Il ritorno del fascismo (pt. 2)

diSalvatore Fiorentino © 2024

Il fascismo combatte, secondo il motto “armiamoci e partite (o morite)”! E’ la quintessenza del coraggio per interposta persona, della virtù autoproclamata, della superiorità dichiarata per camuffare il complesso di inferiorità innato, tanto più acuto quanto più in alto nella gerarchia esso conduce. Il fascismo è il cruciverba della coscienza, dove è tutto già previsto, e non si può sgarrare nella parola, neppure di una sillaba. E’ il suo carcere e la sua tomba. Il fascismo è divisa, di chi è privo di abito, ossia del senso del focolare, perché la sua casa è una caserma fredda e buia, dove si sentono rintoccare i tacchi di ominidi alla ricerca della loro esistenza perduta, quasi fantasmi, per lo più zombie senz’arte né parte, che si arruolano al primo bando, intruppati senza una ragione, abbagliati dalle tenebre.

Il fascismo è noioso. Non coglie l’ironia, la calpesta. E’ permaloso, coltiva i vizi e aborre le virtù. I suoi duci necessitano di navigare nel mare della mediocrità per poter galleggiare, altrimenti presto affondano negli abissi della cultura e dei valori umani, che all’occorrenza comprano al supermercato delle vanità, a prezzi di saldo o addirittura non pagando l’incauto venditore. Per loro il potere è denaro e il denaro è potere, non possedendo altri talenti. Abilissimi nelle promesse, quanto nel non mantenerle. Dovrebbero quanto meno distinguersi per oratoria, ma talvolta ciò che resta nella memoria collettiva, da cui il rischio di fastidiose otiti, sono suoni più simili a latrati bestiali che alla voce del padrone (o del padrino, a seconda delle varianti regionali).

Il fascismo non ammette meriti né tanto meno gare ad armi pari. C’è un solo ed unico meritevole vincitore, che prevale armato fino ai denti sull’avversario disarmato con le mani e i piedi legati dagli squadristi in servizio permanente effettivo, a cui basta e avanza solo il midollo spinale, essendo del tutto superfluo il cervello in dotazione da madre natura, come osservava un tale di nome Albert Einstein. Il fascismo si nutre dei favoritismi elargiti agli utili idioti che consuma per ottenere i propri biechi obiettivi, nonché della prostituzione intellettuale di chi non può raggiungere l’uva perché è troppo alta per le proprie capacità, questo un titolo di merito agli occhi del gerarca di quartiere, che non si sentirà minacciato nella sua impotenza, ma semmai lusingato di potersi accomodare al gradino superiore.

E dove c’è la mafia il fascismo è mafia. Allo stato puro, distillato, sublimato. Perché sotto le sembianze del fascismo la mafia si eleva a istituzione, non ha più bisogno di trattare col potere, di minacciarlo, di estorcerlo, di intrattenere con esso un rapporto di odio e amore, di vittima e carnefice. Per questo sembrò che ai tempi del Ventennio in Sicilia fosse stata debellata la mafia. Invece era stata assorbita, metabolizzata, in un unico corpo indistinguibile e consustanziale. Dove c’è il fascismo la mafia si fa legge e ordine, sopraffazione autorizzata, schiacciando il debole per favorire il forte, sfruttando il bisognoso per arricchire l’usuraio, il truffaldino, adulando il potente per carpirne i segreti ed insinuarsi come un parassita che lo conduce alla morte. Perché il fascismo è la morte universale.

(continua)

Il ritorno del fascismo

di Salvatore Fiorentino © 2024

L’ondata montante dell’estrema destra, con evidenti connotazioni xenofobe e antisociali, che si sta abbattendo sull’Europa è un fatto oggettivo. In Italia, l’affermazione della estrema destra quale partito di maggioranza era un fatto impensabile sino ad alcuni anni fa, ma è infine scaturito da due fattori concomitanti: il primo riguarda il progressivo snaturamento del centrosinistra, che ha avallato nell’ultimo decennio politiche fortemente antisociali (attuate in primis con il sistematico smantellamento della sanità e dell’istruzione pubbliche); il secondo deriva dal fallimento della proposta movimentista e legalitaria dei M5S, scioltasi come neve al sole nel momento di essere stati messi alla prova del governo del Paese.

E ci sono due rilevanti novità: la prima è che stavolta non ha prevalso il “centrodestra”, laddove la destra estrema ha sempre rivestito (anche ai tempi in cui era in auge la stella di Gianfranco Fini e di Alleanza Nazionale) un ruolo minoritario e mai decisivo, ma soltanto strumentale all’esigenza di equilibrare la spinta secessionista dell’altro partner “scomodo” della coalizione, la Lega, con i moderati di Forza Italia e satelliti ad essa riconducibili a tenere salda la leadership politica, peraltro indiscutibilmente incarnata nella figura di Silvio Berlusconi. La seconda è che per la prima volta il maggior partito d’Italia è quello degli astenuti, sicché l’estrema destra conquista una maggioranza relativa che è in realtà espressione di una minoranza degli elettori.

Ecco perché si dimostra inaccettabile il tentativo, già predisposto da questa destra estrema, di rendere strutturale la possibilità di ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari anche con una rappresentanza minoritaria degli elettori. E come non vedere in questa evidente forzatura della Costituzione il ritorno della “legge Acerbo”, strenuamente voluta da Mussolini ed infine approvata, seppur con difficoltà, grazie alla quale il primo partito alle elezioni, anche col 25%, avrebbe avuta assicurata la maggioranza dei seggi. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che i parlamentari non sono ormai più eletti dai cittadini, ma praticamente nominati dalle segreterie o dai leader dei partiti, il dado è tratto.

Ma ciò che più appare preoccupante è la “cultura” politica a cui si ispira la destra estrema oggi al governo, che trasuda dai comportamenti, talvolta involontari, talaltra esibiti, dei suoi esponenti, non ultimi quelli che rivestono cariche istituzionali di primissimo piano. Basti pensare al presidente del Senato (all’occorrenza chiamato a svolgere il ruolo di Presidente della Repubblica vicario), che ha manifestato in più occasioni una inaccettabile ambiguità sul valore costituzionale dell’antifascismo, che è poi il crogiolo di tutti i valori di civiltà che erano stati calpestati nel Ventennio mussoliniano: la libertà, i diritti dei lavoratori, la dignità umana, la non discriminazione per genere, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

Per tacere di quel improvvido ministro dell’istruzione che, più realista del re, aveva inteso intimidire una dirigente scolastica in quanto “rea” di aver inviato una lettera agli studenti nella quale si richiamavano i valori costituzionali dell’antifascismo. Ma l’ondata montante di questa “cultura” della destra estrema che, più o meno marcatamente, intende rimuovere l’antifascismo come espressione dei valori fondanti la Costituzione repubblicana, è ormai evidente. Altrimenti mai un alto generale delle Forze Armate si sarebbe sentito autorizzato a propalare opinioni che cozzano con i suddetti valori costituzionali, traendo da ciò notorietà e benefici economici personali, oltre che la gratificazione di una promozione che ha lo ha di fatto legittimato pubblicamente. In questo senso, il fascismo è tornato.

(continua)

Il rosso e il nero (cronaca del XXI secolo)

di  Salvatore Fiorentino © 2023

Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia ristagnar l’acqua e il formarsi di pozze” [Il Rosso e il Nero. Cronaca del XIX secolo, Stendhal, 1830].

I concetti di “legalità”, “credibilità dello Stato” e “convivenza civile” sono i tre fondamenti della società, intrinsecamente interconnessi, soggetti alle maggiori “crisi” (κρίσις, decisione) provocate dai detentori del potere effettivo, ossia ai cambiamenti traumatici che determinano situazioni sociali instabili e pericolose. Spetta quindi alla politica, latu senso, farsi carico di evolvere in senso progressivo (e progressista) questi fondamenti, che convergono verso la finalità ultima, ossia la realizzazione di una società che massimizzi i vantaggi dell’associarsi e, per converso, ne minimizzi le controindicazioni. Si tratta, quindi, di un complesso bilanciamento tra interessi pubblici e privati, laddove il cittadino diviene tale nella misura in cui condivide i secondi entro la cornice dei primi.

Non a caso, nel discorso pronunciato il 19 luglio 2016, il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato [col senno del poi, dobbiamo ammettere che predica bene, ma razzola male, n.d.r.], ha ricordato che il tema a cui Paolo Borsellino teneva maggiormente era quello della “credibilità dello Stato”, dato che, a parere dello stesso Borsellino, questa credibilità doveva essere ricostruita perché ormai, agli occhi della pubblica opinione, le istituzioni venivano molto spesso incarnate da personaggi impresentabili per via della loro convivenza, se non contiguità e collusione, con la mafia, grazie alla quale avevano difatti costruito fortune politiche ed economiche. Sicché, ha proseguito Scarpinato, dopo le stragi del ’92-’93 l’antimafia ha fatto una grande “promessa-scommessa”: che fosse possibile, finalmente, coniugare “legalità” e “sviluppo”.

Tuttavia, osserva il procuratore generale, “quella promessa è stata tradita e quella scommessa è stata perduta… i dati ISTAT ci dicono che la Sicilia è la regione più povera d’Italia e la regione in cui esiste il più alto tasso di diseguaglianza in tutta Europa”. E a tal proposito, si sottolinea che il concetto di legalità ha subito negli ultimi 25 anni una mutazione genetica, oggi presentandosi sotto le sembianze di una sorta “legalità sostenibile”: in sostanza, se ai tempi di Borsellino “legalità” significava attribuzione e garanzia di diritti per il cittadino, oggi essa pare condizionare tali diritti ai diktat del mercato, depotenziandoli o addirittura sottraendoli, così condannando alla precarietà le giovani generazioni, all’impoverimento il ceto medio e alla povertà assoluta una moltitudine di cittadini.

Ecco che, esauriti i periodi transitori di democrazia sostanziale, si riaffaccia ciclicamente la figura oscura del “Principe”, ossia di colui che incarna l’anti-Stato, l’anti-democrazia, l’anti-libertà, che a secondo dei contesti storici, sociali ed economici, si veste delle sembianze di un monarca, di un dittatore o persino di un leader democratico, a cui è affidato, dal potere effettivo di chi calca il “fuori scena” dell’agone politico, il compito di dominare, controllare, imbonire, se del caso perseguitare, le masse popolari, ossia tutti quei cittadini che non sono, per ragioni di casta, intranei al sistema oligarchico che vuole ad ogni costo riprodursi senza sosta, essendo tutt’al più funzionali e serventi ad esso, con l’illusione, dal potere ingenerata e da costoro ingenuamente coltivata, di esservi parte integrante.

Posta quindi l’ipotesi, ardita ma plausibile, che la democrazia sostanziale si attui soltanto nei periodi transitori tra una fase “antidemocratica” ed un’altra, al di fuori da siffatti periodi tendono a sgretolarsi, uno dopo l’altro, i fondamenti sopra indicati, ossia il concetto di “legalità”, la “credibilità dello Stato” e, di conseguenza, la “convivenza civile”. Queste sono fasi, talvolta epoche, durante le quali lo svolgersi dell’attività politica, nella sua propria accezione, è di fatto impossibilitato dal conformismo imposto attraverso una serie di condizionamenti e pressioni più che altro occulte, sicché la politica degenera nell’ambizione per il potere fine a sé stesso a cui fa immediatamente da corollario l’odio esacerbato per l’avversario e la brama di arricchimento senza freni.

E’ questo lo sfondo su cui si giocano le vicende de Il Rosso e il Nero di Stendhal, che rispecchia un momento storico, la fine della Restaurazione, immediatamente precedente alla seconda rivoluzione francese dei tre giorni del luglio 1830, con la quale viene rovesciato Carlo X, l’ultimo sovrano della dinastia dei Borbone, per essere sostituito da Luigi Filippo. Stendhal mostra la politica che si incarna in un comportamento apolitico, la lotta delle classi in un momento in cui esse sono anestetizzate, costrette ed inconsapevoli dentro una conciliazione fittizia. Niente può manifestarsi direttamente, niente può esser detto apertamente. Probabilmente, in nessun altro romanzo dell’Ottocento vi è una consapevolezza così esplicita della frantumazione della società in tante classi in lotta fra loro, senza che questo agitarsi interno porti ad una evoluzione ed ancor meno ad uno sbocco.

Il Rosso e il Nero, come è stato osservato, rappresenterebbero le due polarità opposte, inconciliabili, la divisa militare e la veste talare, la passione e la dissimulazione, la rivoluzione e la restaurazione. La vita e la morte. Il bene e il male. Ossia due modi di essere, due mondi a cui non si può appartenere contemporaneamente, da cui il dissidio interiore del protagonista del romanzo. Sono temi che verranno ripresi nel romanzo successivo, il Lucien Leuwen, focalizzando il conflitto che tormenta l’Ottocento, in cui, si osserva, non sono felici né monarchici né repubblicani ed in cui il governo è passato nelle mani dei finanzieri, i reazionari sono diventati grotteschi e i radicali impotenti. Il denaro regna, la passione muore. La società è diventata una farsa e niente merita di essere preso sul serio dagli uomini intelligenti. Siamo nel XIX secolo, ma potremmo essere nel presente XXI.

E ciò perché il periodo di democrazia che si è avviato con la Costituzione repubblicana del 1948, consolidatosi con le conquiste cristallizzate nello Statuto dei Lavoratori del 1970, oggi volge definitivamente al declino. L’assalto portato dalla “seconda repubblica” a questi presidii di eguaglianza, solidarietà e libertà – con la politica che ha ceduto la propria sovranità al coacervo oscuro di interessi finanziari, imprenditoriali, massonici e financo eversivi e mafiosi – sebbene parzialmente fallito nell’epoca berlusconiana, pare aver conseguito i suoi obiettivi per mano dei successivi “governi del presidente”, tanto privi di effettiva legittimazione elettorale quanto incisivi nel manomettere i fondamenti di “legalità”, “credibilità dello Stato” e “convivenza civile”. Osservava, quindi, il procuratore Scarpinato [peccato che oggi abbia perso ogni credibilità, n.d.r.], che la Costituzione rimane l’ultima trincea da difendere.

Sicché alla “questione morale”, posta da Enrico Berliguer nel lontano 1981 e mai affrontata dalla politica, si è sostituita una opposta pratica immorale nell’occupazione sistematica e quasi golpista dello Stato, dalla pubblica amministrazione sino agli organi di informazione pubblici, in una perniciosa mescolanza tra Rosso e Nero, asservendo persino gli organi di garanzia ad una visione parziale, con l’invasione della Corte Costituzionale da parte di politici di lungo corso, come Sergio Mattarella (oggi presidente della Repubblica [addirittura rieletto, n.d.r.]), Giuliano Amato e Augusto Barbera, il che attesta la confusione tra ruoli, funzioni, responsabilità, tra sfere che devono rimanere distinte in quel bilanciamento tra i poteri essenziale per la tenuta della democrazia e della coesione sociale. E i frutti avvelenati di questo decadimento, per certi versi pianificato, non si sono fatti attendere.

Si potrebbe così dire che la storia recente ha avvio con lo smantellamento dell’industria statale italiana, temutissima da Francia e Germania, avviato sempre nel 1981 da Carlo Azeglio Ciampi, incalzato da Beniamino Andreatta, con lo sganciamento della Banca d’Italia dal Tesoro, al fine di impedire il finanziamento dello Stato. Nel 1989, caduto il muro di Berlino, l’Italia si sottomette al giogo di Francia e Germania, con la complicità degli industriali italiani, ma ad insaputa e contro gli interessi dei cittadini, avviando le grandi privatizzazioni strategiche con le quali negli anni ’90 di fatto scompare l’industria a partecipazione statale. Questo è il prezzo richiesto dalla Germania della riunificazione alla Francia per rinunciare al marco e consentire l’introduzione dell’euro, sull’altare del quale verranno sacrificate per sempre le politiche industriali italiane, con la rinuncia alla creazione di nuovi posti di lavoro stabili e la precarizzazione di quelli esistenti.

Ed è un prezzo che la politica italiana pagherà con De Mita, Prodi, D’Alema, Amato, Bersani: il “centro-sinistra”,il Rosso che si tinge di Nero, che avrebbe piantato “l’Ulivo” alla fine degli anni ‘90, salvo poi sradicarlo per dare spazio alle ambizioni di quei postcomunisti che nel frattanto avrebbero lasciato per strada i fondamenti della loro ragion d’essere, ossia la “tutela del mondo del lavoro” e la “questione morale”, pilastri questi ultimi su cui Enrico Berlinguer aveva costruito il partito comunista più forte d’Europa, pronto per attuare, insieme ad Aldo Moro, una socialdemocrazia matura che certamente avrebbe reso l’Italia indipendente da ogni suddidanza geopolitica, contando sulla propria forza industriale statale e sul proprio welfare, sulle proprie eccellenze e le proprie risorse naturali e culturali. Ma questa indipendenza era inaccettabile tanto per i poteri atlantici che europei, e sin dai tempi di Enrico Mattei, la cui eliminazione è denunciata nel romanzo Petrolio di Pasolini.

Ancora un romanzo a fare da specchio ad una politica degenerata a danno dei cittadini, sicché in circostanze misteriose veniva eliminato il suo autore, ma anche quel giornalista, Mauro De Mauro, che sul delitto Mattei aveva rintracciato una pista “francese”che conduceva verso i servizi segreti (OAS) che sarebbero stati inquadrati dalla CIA nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia conosciuta come “Gladio”). Quest’ultima avrebbe ordito, servendosi della manovalanza mafiosa siciliana (l’aereo privato di Mattei, poi precipitato, decollò dall’aeroporto di Catania), l’attentato al fondatore dell’ENI, la grande multinazionale che assunse un ruolo strategico nel “boom economico” postbellico italiano e la cui espansione risultava fortemente invisa alle “Sette Sorelle” anglo-americane, come lo stesso Mattei definì le più grandi compagnie petrolifere del tempo. Se, infine, si pensa all’eliminazione di Aldo Moro, eseguita dalle Brigate Rosse infiltrate dai servizi segreti occidentali, con il benestare della politica italiana, il quadro risulta definito.

Dal divorzio tra Bankitalia e Tesoro si origina la crisi finanziaria in nome della quale verrà sancita l’adesione all’euro, crisi dalla quale sarà impossibile uscire per via della cessione della sovranità monetaria con la quale la Banca d’Italia rinuncia definitivamente al ruolo di “prestatrice di ultima istanza” che aveva assunto mediante l’acquisto di titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Sicché la situazione precipita con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati e quindi, con l’euro, anche alla Banca Centrale Europea) ed il debito pubblico esplode fino a superare il PIL. Questo non è un problema ma l’obiettivo pianificato, ottenuto mettendo in crisi lo Stato disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini a favore dell’industria e quindi dell’occupazione, che pertanto in questo nuovo assetto non possono che declinare irreversibilmente.

A questo piano anti-italiano partecipa la grande industria, compresa la FIAT, come peraltro confermato dal progressivo disimpegno industriale e come infine sancito dal recente abbandono del Paese da parte della famiglia Agnelli, col trasferimento della sede legale della holding Exor in Olanda. Ma già da quando la Banca d’Italia non acquista più titoli di stato è proprio la grande industria a farlo, riducendo drasticamente gli investimenti (sino al 50%) nella produzione e mirando alla massimizzazione dei profitti mediante una compressione dei diritti dei lavoratori, con forme di flessibilizzazione sempre più spinte, ma conseguendo una perdita di valore delle imprese in relazione alla prospettiva angusta in cui queste vengono indirizzate, il che conduce alle odierne delocalizzazioni con perdita di occupazione nel momento che la competizione si gioca non più mediante gli investimenti sulla innovazione del prodotto, ma puntando alla mera riduzione del costo del lavoro. Con un sindacato del tutto asservito, eccettuata la voce forte ma isolata della FIOM di Landini [anche in questo caso, col senno del poi, va detto che predica bene, ma razzola male, n.d.r.].

Non v’è via d’uscita (e non è un caso che il Regno Unito abbia infine optato per la “Brexit”) dal circolo vizioso che strangola gli stati dell’Eurozona, privati del potere sovrano della spesa pubblica attraverso il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio obbligatorio, dato che il sistema finanziario globale è “intossicato” dai “titoli spazzatura” che hanno determinato la crisi di liquidità alla quale è stata data risposta palliativa con le poderose iniezioni di denaro operate dalla FED e dalla stessa BCE nelle banche americane ed europee. Il che, tuttavia, non è in grado di risolvere la crisi economica in quanto il profitto, in questo “tardocapitalismo iperfinanziarizzato”, non è più legato alle performance economiche,ma alla quantità di operazioni speculative. E in regime di stagnazione (senza spesa pubblica il PIL si è stabilizzato attorno alla crescita zero) o di recessione, il pareggio di bilancio conduce verso l’irreversibilità della crisi, ossia all’asservimento dei popoli.

Asservimento a cui punta, di fatto, la recente riforma costituzionale, fortemente propugnata dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, evidentemente in esecuzione dei diktat della nomenklatura eurocratica, che dietro ad una parvenza di riformismocela l’intenzione di ridurre, se non eliminare del tutto, il nesso di rappresentanza tra cittadini ed eletti, vanificando il principio della sovranità popolare, minando i fondamenti di eguaglianza, solidarietà e libertà espressi dalla attuale Carta costituzionale. Ed ancora una volta il Rosso si tinge di Nero. Ed allora, cosa è destinato a rimanere ad un popolo strangolato dalla crisi economica pianificata ed al quale viene sottratto anche il diritto di scegliersi i propri rappresentanti, ossia di giudicare, censurando o premiando il loro operato secondo la rispondenza alla effettiva volontà popolare? Poco o nulla, se chi deve intervenire preferisce non vedere, non sentire, non parlare e chi interviene viene epurato.

E difatti, mentre ci si preoccupa di “esportare democrazia”, persino eseguendo azioni di guerra non autorizzate in violazione della Costituzione ed incrementando il traffico delle armi, mentre ci si indigna per le rappresaglie autoritarie di Erdogan in Turchia, in Italia un governo che si presenta come “democratico” prosegue nell’opera di smantellamento dei fondamenti costituzionali, calpestando le prerogative del parlamento, tentando di soggezionare il potere giudiziario e comunque depotenziandone gli strumenti per la lotta alla corruzione e alle mafie, queste ultime elemento inscindibile dall’agire politico deviato che ha ormai preso il sopravvento. Un agire che appare sempre più lontano dal perseguire l’interesse generale ed effettivo dei cittadini, attuato da figure manifestamente digiune di cultura politica, sociale ed economica, ormai meri recitanti di un copione scritto altrove.

Ed è un copione che, nelle versioni ridotte, rivedute e corrette, calato dall’alto, viene recitato pedissequamente nelle realtà regionali e locali, dove deputati e senatori, e persino coloro che hanno l’ardire di pretendere il titolo di “deputato” regionale nonché tutti i correlativi privilegi, combuttano con i loro referenti territoriali per garantire le proprie clientele e le proprie rendite di potere, infischiandosene di rendere un servizio al cittadino, anzi badando bene a tenere intere comunità sotto lo scacco dello stato di bisogno, dove il più elementare diritto, una concessione edilizia, una autorizzazione commerciale, diventano occasioni di malcelate condotte concussorie e corruttive, quando non si aprano le porte alle collusioni mafiose, come lo scioglimento del comune di Corleone, famigerato per aver dato i natali alla più efferata manovalanza criminale organicamente integrata nello Stato deviato, ha dimostrato ultimamente. E, ancora una volta, il Rosso si tinge di Nero.

Così accade che magistrati vengano vergognosamente isolati ed esposti solo perché tentano di perseguire non tanto la manovalanza mafiosa, ma il nesso tra questa manovalanza e la sfera politica, economica, finanziaria e persino istituzionale. Così accade che prefetti scomodi al potere politico, sorpreso con le mani nel sacco, vengano repentinamente rimossi dal ministro dell’Interno. Ma l’intolleranza al rispetto della legalità, delle regole eguali per tutti i cittadini è ormai così conclamata che la “politica”, senza tuttavia assumerne formalmente le responsabilità, ha di fatto soverchiato gli ambiti di competenza del potere gestionale affidato dalla legge in via esclusiva ai dirigenti, questi ultimi tenuti, per dettato costituzionale, a garantire l’imparzialità dell’agire amministrativo, concetto che cozza ovviamente con le invalse pratiche clientelari, concussorie, nonché con la permeabilità alla corruzione declinata in tutte le sue possibili forme sino al mero scambio di favori.

Ma il Rosso si tinge inesorabilmente di Nero quando emerge che magistrati si prestano o si avvicinano pericolosamente alla “politica”, tradendo il precetto di separazione costituzionale, e sia scendendo nell’agone politico che accettando incarichi prestigiosi e remunerativi; ed ancora di più quando prefetti e magistrati siano colpiti dagli scandali relativi alla gestione dei beni sequestrati o confiscati alla mafia, quando esponenti delle forze dell’ordine ostentino inopportuna vicinanza al potere politico, asservendosi e servendosene; ovvero quando associazioni antimafia degenerino in vere e proprie holding commerciali, snaturando la loro ragion d’essere oltre che turbando la libera concorrenza mediante l’accesso ai mercati per mezzo di canali privilegiati, ed addirittura esplellendo in malo modo chi abbia l’ardire di segnalare possibili deviazioni ed infiltrazioni della stessa mafia.

Ed è, infine, pressoché impossibile distinguere il Rosso dal Nero, nel momento in cui “professionisti” o “istrioni” dell’antimafia, politica e non, non appaiano più trasparenti e candidi come pretenderebbero di rappresentarsi, e ciò a causa delle loro condotte sottostanti all’agire visibile mostrato ai cittadini, laddove, ad esempio con l’espediente della asserita “riconversione” delle imprese già in odor di mafia ma non solo, si venga a generare – soprattutto nei settori ad alto rischio di infiltrazione criminale, come quelli dei rifiuti, dell’acqua e dell’energia ma anche quello della sanità – un sistema pararallelo di clientele, di corruzione e di ricatti incrociati che inquinano irreversibilmente la libertà politica determinando una “antimafia a macchia di gattopardo”,ossia niente altro che una più profonda e sordida degenerazione del sistema politico, amministrativo e istituzionale.

[15 agosto 2016]

post scriptum:

era tutto previsto e prevedibile. Oggi l’apparente libera scelta popolare che ha portato Giorgia Meloni nel ruolo di premier e Maurizio Landini in quello di leader della maggiore forza sindacale – con Giuseppi Conte in mezzo a barcamenarsi pur di sopravvivere nel giallo della ipocrisia – sono facce della stessa medaglia dal conio falso e truffaldino, il cui comune obiettivo è ridurre progressivamente la libertà sociale, economica e politica degli italiani, ormai un gregge senza via d’uscita, se non quella di divenire carne da macello per gli interessi superiori, di chi dalle torri d’avorio pensa di dirigere il mondo, dimenticando talvolta la storia, che insegna ma non ha scolari, e che comunque fa il suo corso, perché quando si tira troppo la corda questa si rompe e i popoli, consapevoli o meno, rivoltano chi li ha voluti sottomettere e sfruttare, se non ridurre in condizioni disumane, perché primum vivere deinde philosophari.

La repubblica dei meloni

di  Salvatore Fiorentino © 2023

Ormai archiviata la “banana republic” dal vago retrogusto berlusconiano, con il passo futurista della destra pura e dura (che vanta un parterre di intellettuali novecenteschi di prim’ordine, come Marinetti, Balla, Gentile, D’Annunzio, solo per dire … ) siamo entrati a pieno titolo nella repubblica dei meloni. Quelli che l’attuale premier, donna all’anagrafe ma che porta i pantaloni, ha esibito con orgoglio alla vigilia della competizione elettorale che fu vinta dal suo partito, “Fratelli d’Italia”, denominazione presa a prestito, gratuitamente, dall’inno nazionale, uno dei più discutibili al mondo sotto il profilo squisitamente estetico. E, sempre a dire della premier, si tratterebbe nientepopodimeno che della “Terza Repubblica”, che fa tanto pendant con il “Terzo Reich”, giusto per non farsi mancare nulla.

D’accordo sulla storia, davvero lacrimevole, della sedicente “underdog”, che poi non è credibile se appiccicata a chi, da giovanissima, proprio grazie alla militanza politica, ha rivestito ruoli di primo rilievo (addirittura “ministro”) senza vantare particolari titoli di merito, storia che fa il paio, simmetricamente, con quella del “lavoratore”, oggi segretario della CGIL, Maurizio Landini, che non risulta aver sudato più di tanto nelle patrie fabbriche, e di certo non tanto quanto si è sommamente speso presso rinomati talk show e affollate platee piazzaiole, il tutto degno delle migliori fumisterie d’oppio per sedare i popoli. Per non parlare di quel campione di “comunismo” tanto quanto basta, tale Marco Rizzo, che ogni tanto si sveglia dal sovietico letargo per dire qualcosa che sembri di “sinistra”.

D’accordo sul dato di fatto che sono saltati gli “schemi” – direbbe il non compianto Arrigo Sacchi – nel momento in cui si è “costituzionalizzata” la rielezione del presidente della repubblica, perché sembra che su sessanta milioni di abitanti, tra quelli eleggibili per la carica – saranno qualche decina di milioni i cittadini over 50 – non ci siano altre scelte plausibili, una volta sfumata miserevolmente la candidatura del deus ex ed intra machina Mario Draghi. E lasciamo perdere l’ultimo teorema dell’ex magistrato Roberto Scarpinato – oggi senatore M5S della repubblica, che si è a suo tempo contraddistinto per le monumentali richieste di archiviazione (prima fra tutte: “Sistemi Criminali”) – secondo cui la destra sarebbe “figlia” dell’eversione nera, dalla quale non avrebbe preso le dovute distanze.

D’accordo sulle magre figure rimediate con i casi mediatici montati ad arte – da Mediaset e dalla possente macchina della disinformatia di Putin – sull’ex consorte della premier e sul fantomatico leader africano, che è riuscito a carpirne il pensiero autentico, di certo sgradito all’establishment occidentale che conta, riportando in auge i trascorsi di una destra anti-sistema che si è dovuta “riverniciare” in fretta e furia per rendersi “presentabile” e gradita ai poteri atlantici, nell’assunzione della leadership di un paese, come l’Italia, strategico per gli equilibri geopolitici globali, sul fronte prossimo al blocco dei paesi, Russia e Cina in primis, che mirano a destabilizzare la presunta supremazia dell’Occidente, e degli USA in particolare, alimentando una visione multipolare del mondo.

D’accordo su tutto, ma, pur concesse le attenuanti generiche e specifiche del caso, non si può perdonare a Giorgia Meloni e alla sua maggioranza, non appena preso il potere, occupata militarmente ogni casamatta (per dirla con Gramsci) – grazie all’inglorioso fallimento dei M5S e della conseguente ondata di astensionismo per disaffezione del corpo elettorale – di manifestare la frenesia di mantenere questo potere ad ogni costo, con una “riforma costituzionale” frettolosa e disorganica, evidentemente percepita la precarietà della sua fortunosa e accidentale conquista. Su questo si profila una inquietante analogia con quanto fu attuato dal regime di Benito Mussolini, che trasformò un sistema sostanzialmente “democratico” in un altro sfacciatamente “autoritario”, senza alcun “colpo di stato”. Sappiamo come andò a finire.

L’arca di Noè

di Salvatore Fiorentino © 2023

Dopo lo scoramento seguito all’euforia (tragicomica) della stagione dei cinque stelle, il “popolo”, questo sconosciuto, non trovò di meglio che appendersi agli stivali dei post fascisti. In effetti, dopo la sbornia dell’anti-politica quale panacea di tutti i mali, pareva evidente la necessità di un ritorno alla “politica”, dato che i tecnocrati, anche blasonati come Mario Draghi, avevano fallito mostrando tutti i limiti di una leadership priva di mandato popolare. Il problema, tuttavia, era trovare ancora in giro qualcuno che non avesse dimenticato cosa fosse la “politica”, dato che pressoché tutti i partiti l’avevano da tempo archiviata per seguire altre strade, spesso intrecciate con affari e logiche di potere èlitarie se non del tutto personali, di fatto recidendo le radici di ogni tradizione e rinnegando i valori per cui milioni di persone si erano mobilitate, credendo e combattendo senza riserve.

Basti pensare alla parabola declinante del maggior partito della sinistra, il Partito Democratico, che avrebbe dovuto tenere alta la stella dei lavoratori, del lavoro, ossia di una società basata su principi di solidarietà ed equità, non certamente su quelli antitetici dello sfruttamento e della divaricazione delle differenze sociali ed economiche, condannando intere generazioni alla precarietà stabile e intere regioni al sottosviluppo perenne. Di stelle poi se ne affacciarono persino cinque nell’empireo italico, e non si comprende se sia stata una velata e allo stesso tempo ridicola parodia della famigerata stella a cinque punte che imperversò in altre epoche, rivendicando un ruolo salvifico che invece non fu altro che mortifero, conclusosi con la cooptazione del potere per usi strumentali contro il popolo. Sicché in Italia chi si presenta come rivoluzionario va subito catalogato come reazionario.

Di grottesco in grottesco si arriva al governo di una destra tanto improbabile quanto zeppa di complessi di inferiorità, sul piano culturale, politico e istituzionale. Perfetta, quindi, come nuovo soggetto da manipolare a piacimento per prestare il volto a quel potere che non si mostra mai, che non abita le stanze delle istituzioni, ma le condiziona senza ritegno, le plasma alla bisogna, senza soluzione di continuità, dai più alti vertici dello Stato sino ai più sperduti consessi preposti all’amministrazione della res publica (si fa per dire). In questa galleria degli orrori trovano terreno fertile tutte quelle comparse che affollano, sgomitando e calpestandosi a vicenda, il sottobosco della “politica”, meglio noto come “sottogoverno”, vero e proprio sottopancia di un potere bulimico, onnivoro e spregiudicato, accecato come un’orda barbarica dall’obiettivo di sgraffignare quanto più possibile finché dura la pacchia.

Una destra che ciarla di Patria e di Nazione, ma che poi scardina l’unità nazionale per dare la paghetta a quel nulla di buono (politicamente parlando) di Matteo Salvini, con l’autonomia differenziata, un ossimoro tale che persino il ministro della sanità cooptato dai Fratelli coltelli si rivolta nella barella, dato che un posto in corsia è ormai un miraggio anche per lui (ma si potrà pure permettere l’intra moenia o no?). Una destra che, sempre coi toni della commedia all’italiana, ricrea atmosfere da Watergate all’amatriciana, utilizzando notizie riservate per (tentare di) colpire un’opposizione che è già di suo (politicamente) cadaverica, fulminata dal cortocircuito del garantismo a corrente alternata, quello per cui invece che rendere la giustizia e le carceri degne di un Paese che fu la culla del diritto ci si limita a far visita ai carcerati, soprattutto quelli eccellenti (Cuffaro aveva la fila).

In questo marasma, non resta che lanciare il grido d’uso: “si salvi chi può!”. E chi non può? (pazienza, è la democrazia bellezza). Ed ecco che appare necessario invocare qualcosa che assomigli al Diluvio Universale (politicamente parlando), di modo che si possa ripartire da zero, alias tabula rasa, visto che allo stato attuale, con la fauna politica che popola il teatrino all’italiana (ma in Europa non stanno certo messi meglio di noi), non c’è più modo di coltivare neppure la più larvata speranza. Le abbiamo provate tutte, da Berlusconi a Prodi, da Grillo a Meloni, tecnocrati a parte visto che non fanno testo, ma va sempre peggio. Così peggio che molti, ormai più della metà, hanno rinunciato e sempre più rinunceranno persino ad esprimere il proprio voto alle elezioni, considerate niente più che una farsa. Sempre che si trovi in giro un Noè, stavolta sarà meglio che l’arca parta vuota.

Spaghetti d’Italia (pt. 2)

di Salvatore Fiorentino © 2022

Scriveva Stendhal ne “Il rosso e il nero”: “[…] Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! […]”. Sicché occorre ancora portare quello stesso specchio per mostrare chi sono oggi i “fascisti”: lo sono coloro che attivamente (i votanti) o passivamente (gli astenuti) hanno consentito l’affermazione politica della Meloni, oggi presidente del consiglio dei ministri, attendendo di giudicarne l’operato secondo i fatti e non le opinioni, o coloro che, eterodiretti da fallimentari e parassitarie élite sedicenti culturali, ritengono di impedire il diritto di parola, di opinione, sino al punto da tentare di bloccare un convegno organizzato in una università pubblica perché tra gli oratori vi sono esponenti della destra governativa? Ecco che rosso e nero si ribaltano, in questa realtà.

Lo specchio di Stendhal ce lo indica chiaramente, perché una immagine riflessa scambia la sua destra con la sua sinistra, come è avvenuto nella politica italiana nella “seconda repubblica”, dove la “sinistra” è stata solo un maldestro travestimento per espropriare il popolo della sua sovranità, iniziando da quella monetaria (con l’introduzione dell’euro) per poi procedere ad una estensione di questa indebita sottrazione in ogni ambito, economico innanzi tutto, ma anche sociale e culturale, sino al punto da minacciare l’identità territoriale, la quale si esprime basilarmente mediante i prodotti enogastronomici tipici di un dato ambito storico-geografico, come i francofoni hanno capito prima e meglio di tutti (in Francia, con Macron, è stato istituito il ministero della “sovranità alimentare,” concetto quest’ultimo che dal 2013 è tra gli obiettivi strategici delle politiche del Canada). Del resto l’ottusità della tecnoburocrazia europea era giunta al punto di voler dichiarare fuorilegge persino la “pizza napoletana”.

Sintomo evidente di come questa Europa, svenduta alla finanza speculatrice e mortifera, si sia dimenticata delle sue radici culturali, molteplici nella diversità, ma profondamente intrecciate. Basti pensare alla celeberrima narrazione resa da Goethe nella sua cruciale opera “Viaggio in Italia” . Tra gli scritti del grande letterato si legge: “[…] della posizione della città e delle sue meraviglie tanto spesso descritte e decantate, non farò motto. Vedi Napoli e poi muori!” dicono qui […]». Il viaggio in Italia e in Sicilia era considerato un momento fondamentale ed imprenscindibile nella formazione delle classi dominanti della mitteleuropa, perché si comprendeva che al di là della potenza economica e militare ciò che faceva la forza e la gloria di una nazione e di un popolo era il suo patrimonio pasaggistico-culturale, di cui il Mediterraneo della classicità Greca e Romana era il fulcro, perché in queste terre predilette dagli dei era stata forgiata la culla della modernità.

Lo specchio a volte inganna, a volte è premonitore. L’immagine di Draghi che consegna la “campanella” del potere governativo a Meloni viene restituita rovesciata, ossia con Meloni che riconsegna lo scettro a Draghi. E’ ciò che l’establishment agogna ed auspica, obiettivo per cui sarà dato spiegamento ad ogni forza ed azione possibile in nome di quel mai dimenticato “whatever it takes”, tra stampa, intellettuali a libro paga, potentati di ogni risma che vedono minacciata la loro posizione di rendita tanto lucrosa quanto parassitaria. Per costoro è solo questione di “prezzo”, perché sono convinti che Meloni potrà essere, come chiunque altro, addomesticata e ricondotta a più miti consigli. Il timore resta questo, perché altrimenti potremmo sin d’ora salutare una fase nascente della democrazia italiana, ossia quella in cui la politica con la “P” maiuscola riprende le briglie in mano per dirigere la carrozza Italia nella direzione più opportuna nell’interesse dei cittadini italiani.

Cittadini che hanno capito, a loro spese, che tanto il PD quanto il M5S, così come la galassia pulviscolare della sinistra, hanno agito in danno del popolo e nell’interesse degli speculatori finanziari internazionali, svendendo i lavoratori, le fasce deboli della società, sull’altare di un potere corrotto intellettualmente prima ancora che materialmente. Non è una questione di destra o di sinistra, ma di dignità istituzionale, politica, personale. Tanto a destra quanto a sinistra si annidano i prezzolati traditori della Nazione. Non mancano a destra i codardi che nel momento dell’attacco si danno alla fuga disonorevole dalle loro responsabilità indossando la divisa del nemico o ad esso inginocchiandosi piagnucolanti, come fece quel tale Benito Mussolini sperando di salvarsi dopo aver condotto alla distruzione il Paese. Ma non sembra il caso di Meloni, una “underdog”, una che ha dovuto saltare dieci piatti di spaghetti per mangiarne uno. A testa alta, sovrana di sé stessa. Auguriamo che prosegua su questa strada.

Spaghetti d’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2022

L’Italia è donna. La Nazione è donna. La Repubblica è donna. La Costituzione è donna. La Democrazia è donna. Ma anche la Destra è donna, ed adesso pure la presidente del consiglio dei ministri (molti) e delle ministre (poche). Che poi persino i dizionari seguano la moda antica di separare tutto per genere riporta alla memoria le classi di scolari divise tra maschietti e femminucce, oppure, in anni seguenti, solo differenziate col fiocco azzurro o rosa sul grembiule rigorosamente nero con colletto bianco (che fatica ogni mattina la vestizione). Se veramente si volesse abbattere ogni barriera, ogni discriminazione, tra i generi, probabilmente si dovrebbe andare nella direzione opposta, ossia di non distinguere più le persone a seconda del loro sesso, fermo restando che le differenze, di ogni tipo, non possono essere omologate, ma rispettate e tutelate. Nessuno, forse, se n’era accorto, ma ci aveva già pensato la Costituzione, con l’art. 3. Bastava e basta solo applicarla.

Ergo, non dovrebbe fare notizia che la premier italiana è donna (almeno così appare, ma poi saranno affari suoi se per ricevere l’incarico così come per il giuramento si è presentata con una mise, giacca e pantaloni, total blue/black con camicia in tinta, di taglio prettamente maschile), ma che stavolta è stata apparentemente (il condizionale è d’obbligo) rispettata la volontà degli elettori, ossia del popolo “sovrano”. E neppure dovrebbe fare notizia che si tratta di un governo di Destra (senza centro, ormai sepolto il berlusconismo terminale), sempre che poi lo sia davvero, dopo che nella cosiddetta “seconda Repubblica”, seguente alla fine del pentapartito, la Destra, quella antisociale e antidemocratica, è stata incarnata da un partito sedicente Democratico e dai suoi parassitari “cespugli”, che sin dall’ammucchiata de “L’Ulivo” ha progressivamente (la parola è di sinistra) depauperato le classi lavoratrici, tanto i dipendenti che i lavoratori autonomi.

Ma oggi il plumbeo segretario di questo sedicente partito Democratico, abituato a governare senza il mandato popolare se non contra populum e nell’interesse degli speculatori finanziari che tutto perseguono tranne che il benessere e la pace dei popoli europei, invece di cospargersi il capo con la cenere dell’autocritica, si lascia andare alle grida spagnolesche: “opposizione, opposizione, opposizione”. Mentre l’azzimato camaleConte leader tuttifrutti del M5S, che per ora furbamente rimane in sordina, continua la costruzione degli specchi per le allodole, declinata attraverso l’ostentazione di un improvviso pacifismo ad oltranza, allo scopo di raccogliere ed intestarsi l’ormai maggioritario orientamento dell’opinione pubblica italiana (ma anche europea) che ha ben compreso come la guerra in Ucraina serva soltanto agli interessi economici degli USA, che se non possono indebolire la Russia stanno già indebolendo l’Europa, per trarne aggio.

Che Mattarella sia apparso rilassato e persino sorridente, sia durante le consultazioni lampo con la coalizione vincente così come durante il giuramento del nuovo governo, lascia intendere che tutto è andato secondo i piani del potere che conta veramente, quello che non abita nei palazzi istituzionali. Ed è lo stesso potere che ha subito richiamato all’ordine i leader europei, dalla von der Leyen a Macron, affinché si affrettassero a riconoscere la nuova inquilina di Palazzo Chigi. La Meloni ha vinto e convinto per aver saputo respingere il disperato assalto alla diligenza di un Berlusconi che non sa giocare altro ruolo che quello del protagonista, ancorché in negativo. Così come per aver ridimensionato un personaggio improbabile come Matteo Salvini, negandogli il tanto agognato ministero degli interni ed affidando la gestione dei porti al fido Nello Musumeci, orfano della presidenza della regione siciliana per far posto a Renato Schifani.

Sicché la Meloni si è dimostrata “non ricattabile” né da Berlusconi né da Salvini, il che in verità non sembrava un compito titanico dall’alto del 26% dei consensi popolari in confronto al dato ad una cifra (8%) raggiunto a stento da ciascuno dei riottosi alleati. Ma la vera partita, che si è iniziata a giocare prima delle elezioni, è tutt’altra e non viene trasmessa né in chiaro né sulle pay-tv, né tanto meno in streaming. Compresosi che il neoliberista monetarista Mario Draghi era ormai divenuto una figura invisa alla maggior parte degli italiani, nonostante il plateale trattamento di favore ricevuto dalla stampa, ove questi fosse rimasto al governo avrebbe dovuto assumersi la responsabilità dei fallimenti che stanno per arrivare (la recessione in primis, ma anche l’inadeguatezza del PNRR e delle istituzioni europee a fronteggiare la crisi energetica cosi come il conflitto russo-ucraino). Occorreva trovare una capra espiatoria, alla quale consentire solo la sovranità alimentare.

(continua)

Servicelli d’Italia (pt. 2)

di Salvatore Fiorentino © 2022

Abbiamo visto come i rappresentanti del popolo siano asserviti al potere dominante, che non è mai visibile, agendo sempre per interposte persone e contro gli interessi dei cittadini. A loro volta questi rappresentanti cercano di asservire il popolo che dovrebbero invece rappresentare. Gli errori, le malefatte, i debiti delle alte sfere della società vengono sempre scaricati da costoro sulle spalle degli ultimi, dei meno abbienti, e non perché meno capaci e meritevoli, ma perché indifesi e mantenuti nell’ignoranza e nel bisogno, sempreverde presupposto per il fiorire e prosperare di un clientelismo spicciolo che, però, essendo esteso e capillarmente ramificato è in grado di condizionare gli esiti elettorali e quindi il governo della res publica. In tal senso, leader di partiti, movimenti, sindacati, titolari delle cariche istituzionali, specialmente quelle di rilievo costituzionale, da almeno trent’anni condividono gravissime responsabilità, disattese per inettitudine, colpa e dolo.

Ma sul banco degli imputati deve salire anche la cosiddetta “società civile”. Quella degli intellettuali, dei giornalisti, degli attivisti, dei volontari, delle persone “perbene”, soliti a celebrare i riti sempre più falsi e vuoti della “legalità”, della “antimafia” e dell’ “antifascismo”, mentre nello stesso tempo godono dei vantaggi di condotte “illegali,” “mafiose” e “fasciste”. Come quando mortificano la meritocrazia perché sono i primi a ricercare la “raccomandazione” (caro Roberto Ferdinando Maria Scarpinato dei Cinque Stelle, grande oratore e moralizzatore dei costumi altrui, oltre che archiviatore, non l’avevi chiesta – quoque tu – la raccomandazione ad Antonello Montante per fare il procuratore generale di Palermo? No? Non abbiamo sentito la smentita, parla più forte se hai qualcosa da dire, non ti nascondere dietro le querele ai giornali che ne parlano), spacciandola per naturale “superiorità culturale” derivante dalla tradizione familiare, altro che familismo amorale.

La pochezza dei protagonisti odierni fa presagire che siamo alle soglie di una svolta epocale, che avverrà solo dopo l’implosione, da ritenere prossima, di un sistema socio-economico che ha i giorni contati e sta raschiando il fondo del barile. Che uno come Landini sia il capo del maggiore sindacato di sinistra ne è l’evidente sintomo. Basti pensare che i capi sindacali hanno avuto, pressoché tutti, come premio per la loro buona condotta (non contrastare più di tanto i governi che spogliavano i lavoratori di diritti e dignità sino a a rendere stabile il precariato, lo sfruttamento, la violazione delle basilari tutele come la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro) la garanzia di un seggio parlamentare come buona uscita, in palese conflitto d’interessi. Ora Landini, dopo aver appoggiato le politiche liberticide (lavoratori senza stipendio se non vaccinati) del governo del suo “fratello” Draghi, condivide l’ antifascismo da ZTL con l’ectoplasma politico chiamato Enrico Letta.

Che poi uno come Enrico Letta, che vanta parentele a destra e a manca (con il pretoriano berlusconiano Gianni Letta, ma anche con il fondatore del PCI Antonio Gramsci) sia il leader dello schieramento progressista è la conferma che l’attuale sistema ha i giorni contati (e neppure servono le profezie di Fassino, né le rassicurazioni di Renzi, per attestarlo o escluderlo). Un grigio, anonimo e placido professore a contratto (la fisiognomica dice tutto) presso una amena università di studi politici parigina (Sciences Po) che ha vissuto più in Francia che in Italia nel comodo ed irrilevante ruolo di intellettuale à la page, catapultato nel ruolo di nuovo segretario di un morente PD che ha condotto scientemente alla sconfitta lo schieramento del centrosinistra, per un verso declinando il verbo del neoliberismo draghiano e per altro chiudendo le porte a chi (il M5S) questo verbo, dopo averlo sostenuto sino ad un minuto prima, lo intendeva camaleonticamente avversare.

I servicelli, così intesi, saranno spazzati via dalla storia. Il capitalismo come è stato concepito nel ‘900 ha fallito allo stesso modo del comunismo, con la differenza che è riuscito ad avere un’inerzia maggiore a causa dello spostamento “culturale” dai valori umani al valore economico, escamotage precluso al secondo perché tali “valori” economici li rinnegava in nome della ideologia. Si può dire oggi che entrambe le dottrine avevano ragione ed ad un tempo torto, ma sicuramente, fin quando si sono contrastate e quindi equilibrate, hanno garantito all’umanità un periodo di pace e progresso, seppur tra mille conflitti e contraddizioni. Tuttavia, come la natura è in grado di divorare tonnellate di plastica di rifiuto, la stessa natura umana sarà in grado di rigenerare le concezioni che oggi, patologicamente, si sono impadronite del globo. Il prezzo da pagare è alto e riguarda la fase di attuale transizione tra un’epoca che va abbandonata ed un’altra da venire.

Servicelli d’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2022

La lingua, si dice, è la radice dell’identità. Di un individuo, di un popolo, di una nazione. Sicché, non rinvenendosi, neppure nel rinnovato dizionario che introduce la parità di genere anche a costo di inaudite cacofonie, occorre precisare che il termine “servicello” non va ora inteso quale forma alterata, al bivio tra il vezzeggiativo e il dispregiativo, ma quale sintesi tra altri due termini, secondo la loro accezione letteraria, che ben caratterizzano il cittadino italiano senza infamia e senza lode: servo (Divina Commedia, Purgatorio, V, Dante, 1321) e travicello (Il Re travicello, Giusti, 1841). Del resto la effettiva e più pericolosa colonizzazione che l’Italia sta subendo dal secondo dopoguerra, ma in modo esponenziale nell’ultimo “ventennio” democratico, non riguarda tanto la dislocazione delle basi militari USA-NATO, ben imbottite di testate nucleari di cui si è perso pure il conto, quanto l’invasione dell’idioma inglese, che sta sostituendo progressivamente quello italiano (“price cap”, least but non last).

Non quindi un vezzo o un tentativo di sprovincializzazione, come si potrebbe a prima vista ritenere, ma una vera e propria sindrome di (dis-)identità, se i leader dei principali partiti italiani, di maggioranza (Giorgia Meloni) e di opposizione (Enrico Letta), hanno iniziato a diffondere, peraltro improbabili, video-conferenze parlando l’inglese, il francese, lo spagnolo, ma non l’italiano (col tedesco ci stanno lavorando, ma è più ostico). Discorso a parte merita il banchiere neoliberista Mario Draghi, che come lingua madre parla il dollaro e come dialetto l’euro, tetragono nel non cedere la scena, ed il potere, a chi è stato indicato dal popolo sovrano per governare l’Italia. La satira, quella vera che è costretta a riparare in TV di fortuna, ha già dato il meglio di sé raffigurando la metamorfosi (horrible!) della premier in pectore Meloni nelle sembianze del predetto premier dimissionario. Per il quale, fallito il Quirinale già prenotato, l’establishment ha inventato il ruolo di premier ex machina.

Eppure il popolo, a dispetto dei suoi sovrani appollaiati nei palazzi regali a guardare gli stucchi zecchini, ha chiaramente indicato la propria volontà di cambiamento: nel 2018 col 33% al Movimento Cinque Stelle, nel 2022 col 25% a Fratelli d’Italia, fatto quest’ultimo clamoroso, perché si tratta della destra ostracizzata e tenuta ai margini, per non dire ghettizzata, dai soloni dell’antifascismo da ZTL, quelli che si ricordano delle periferie, dei lavoratori, dei disabili, delle fasce deboli della popolazione, che dovrebbero rappresentare, solo in campagna elettorale, peraltro malcelando il fastidio di dover loro malgrado adempiere a questo ingrato compito, che difatti stride con l’estetica patinata dei manifesti e delle campagne mediatiche virtuali, tradendo platealmente la distanza siderale che separa questa nouvelle aristocratie dal mondo reale, dai cittadini in carne ed ossa, che invece pretenderebbe di governare, ma che vuole in verità ridurre al rango di servitù.

Il popolo la sua parte l’ha fatta, ma chi lo rappresenta no. E costoro continueranno a non farla. Il potere conferito dai cittadini al Movimento Cinque Stelle è stato usato contro il loro volere, per attuare politiche agli antipodi del programma elettorale. E’ ormai chiaro che la missione di questo movimento, ribelle e legalitario solo sulla carta, fosse e sia quella di imbrigliare il voto di protesta per riportarlo nell’alveo del potere dominante (PD), conclamatosi col governo di tutti e di nessuno presieduto da Mario Draghi e consacrato con la rielezione di Sergio Mattarella. Emergenza? Si, ma non sanitaria, non militare, non energetica, non climatica. Democratica. Senza il M5S non sarebbe mai potuto nascere il governo dei “migliori”, lo stesso che ha condotto il Paese sul baratro di una crisi socio-economica epocale, quello presieduto da chi è stato ed è tra i fautori delle privatizzazioni selvagge, causa oggi, tra l’altro, dell’incontrollabilità del mercato dell’energia.

E adesso tutti gli occhi sono strabuzzati sul nuovo governo che verrà (come l’anno cantato da Lucio Dalla al caro amico), mentre il maggiore partito di opposizione celebra l’ennesima rappresentazione teatrale, che dalla tragedia vira sempre più verso la farsa, alla ricerca della sinistra perduta, recherche (monsieur Enrico Letta docet) ispirata dall’omonima opera in sette tomi di Marcel Proust, in altri termini tempo perso, tanto per giustificare l’esistenza di questa classe dirigente élitaria e parassitaria. Mentre assume toni da psicodramma la ricerca della rotta da parte di una destra ritrovatasi a navigare mari aperti ed abissali (e ora come si fa?) con in mano il timone di un Titanic dove la festa impazza in prima classe senza curarsi che le scialuppe di salvataggio non bastano (ma c’è il reddito di cittadinanza), mentre all’orizzonte si staglia la punta dell’iceberg della catastrofe europea, dove i capitani incoscienti, usciti dall’accademia di Schettino, sembrano voler puntare, “whatever it takes”.

(continua)

Eurexit

di Salvatore Fiorentino © 2022

Il vizio capitale dell’Europa, così come si è sino ad oggi manifestata, è evidentemente quello di aver invertito i capisaldi del patto tra cittadini: l’economia (rectius: la finanza) sovrintende la società, e non viceversa. Prova lampante ne è l’ultimo diktat emanato dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, secondo la quale gli stati nazionali membri – già privi della sovranità economica e monetaria – che esercitassero la sovranità politica in modo difforme dalle aspettative delle istituzioni europee sarebbero costrette a ravvedersi mediante lo strumento della sospensione dell’erogazione dei fondi UE. Non c’è altro da dire per ritenere che questa Europa non solo non è quella immaginata e voluta dai padri fondatori, ma non può certo dirsi libera e democratica, dimostrandosi un sistema oppressivo e repressivo dei popoli alla stessa stregua della già fallimentare ideologia comunista dominante nell’Europa dell’Est sottomessa all’URSS.

Follow the money. E’ un Europa che così si presta a divenire strumento degli interessi anglo-americani (in questa chiave deve leggersi la tempestiva Brexit) nel tentativo di contrastare (quanto meno ritardare) l’avanzata del nuovo mondo che si affaccia in Oriente minacciando il predominio economico globale degli USA (PIL: 23 mila miliardi di $, secondo il FMI). Ecco che la ricchezza europea (PIL: 18 mila miliardi di $) deve almeno in parte servire per contrastare quella emergente della Cina (PIL: 16 mila miliardi di $). Essendo ovvio che nessun popolo occidentale sarebbe oggi disposto a sottostare ad un regime come quello comunista o ad un fondamentalismo religioso, occorreva costruire una prigione senza mura dove chi vi fosse destinato si persuadesse di volervi rimanere credendo così di perseguire il proprio e l’altrui bene, a ciò sospinto dall’instillazione della paura, sentimento più efficace di ogni altro per la manipolazione di massa delle coscienze.

E quale paura maggiore può prospettarsi ad un popolo, come quello occidentale, abituato da ormai tre generazioni al benessere diffuso radicato sul possesso dei beni materiali e viziato dal comfort del superfluo percepito come bene di prima necessità (i-Phone docet), che la perdita di questo status? Sicché trova terreno fertile la minaccia (“volete l’aria condizionata o la pace?”; evidentemente la prima, sia pure la guerra e l’invio di armi a volontà) del più filo-americano dei presidenti del consiglio dei ministri italiani, non a caso insediato con un “golpe” dai capelli bianchi e dagli occhi azzurrini con la scusante dell’ennesima “unità nazionale” per l’emergenza di turno (prima la pandemia, poi la guerra in Ucraina, domani la crisi climatica, poi chissà), quest’ultima addirittura da più parti propugnata come la nuova regola e non già l’eccezione (assisteremo al terzo mandato per il presidente della repubblica in carica e alla nomina di Mario Draghi premier a vita)?

Ma per spolpare l’Europa non può incidersi sulla carne dei popoli che portano nel loro dna l’attitudine rivoluzionaria ovvero il credo protestante (ed in particolare calvinista) rispettivamente capeggiati da Francia e Germania (i nostri partner privilegiati, secondo Mario Draghi), motivo per cui il coltello deve affondare sul ventre molle ma prospero (PIL: 4 mila miliardi di $) dei paesi mediterranei: Grecia (già fatto), Italia (lavori in corso), Spagna, Portogallo. In particolare, in Italia occorre completare il piano di svendita (“privatizzazioni”) dell’industria e delle aziende di stato (quelle in attivo e appetibili) avviato con la dottrina Andreatta e seguaci (Prodi, Ciampi, Draghi, D’Alema, Bersani & Co.), ma avversato da Andreotti e Craxi (non a caso spazzati via dal regime change voluto dai democratici USA per piazzare i loro più affidabili ex nipotini di Stalin, democratici di sinistra, oggi democratici). Ed inoltre occorre far fallire le piccole partite iva per dare spazio alle multinazionali.

Se è persino sfacciatamente evidente che lo schieramento capeggiato dal PD di Letta (con dentro i Fratoianni e i Bonelli rossi e verdi solo di vergogna) e quello del cosiddetto “terzo polo” (con i gemelli diversi Renzi e Calenda) siano succubi del disegno “amerikano”, ossia la famigerata “agenda Draghi” (domani sarà Cottarelli), volto ad impoverire gli italiani a beneficio dello Zio Sam, più subdola è la pericolosità di un M5S, cangiante come il suo leader (detto CamaleConte), che si è vestito di un “agenda sociale” in grado di attrarre gli ingenui e gli allocchi, già gabbati nel 2018 dal “cambiamento”, perché ritrovatisi a sostenere il governo dei “migliori” con la contropartita di un ministero per la Transizione ecologica (da attuare col ritorno al nucleare, ai rigassificatori e agli inceneritori di marca PD). Ed è chiaro che i voti dati al M5S confluiranno per la formazione di un ennesimo governo di “unità nazionale” col PD. Occorre, invece, che gli italiani si riapproprino dell’Italia e dell’Europa.