenza di essere condannati a rubare, persino a chi non ha più niente, persino a chi si è fidato, persino a chi li ha aiutati quando avevano bisogno. Rubare al prossimo, non sanno fare altro, così privi di qualità e di talenti, che non hanno altro scopo nella vita, se vita si può ancora chiamare una esistenza consumata nell’inganno e nella menzogna, nella vergogna talmente sfacciata che non riescono neppure più a provarla. E’ una parabola che si incurva racchiudendosi col passare del tempo, per raggiungere il punto di non ritorno con il progredire della maturità, sino alla vecchiaia, quando ormai si percepisce di non avere più molto da perdere, perché si è perso tutto.

La dignità, il rispetto di sé stessi, la vicinanza non solo di chi gli stava accanto per meschino interesse, ma anche delle persone care, perché si sono illusi di comprarle, con regali sempre più costosi ma privi del calore umano, quindi senza alcun effettivo ed affettivo valore. Hanno perso coloro che li sopportavano nonostante tutto, ma che a lungo andare si sono allontanati perché era impossibile stargli vicino senza degradarsi come loro, senza sprofondare nel baratro della disumanità. Perché hanno scelto di non appartenere al genere umano, ma di ritornare nelle caverne da cui sono uscite le bestie più immonde milioni di anni fa, senza pensiero e senza sentimenti, accecati dagli istinti primordiali, viscerali, mostruosi, rivoltanti, che al genere umano appaiono inconcepibili oggi, dopo il fiorire delle civiltà, delle arti, della musica, dell’architettura, delle scienze, della letteratura. Della poesia.