American show

di Salvatore Fiorentino © 2022

Occorre partire dall’assunto che non ci sono né santi né eroi. Non li avevamo visti, né li vediamo, tanto mai li vedremo. Una cosa è certa: nessun essere umano può aspirare ad un mondo che sia né un “far west”, dove chi spara più lesto ha ragione, né una caserma dove obbedire ciecamente agli ordini di chi si è arrogato il potere di darli agli altri. Così come, da cittadini del mondo, non ce ne facciamo nulla di una democrazia di cartapesta o, nella migliore delle ipotesi, di celluloide. La democrazia non è una scenografia di una fiction che si sostituisce alla realtà, ma l’essenza di ciò che dovrebbe essere la pacifica convivenza tra popoli che nei millenni hanno sedimentato culture e visioni anche opposte e talvolta inconciliabili. Ma è proprio questa differenza che dovrebbe essere fonte di arricchimento reciproco nel momento dell’incontro (che non deve farsi scontro) tra civiltà che si basano su un unico ed incontestabile fondamento: tutti apparteniamo al genere umano.

Gli USA scontano (ed è ormai una questione di psico-politica, e non a caso gli “americani” sono uno tra i popoli che più abusa degli psicofarmaci) la tara di non avere pressoché una storia alle spalle, esistendo da poco meno di 250 anni, certamente non confrontabile col metro millenario delle civiltà che essi vorrebbero soverchiare con la logica di pistoleri del mondo, con una economia ed una società drogate dall’ossessione della produzione, del possesso e dell’uso delle armi, evidentemente sindrome fallica (e fallace) scatenata dal complesso di inferiorità di avere la storia più corta del globo, dissimulata con il delirio di “esportare” la democrazia laddove, a loro dire, sia mancante. Ma, e per fortuna, gli USA non sono un corpo monolitico, essendo anzi oggi un paese spaccato in due metà, di cui una, élitaria, è riuscita a prendere il potere presidenziale scacciando l’altra che ne rispecchia la pancia, il sentire popolare, seppur maldestramente rappresentato da Donald Trump.

Non si può tuttavia negare (né si deve, pena un’analisi viziata dal pregiudizio) che lo spirito pionieristico, che è indubitabilmente scritto nel codice genetico degli “americani”, laddove questo abbia contribuito alla realizzazione di un autentico progresso materiale e morale, sia da considerare favorevolmente, anche con riferimento alla produzione intellettuale – non di rado in rotta di collisione col potere dominante – che ha rappresentato quella voce fuori dal coro indispensabile per poter ritenere ancora viva questa democrazia. Il problema sorge quando a prendere il sopravvento siano invece i banchieri e l’alta finanza, quella che ha generato le bolle speculative nella pretesa, assurda e destinata a fallire miseramente per una scontata legge di natura, di generare denaro dal denaro invece che dal lavoro. Prospettiva che comporta, come ogni catena di S. Antonio, che qualcuno alla fine dovrà pagare il conto per tutti. Come ha fatto il popolo greco, come sta facendo l’Ucraina.

E se c’è un modo certamente sbagliato di eradicare una dittatura (lo è la Turchia, potente membro della NATO, secondo il premier italiano Draghi) questo è quello di contrapporle un’altra dittatura. Come quella che si sta imponendo in Italia, grazie alle prove tecniche positivamente effettuate durante la pandemia, quando si sono rodati i meccanismi per soggiogare l’opinione pubblica e comprimere oltremodo i diritti costituzionalmente tutelati dei cittadini, privati persino del diritto al lavoro, i quali per la verità si sono dimostrati in larga maggioranza sforniti dei necessari anticorpi per respingere un regime “in nuce”, come si è ormai manifestato nel governo dei “migliori”, di tutti e di nessuno, rivelatosi alla prova dei fatti quello dei “mentitori” e dei “guerrafondai”, che rischiano di trascinare l’Italia verso un disastro economico e sociale inimmaginabile, in nome degli interessi delle élite finanziarie “democratiche” di cui Mario Draghi è fedele e spietato curatore.

Ma chi è Mario Draghi? Anche in questo caso la psico-politica può aiutare a comprendere. E’ un fu ragazzo che a 19 anni rimane orfano sia del padre (perso quando aveva 15 anni) che della madre. A questo punto vuole divorare il mondo. E lo farà, perché si nutre dei migliori maestri (fu allievo del grande economista neo-keynesiano Federico Caffè) per poi disattenderne cinicamente l’insegnamento. Draghi è lo stesso che da presidente della BCE affamò i neonati greci in nome della salvezza del dio Euro (“whatever it takes”, la sua frase famigerata che echeggia a tutt’oggi), così come sta affamando le fasce deboli del popolo italiano. E che ora si schiera incondizionatamente con l’ultimo prodotto della strategia propagandistica degli USA, quel consumato (in tutti i sensi) attore che risponde al nome di Vladimir Zelensky, colui il quale sta conducendo il proprio popolo ad un massacro senza precedenti, perché è ciò che i suoi danti causa “americani” hanno scritto nel copione.

La repubblica degli utili zelanti

di Salvatore Fiorentino © 2022

Mussolini aveva capito gli italiani e per questo se ne impossessò agevolmente. Aveva capito che ad ogni italiano doveva dare una briciola di potere, ancorché del tutto inutile, da gestire. Ogni cosa e ogni angolo della società dovevano avere un “capo” a cui affidare un compito. Caposcala, capocondominio, capoquartiere, capo purchessia. Sapeva benissimo che l’italiano medio, investito di questo compito, di questo potere, ne avrebbe subito abusato, giustificando ciò con la fedeltà verso chi lo aveva nominato, come se l’abuso di potere fosse un tributo dovuto come ringraziamento per l’onore ricevuto. E il duce incassava questo omaggio, probabilmente in cuor suo irridendo la sterminata pletora degli utili idioti, ottenendo l’obiettivo, altrimenti impossibile, di sottomettere il popolo alla sua legge, non ammettendo contraddittorio, affogando nella censura e nella violenza ogni conato di ribellione o disobbedienza, sino a privare del lavoro i cittadini senza tessera.

Le colpe di Mussolini sono in verità da addossare a quegli italiani, la stragrande maggioranza, che non subirono ma sposarono convintamente la sua causa, divenendo più “realisti” del re, come si addice a chi sia privo di personalità, di riferimenti ideali e non cerchi altro che tentare goffamente di compiacere il potente di turno, per ingraziarselo miseramente. E’ stato ed è quindi facile, per questi diversi milioni di italiani, lavarsi la coscienza una volta caduto il dittatore. La retorica dell’antifascismo, quello interessato e vuoto che abusivamente si confonde con l’altro di chi non ha mai piegato la testa alla dittatura, è stata solo recentemente superata dalla retorica antimafia, quella “double face”, quella di Montante e dei suoi padrini politici e non, preti, magistrati e prefetti compresi. La storia scorre, ma gli italiani restano eguali nell’indole, di “utili zelanti”. Tanto capaci di titanici sforzi per aggirare la legge, quanto pronti a sottomettersi al potere del momento.

Ora, che il popolo sia bue (o pecora) ce ne possiamo fare una ragione, ancorché a malincuore. Ma ciò che non possiamo di certo accettare è il livello infimo (e infido) di chi questo popolo dovrebbe informarlo, sicché possa formarsi un’opinione e quindi magari avviarsi verso un processo di emancipazione dall’ignoranza e dai luoghi comuni che poi producono un pessimo cittadino, determinando con la disinformatia una società deteriore. Non occorre spendere altre parole, del resto sarebbe inutile, per stigmatizzare il fatto che la stampa italiana sia oggi quanto mai servile verso gli interessi di poche centrali di potere, economico e finanziario innanzitutto, alle quali soggiace anche il potere esecutivo e legislativo, in una democrazia solo apparente e nella quale la Costituzione viene calpestata innumerevoli volte ogni giorno, senza che i suoi garanti si preoccupino di tutelarla come di dovere, limitandosi a solenni discorsi grondanti buoni propositi.

Così come non è possibile accettare che chiunque abbia l’onere, in quanto svolgente funzioni pubbliche, di assolvervi “con disciplina e onore” (come recita a chiare lettere la vigente Costituzione), si lasci trascinare dall’ondata del potere del momento per disattendere quelli che sono i cardini della democrazia, dei diritti umani, delle fondamenta della repubblica italiana (declamata in ogni discorso pubblico, ma lasciata orfana di azioni concrete, dal bis-presidente pro-tempore), quella fondata sul lavoro e in cui tutti i cittadini devono (dovrebbero, il condizionale si impone) avere pari dignità sotto ogni profilo. Eppure constatiamo ogni giorno che costoro si adeguano meschinamente, mettendosi sotto i tacchi tanto la disciplina quanto l’onore, in una gara talvolta forsennata a mostrarsi ligi, allineati e coperti, verso tutto ciò che il potere dispone ed impone, escogitando motivazioni che farebbero impallidire l’azzeccagarbugli di manzoniana memoria.

Banderuole sdrucite al vento, “utili zelanti” pronti a saltare sul carro del prossimo vincitore. Tutti democratici, socialisti, liberali. Tutti “resistenti”, a parole. Basti pensare che, come riferisce la storiografia senza veli, i Partigiani erano appena 1500 nel settembre del 1943, non più di 30.000 nella primavera del 1944 e almeno il doppio in estate, quando la liberazione di Roma e Firenze annunciava la vittoria degli alleati. Per lo più erano renitenti alla leva, imboscati senz’arte né parte, solo la minoranza (come avviene sempre) era mossa da nobili ideali. E non a caso diventeranno 250.000 al 25 aprile 1945 e milioni a guerra finita. Oggi gli italiani sono pressoché tutti antifascisti (compresi i post fascisti, da quando Gianfranco Fini dichiarò che il fascismo era il “male assoluto”) rispetto ad un regime finito impiccato a testa in giù. Ma asserviti ai nuovi “fascismi” che dispongono e abusano del potere per soggiogare il popolo in nome di interessi incompatibili con la democrazia.

La verità della letteratura

di Salvatore Fiorentino © 2022

Uno dei nodi problematici che affligge la narrazione dei cosiddetti “opinion leader” su questioni di vasto interesse generale, come la pandemia o il conflitto armato in Ucraina, è quello del discernimento della verità, dei fatti e quindi delle deduzioni sugli stessi. Molti sembrano trascurare che, come ha insegnato Leibniz, ogni dato oggettivo può essere osservato, e quindi considerato, da una pluralità virtualmente infinita di punti di vista soggettivi. Ciò che un osservatore vede, come ha poi dimostrato Einstein, dipende dal suo sistema di riferimento, ossia dalla sua posizione in relazione dinamica con l’oggetto di osservazione. Ma neppure Einstein aveva compreso, come fu infine provato da Hubble, che anche le stelle cosiddette fisse, ossia lontanissime dalla Terra, in verità sono in movimento, come tutto l’universo. E’ del resto di comune esperienza provare l’illusione che il treno o la nave in cui si viaggi si stia muovendo mentre a farlo è il mezzo che sta passando a fianco.

Ciò comporta la conclusione che non esiste una sola verità, ma infinite, ciascuna vera secondo il differente punto di vista, il diverso sistema di riferimento. Ecco che si pone una questione fondamentale: come discernere la verità tra le tante possibili, e qual’è la verità più vera tra le tante? E qui si insinua l’errore epistemologico secondo cui soccorrono le scienze cosiddette “esatte”, ancora oggi viste in contrapposizione alle scienze definite “umane”. E’ opinione comune che la regina tra le scienze “esatte” sia la matematica, ma anche alla filosofia è attribuita una formidabile capacità verificatoria. Tuttavia, entrambe, procedono alla verificazione di una ipotesi attraverso un ragionamento che, per quanto connotato da rigorosa coerenza e logicità, risponde inevitabilmente ad un dato sistema di riferimento, il quale, da solo, non può abbracciare la complessità delle verità possibili e, soprattutto, non può dimostrarsi esaustivo del punto di vista dell’essere umano.

E’ parimenti opinione comune che la regina delle scienze umane sia la letteratura, ed in particolare la poesia. Ed in effetti, sia la forma compositiva del romanzo che quella della poesia permettono di raggiungere il più alto grado della verità, quella che in fondo interessa all’essere umano. Quella che non sia astratta perché generata dal calcolo di una fredda logica binaria, ma invece permeata dal senso della vita, ossia da ciò che non sarà mai riducibile a qualsivoglia e per quanto sofisticato algoritmo possa essere mai prodotto in laboratorio. A questo proposito, la teoria della “pluridiscorsività” del romanzo elaborata da Michail Bachtin e il concetto di “metafora viva” proposto da Paul Ricœur forniscono una dimostrazione “scientifica” (e di valenza ben più profonda di quanto possano offrire la matematica o la filosofia) del fatto che la letteratura fornisca la verità che interessa l’uomo, l’unica che abbia senso ascoltare e difendere perché comprensiva di tutte le altre.

Ciò accade perché la letteratura non deve dimostrare nulla a nessuno, non essendo tenuta a ricercare né ad esibire le prove di ciò che afferma. Essa difatti non si basa su prove, inevitabilmente parziali e quindi costitutivamente false, ma sul vissuto che la genera e sul senso che essa stessa produce mediante il noto processo della “intertestualità”. Lo scrittore o il poeta non rispondono ad una verità autoritativa, ma narrativa, mitopoietica, che come tale fonda nella sua assoluta libertà la capacità di essere umanamente e non oggettivamente vera. Non è quindi un caso se gli eventi storici trovino nelle opere letterarie più compiuta e diretta comprensione, nella dimensione universale, che nei testi “scientifici” di storiografia, spesso intrisi di ideologia e malafede, se non viziati dal pregiudizio e dalla miopia degli studiosi che spendono enormi energie per rinvenire il documento d’archivio perdendo di vista il disegno generale, la prospettiva del senso.

Potremmo e dovremmo ritenere, pertanto, che più che la storia sia la letteratura a dover assumere il ruolo di “magistra vitae”, chiedendoci nel contempo se essa disponga di scolari in numero sufficiente, dato che, secondo Gramsci, la storia non ne avrebbe. Ecco che l’attuale società tecnocratica occidentale, ipercapitalista ed iperliberista, che si arroga l’appartenenza alla parte “giusta” della storia, ha umiliato le “scienze umane”, ed in primis la letteratura, a favore delle discipline “tecnico-scientifiche”, così commettendo il grossolano errore (o delitto se non si voglia concedere il dubbio della buonafede) di innalzare la “tecnica” ad un ruolo che non le compete, ossia quello della “scienza”, facendo coincidere impropriamente i due termini. Con ciò si pretende di asservire l’uomo alla tecnica, ai suoi algoritimi che il Leviatano di turno immetterà nel sistema di controllo sociale, dove al posto dei cittadini ci saranno solo sudditi manipolati dagli strumenti di comunicazione di massa. Vae victis.

Occidente malato

di Salvatore Fiorentino © 2022

L’emergenza senza soluzione di continuità è ormai il carattere distintivo, il fondamento identitario dell’Occidente, quello che si ritiene depositario della verità, della democrazia, della libertà, e pertanto si sente chiamato ad imporre la propria visione del mondo secondo un processo di omologo-globalizzazione. E, più che mosso da brame imperialistiche, sembra affetto da un delirio di onnipotenza, di annichilimento di tutto ciò che è differente, ossia la rincorsa forsennata alla morte universale, dato che la vita terrestre è sinonimo di diversità. Non ci sarebbe vita senza le differenze di temperatura, di potenziale elettrico, tra gli elementi chimici inorganici e organici, tra gli organismi vegetali e animali, senza la moltitudine dei batteri e persino dei virus. E non può esistere, conseguentemente, alcuna vita morale, culturale e sociale senza il divertirsi del pensiero, la complessità dei punti di vista, la dialettica delle idee, la dialogica delle narrazioni.

Una democrazia composta da individui soggiogati dal “pensiero unico” non può, evidentemente, essere ritenuta tale, dimostrandosi molto più pericolosa della più feroce dittatura, perché sotto un’apparente aura di libertà realizza la prigione perfetta, quella in cui non sono le inferriate e le mura a restringere i detenuti ma questi ultimi a recludere sé stessi, con la conseguenza di dare la caccia, come al tempo delle streghe mandate al rogo, a chi osasse contraddirli. Ieri per il coronavirus, oggi per la guerra in Ucraina, domani per l’emergenza che verrà. Perché dovrà esserci sempre uno stato di emergenza, un nemico da combattere, il fuoco sacro del terrore da alimentare, per potersi giustificare le continue e progressive violazioni delle costituzioni democratiche e liberali, dei diritti fondamentali dell’uomo, ormai niente altro che carta straccia, da calpestare impunemente mediante l’esercizio incontrollato del potere, dove ogni voce contraria viene silenziata e soppressa.

Se persino premi Nobel o illustri filosofi vengono svillaneggiati dai nuovi sacerdoti prezzolati del potere, tanto ignoranti quanto proni a spandere il verbo dominante con ogni mezzo della comunicazione di massa oggi disponibile, se i giornalisti che rimangono fedeli all’osservazione dei fatti oggettivi rischiano di essere rimossi dalle postazioni di rilievo se non addirittura licenziati dal servizio pubblico, se i medici devono abiurare al giuramento di Ippocrate per inchinarsi ad una circolare ministeriale del tutto irragionevole e priva di fondamento scientifico, le cause dei mali dell’Occidente non possono addebitarsi ai Putin di turno – oggi comodo spauracchio – perché sono profondamente radicate nella decadenza di un sistema ipercapitalistico che dopo aver raschiato il fondo del barile non sa più cosa inventarsi per sopravvivere, iniziando a divorare i popoli inermi ai quali aveva promesso la terra della libertà e della prosperità, quale contraltare al totalitarismo e alla povertà.

Come la storia universale insegna, alla fine è la letteratura, quale distillato dei saperi del vissuto dell’umanità, che ci fornisce la verità. Ecco perché già c’è chi, da sommo utile idiota al servizio del potere, si erge a censore nientemeno che di un gigante come Fëdor Dostoevskij, perché evidentemente teme che dalla letteratura possa venire, come sempre accade nel respiro ampio della conoscenza, il disvelamento di quella verità umana che è infine l’unica che conta nel discrimine delle verità parziali. E chi meglio di Uwe Johnson, scrittore originario della Repubblica Democratica Tedesca, trasferitosi nella Repubblica Federale Tedesca, nonché, infine, degli Stati Uniti d’America, alla ricerca di quella libertà sempre promessa ma mai realizzata, può affermarlo? Nelle sue opere egli critica tanto il comunismo della Germania dell’Est che il capitalismo della Germania dell’Ovest, definendo la storia degli USA “un film western, col morto ammazzato garantito”.

L’Europa oggi ha gravi colpe. L’Italia, che la segue acriticamente, anche. Perché si ostina ad affermare, “whatever it takes”, la sopravvivenza di un assetto mondiale bipolarista, in cui l’Occidente dovrebbe rivestire il ruolo dominante senza più averne titolo, assetto che del resto è stato nei fatti ormai irreversibilmente soppiantato da quello multipolare, con l’emergere di nuove potenze, sinora silenziose e pacifiche come Cina e India, che non a caso hanno si condannato la guerra in Ucraina, ma non la Russia di Putin. E’ tempo di un nuovo ordine mondiale, dove nessun paese possa immaginare di prevaricare l’altro, dove non ci sia spazio per i “pistoleri da saloon”, che pensano di farsi strada e ragione perché sanno sparare più veloce del nemico. Perché poi non è sempre così, c’è da mettere in conto la reazione di chi si senta minacciato e difenda il proprio territorio, che – non va mai dimenticato – è “blunt und boden”, ossia coniugazione di ius sanguinis e ius soli.

European chic

di Salvatore Fiorentino © 2022

La guerra in Ucraina non è un fatto imprevisto, ma programmato. Serve agli USA per scongiurare l’alleanza di fatto, su basi economiche, tra il Vecchio continente e la Russia, dietro la quale si profila l’ombra della Cina, che ha attuato una strategia di pacifica conquista dei mercati occidentali, proponendosi come partner silenzioso ma imprenscindibile, dove ormai si realizza la manifattura della gran parte dei prodotti globali. Gli americani non accettano il nuovo assetto multipolare e spingono per una “crisi” che riporti le lancette della storia indietro di mezzo secolo, a qualcosa che assomigli alla “guerra fredda”, alla contrapposizione tra i “blocchi” formatisi dopo la fine della seconda guerra mondiale. Il problema sta nel fatto che tutte le guerre programmate dagli USA si siano risolte in un fallimento, con inutili sofferenze inferte ai popoli inermi, che vedono agire sopra le loro teste governanti che alla fine non lavorano per la pace e la prosperità.

La crisi ucraina, semmai ve ne fosse stato bisogno, ha mostrato a tutti cosa è oggi l’Europa. Un apparato tecno-finanziario élitario che governa in danno dei popoli sottoposti alla sua giurisdizione, tanto è vero che il Regno Unito, visto come andavano le cose, non solo non ha aderito alla moneta (il dio Euro), ma ha infine salutato tutti con la Brexit, ottenendo per contro un immediato miglioramento delle condizioni socio-economiche del paese. Ma a dover temere questa Europa, simulacro dell’idea dei suoi padri fondatori che la intesero come unità politica e sociale prima d’ogni altra cosa, oggi sono in primo luogo gli stati che, come l’Italia, la Grecia, la Spagna e il Portogallo, dovrebbero svolgere il ruolo delle colonie in patria, con la distruzione di ogni realtà produttiva, artigianale, industriale e professionale di piccola e media dimensione, il tutto a vantaggio dei grandi gruppi a dimensione multinazionale che eleggono sedi legali di comodo per eludere il fisco.

Ecco che la propaganda “hollywoodiana” non si risparmia. Ancora una volta gli europei devono subire la narrazione secondo cui gli “americani” sono i buoni e i “russi” i cattivi, con i primi che corrono in soccorso delle vittime dei secondi, oggi impersonati dagli ucraini. Il cui presidente Zelensky, che bene ha fatto a redargurire l’incapace ma ancora osannato premier italiano Mario Draghi – quanto mai nudo di fronte ad una crisi geopolitica prevedibile ma non prevista – non si è reso conto di essere rimasto prigioniero della sceneggiatura che il Pentagono ha scritto per lui e il suo paese, reso strumento dei disegni dello Zio Sam. L’audience è stordita dai media governativi che strombazzano la verità di parte, invece di analizzare la complessità del momento, che ha radici molto più profonde rispetto a quelle riconducibili all’invasione russa dell’Ucraina, non certo dovuta a mire espansionistiche quanto all’inevitabile freno da opporre all’avanzata della NATO.

Non è quindi un caso che un osservatore competente in materia come Sergio Romano, ex ambasciatore presso la NATO e successivamente a Mosca ai tempi dell’URSS, abbia subito avvertito che l’Ucraina dovrebbe rimanere un paese neutrale invece che tentare, peraltro maldestramente, di aderire all’alleanza atlantica. E non può sottacersi che se la NATO è stata fondata come organismo a protezione dell’Europa occidentale rispetto alle sempre temute avanzate sovietiche, la stessa ha successivamente stravolto la sua missione originaria, finendo per espandersi nell’Europa dell’est, e pertanto avvicinandosi pericolosamente a ridosso dei confini russi, fatto inaccettabile agli occhi di Putin che alla fine ha scelto l’opzione, sembrata inevitabile, della guerra contro il governo ucraino, ritenuto l’ennesimo “fantoccio” degli americani, sempre intenti a fare e disfare guerre, come se i conflitti armati fossero il loro carattere distintivo, il fondamento della loro identità.

Dal canto suo l’Europa appare sempre più lontana dalla realtà, alla stregua di un circolo privé che si compiace di nutrirsi di tecnocrazia e alta finanza, dimostrando una manifesta incapacità politica sia in termini di analisi che di attuazione di provvedimenti sostanziali efficaci e risolutivi delle diverse crisi, migratoria, pandemica, sociale, economica, ed adesso anche bellica, che interessano i popoli europei. Si tratta, evidentemente, di una deficienza connaturata che si è in particolare accentuata con la leadership di Ursula von der Leyen nel momento dell’uscita di scena di una storica testimone come Angela Merkel, a fronte della palese inconsistenza sino ad oggi rivelata dal suo successore socialdemocratico alla guida del governo tedesco. Da qui il gioco facile degli USA, che hanno trascinato l’Europa in una escalation di tensione, mai vista dopo la fine della guerra fredda, nei confronti dell’orso ex sovietico, con un governo italiano sbeffeggiato tanto dai vertici ucraini che da quelli russi.

La psycho-repubblica

di Salvatore Fiorentino © 2022

La storia insegna che anche Adolf Hitler e Benito Mussolini presero il potere legittimamente, con un voto parlamentare. E non è un caso che la Costituzione italiana vigente, quella stessa che fu concepita sulle macerie della catastrofe nazifascista (resa possibile anche per l’inettitudine di chi a quel tempo albergava presso il Quirinale), contenga gli opportuni anticorpi contro siffatte deviazioni dall’alveo della democrazia sostanziale. Peccato che oggi questa stessa Costituzione sia al più rispettata sotto il profilo formale, ma certamente violata dal punto di vista effettivo. Quella Costituzione vivente di cui parlava uno dei suoi padri più autorevoli, Piero Calamandrei, è ormai clinicamente morta, anche se venerata come una reliquia dagli officianti preposti alla sua salvaguardia. Oggi, con un premier imposto da un presidente della repubblica rieletto da un parlamento incapace di decidere possono ritenersi varcate le colonne d’Ercole della costituzionalità.

Il corto circuito è evidente nel momento in cui il parlamento, sebbene umiliato e marginalizzato al ruolo di mero ratificatore delle decisioni del premier Mario Draghi, accenni, approfittando del favore delle tenebre, ad un riscatto d’orgoglio per tentare di riappropriarsi della propria funzione centrale, peraltro evidenziata dallo stesso Mattarella nel discorso di reinsediamento al Quirinale, “bis” dallo stesso ritenuto “incostituzionale” qualche settimana prima nel corso di diversi interventi pubblici. Eppure bastano quattro votazioni contro il parere del governo dei “migliori” per scatenare la collera del banchiere neoliberista monetarista che vorrebbe guidare l’Italia come se si trovasse al volante della propria automobile. La lesa maestà è tale che questo neoduce, dopo essere corso al Quirinale per ottenere vendetta, spande urbi et orbi minacce all’indirizzo dei partiti della larga maggioranza che lo sostiene, affinché si pieghino ai suoi diktat.

Perché – fiammeggia Draghi – si devono fare le “cose”, mentre resta sottointeso che le “cose” si debbano fare come dice lui, senza possibilità di alcuna discussione né, tanto meno, modifica. Ed è del tutto inutile che i partiti gli consiglino di cambiare metodo, perché lui “tira dritto”, facendo capire che se le forze politiche non si sottometteranno al suo volere allora dovranno cercarsi un nuovo premier. Il bluff è servito, e il dictator è quanto mai nudo: non può più lasciare palazzo Chigi perché ha fallito l’ascesa al Quirinale – a causa degli stessi partiti che ora redarguisce – ed è costretto in prima persona a completare il disegno che i poteri finanziari pretendono, avendolo prescelto per questa missione di commissariamento perpertuo della politica italiana, preliminare alla definitiva spoliazione del Belpaese e all’impoverimento dei cittadini, da ridurre al rango di sudditi plaudenti, schiacciando con l’abuso d’autorità ogni resistenza alle decisioni del governo, anche se incostituzionali.

E’ pertanto evidente che le istituzioni della repubblica, sino ai più sommi vertici, soffrano di una pericolosa schizofrenia, la cui cronicità appare ormai materia di esame psichiatrico, nel momento che da un lato si continuano ad esaltare i valori costituzionali, in primis la “dignità della persona” – come affermato da Mattarella nel ripresentarsi al cospetto del parlamento dopo la rielezione – mentre dall’altro ci si incaponisce per calpestarli, come quando si priva una fascia di cittadini (gli over 50) della possibilità di lavorare – e quindi di assicurare a sé stessi e alla propria famiglia una esistenza libera e dignitosa – finché questi non adempiranno all’obbligo di farsi iniettare un farmaco (approvato in via condizionata a causa dell’emergenza pandemica che scadrà il 31 marzo) in forza di una fonte normativa che è ancora provvisoria (il decreto legge varato dal governo il 7 gennaio scorso) e per la quale non si può affatto escludere una modifica, anche rilevante, da parte di deputati e senatori.

Ma allora il parlamento può (deve) o non può avere voce? Secondo Mattarella è doveroso garantire ampio spazio alla volontà parlamentare, mentre secondo Draghi le camere non possono modificare i parti (mostruosi) del governo, precipitandosi a chiedere soccorso al capo dello stato se le aule osano approvare seppur marginali emendamenti ai provvedimenti del suo gabinetto. Ma non è stato Mattarella (“volli, volli sempre, fortissimamente volli”) ad imporre il “tecnico” Draghi alle forze politiche per traghettare l’Italia fuori dall’emergenza “pandemica, sociale ed economica”? E non è stato lo stesso Draghi, a metà della traversata, a dichiarare che avrebbe abbandonato la nave per saziare le sue asprirazioni quirinalizie, lasciando il timone del governo ad un secondo ufficiale qualunque mentre lui se la sarebbe spassata sul sommo Colle? (Schettino docet) E il parlamento della repubblica, senza rotta né bussola, decise di assecondare la deriva, confermando chi non voleva restare al Quirinale. O forse si.

Eurofolies

di Salvatore Fiorentino © 2022

Venti di guerra soffiano, oggi, sull’Europa. E ad attizzare il fuoco è guardacaso il presidente degli Stati Uniti d’America, il democratico Joe Biden, il cui consenso in patria è in crollo verticale in vista delle prossime elezioni di medio termine, il che rischia di consegnare ai repubblicani il controllo del Congresso, trasformando il presidente in quello che gli americani definiscono “anatra zoppa” (lame duck). La propaganda statunitense vuole convincere gli europei che Vladimir Putin “il terribile” sia in procinto di invadere l’Ucraina. La verità è che gli U.S.A. vogliono annettere alla NATO il paese dell’Est con il quale – dopo l’ingresso nell’alleanza atlantica di Estonia, Lettonia e Lituania – si realizzerebbe la morsa a tenaglia dell’Occidente nei confronti di Mosca, a quel punto raggiungibile in 2-3 minuti dai vettori di testate nucleari, con una controdeterrenza praticamente nulla per gli U.S.A., in quanto la risposta all’attacco sarebbe subita dall’antico continente.

Quella stessa Europa che fu salvata dalla follia tedesca del nazismo grazie al contributo determinante dell’allora Unione Sovietica nonché alla strenua resistenza del Regno Unito nella famosa “battaglia d’Inghilterra”, in cui la Royal Air Force ebbe la meglio sulla famigerata Lutwaffe, impedendo l’invasione delle forze di terra. Guarda caso, oggi, i britannici hanno detto no (Brexit docet) all’attuale Europa, senz’anima e senza patrie, basata sullo spietato algoritmo che governa i mercati, le banche, le multinazionali. E’ il sovvertimento dell’economia da mezzo in fine. Invece di strumento per garantire il benessere diffuso dei popoli, mediante meccanismi di redistribuzione del lavoro stabile e a tempo pieno equamente retribuito (e quindi assicurando a tutti una libera e dignitosa esistenza, cardine di ogni “carta dei diritti umani” e di ogni “costituzione” che voglia dirsi “democratica”), l’economia diventa il totem ferale a cui sacrificare le vite delle moltitudini di cittadini.

Se la Pfizer, dopo aver realizzato profitti per decine e decine di miliardi di euro solo nell’ultimo anno, decide di licenziare in tronco 200 lavoratori italiani, è evidente che l’algoritmo funziona perfettamente, per le grandi multinazionali. Si spremono i limoni sino all’ultima goccia e poi si buttano, perché ce ne sono altri che potranno dare succo a minor prezzo, delocalizzando qui o lì le sedi di produzione, dopo aver depredato le risorse pubbliche messe a disposizione per un certo territorio da rilanciare, risorse che con questo algoritmo antisociale non servono più ad incentivare l’occupazione ma la sua depauperazione. L’equazione secondo cui all’incremento dei profitti dimunisce l’occupazione è la novità del capitalismo à la page, quello ingegnerizzato dalla finanza che stritola le risorse umane, le svilisce neppure a merce, riducendole a materiale di consumo, usa e getta, producendo un fenomeno ancora più grave dell’ “alienazione” novecentesca: l’ “annichilimento”.

E’ evidente che subordinare la sovranità nazionale, che in una democrazia effettiva appartiene al popolo, alla moneta unica – si chiami Euro o Minotauro poco importa – significa compiere un’invasione territoriale ancora più nefasta di quella meticolosamente pianificata dalla Wehrmacht sotto la guida di Adolf Hitler. E che oggi sia ancora il Regno Unito la frontiera invalicabile è un ammonimento delle ricorrenze della storia d’Europa, che non è certo fatta di monete, ma di patrie, identità, genomi, culture, territori “differenti” che non possono divenire tabula rasa in nome di un algoritmo. L’Euro, nei vent’anni di esistenza, ha impoverito la maggior parte degli italiani e arricchito smisuratamente le élite privilegiate, nell’instaurazione subdola di un neofeudalesimo economico e sociale in cui non è ammissibile la figura del “cittadino”, a cui si impone di divenire “suddito”, privato di ogni diritto e gravato da insostenibili doveri.

E cosa è il tanto declamato PNRR se non un parto di quel tirrannico dio “Euro”? Debito pubblico su debito pubblico – con profitti appannaggio delle élite e perdite addebitate al popolo – che poi dovrà essere restituito pena le sanzioni già sperimentate con la macelleria sociale greca. Ed ancora la storia ammonisce con le sue ricorrenze inesorabili: Timeo Danaos et dona ferentes. Stavolta è l’Italia l’obiettivo della “Troika”, nuova figura mitologica più inquietante dell’Hydra, perché si intende completare il saccheggio già avviato con la criminale dismissione dell’industria di stato che, secondo un presidente della repubblica considerato “pazzo” (mentre oggi abbiamo un “santo”, dato che ha fatto il miracolo del governo di tutti e di nessuno), fu attuata con il contributo determinante dell’attuale presidente del consiglio, il banchiere neoliberista monetarista Mario Draghi, colui che ha sospeso la democrazia in Italia, ancorché concedendo un green pass “illimitato”. Per ora.

Il presidente che verrà

di Salvatore Fiorentino © 2022

Lucio Dalla, del resto, lo aveva previsto sin dal lontano 1978, quando aveva scritto questi versi: la televisione ha detto che il nuovo presidente / porterà una trasformazione / e tutti quanti stiamo già aspettando / sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno / ogni Cristo scenderà dalla croce / anche gli uccelli faranno ritorno / Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno / anche i muti potranno parlare / mentre i sordi già lo fanno / E si farà l’amore ognuno come gli va / anche i preti potranno sposarsi / ma soltanto a una certa età / e senza grandi disturbi / qualcuno sparirà / saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età. La profezia era verosimilmente rivolta al presidente del consiglio Mario Draghi, anche se forse, alla luce della rielezione di Sergio Mattarella, si riferiva al nuovo presidente della repubblica. Dove “nuovo” è evidentemente una licenza poetica diretta ad evidenziare il “cambiamento” che ciascuno può sperimentare su sé stesso.

Se qualcuno ne avesse dubitato, si sarà ravveduto ascoltando la buona novella di Mattarella: “Il mio pensiero, in questo momento, è rivolto a tutte le italiane e a tutti gli italiani […] a quelli più in sofferenza, che si attendono dalle istituzioni della Repubblica garanzia di diritti, rassicurazione, sostegno e risposte concrete al loro disagio […] dovranno fare i conti con gli aumenti del prezzo dell’energia. Preoccupa la scarsità e l’aumento del prezzo di alcuni beni di importanza fondamentale per i settori produttivi […] la lotta contro il virus non è conclusa […] E’ ancora tempo di un impegno comune per rendere più forte l’Italia […] in cui le diseguaglianze – territoriali e sociali – che attraversano le nostre comunità vengano meno. Un’Italia che offra ai suoi giovani percorsi di vita nello studio e nel lavoro per garantire la coesione del nostro popolo […] Un’Italia che tragga vantaggio dalla valorizzazione delle sue bellezze […] Un’Italia impegnata nella tutela dell’ambiente […]”.

Ed inoltre: “Una Repubblica capace di riannodare il patto costituzionale tra gli italiani e le loro istituzioni libere e democratiche […] Dobbiamo fare appello alle nostre risorse e a quelle dei paesi alleati e amici affinché le esibizioni di forza lascino il posto al reciproco intendersi, affinché nessun popolo debba temere l’aggressione da parte dei suoi vicini […] Occorre evitare che i problemi trovino soluzione senza l’intervento delle istituzioni a tutela dell’interesse generale […] Poteri economici sovranazionali, tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico […] Quel che appare comunque necessario – nell’indispensabile dialogo collaborativo tra Governo e Parlamento è che – particolarmente sugli atti fondamentali di governo del Paese – il Parlamento sia sempre posto in condizione di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati […] Appare anche necessario un ricorso ordinato alle diverse fonti normative, rispettoso dei limiti posti dalla Costituzione […]”.

Ed ancora: “[…] La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto. I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali […] In sede di Consiglio Superiore ho sottolineato, a suo tempo, che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza. I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone […]”.

Ed infine: “[…] La cultura non è il superfluo: è un elemento costitutivo dell’identità italiana […] Facciamo in modo che questo patrimonio di ingegno e di realizzazioni – da preservare e sostenere – divenga ancor più una risorsa capace di generare conoscenza, accrescimento morale e un fattore di sviluppo economico […] Sosteniamo una scuola che sappia accogliere e trasmettere preparazione e cultura, come complesso dei valori e dei principi che fondano le ragioni del nostro stare insieme; volta ad assicurare parità di condizioni e di opportunità […] affinché la modernità sorregga la qualità della vita e un modello sociale aperto, animato da libertà, diritti e solidarietà, è necessario assumere la lotta alle diseguaglianze e alle povertà come asse portante delle politiche pubbliche […] La pari dignità sociale è un caposaldo di uno sviluppo giusto ed effettivo […] Nostro compito – come prescrive la Costituzione – è rimuovere gli ostacoli […]”.

Post scriptum

Non manca nulla, tutti i punti fondamentali della Costituzione sono stati enunciati dal nuovo presidente, sommo garante della Carta. La lettera è salva, ma qualcuno, che la Costituzione l’aveva scritta nel vivo ricordo del sangue di chi lottò ad armi impari per la libertà dei cittadini, ci ha insegnato che affinché essa possa ritenersi effettiva, e non una mera elencazione di principii per quanto alti e universali, deve essere applicata in concreto in ogni ambito della società, coltivata ogni giorno da tutti gli attori della comunità, e non rispolverata in occasione delle cerimonie e dei discorsi solenni come vessillo della repubblica democratica fondata sul lavoro e la cui sovranità appartiene al popolo (quale dovrebbe essere l’Italia). E il “nuovo” presidente ci dice ora che nessuno dei punti fondamentali della Costituzione, dopo ben 74 anni dalla sua vigenza, risulta ad oggi compiutamente attuato. Attendiamo il presidente che verrà.

Il golpe euro-atlantico

di Salvatore Fiorentino © 2022

L’elezione di un capo di stato o la nomina di un premier non è mai solo un fatto interno, ma riguarda anche gli scenari internazionali, soprattutto oggi, in tempi in cui le dinamiche tra le superpotenze non sono in equilibrio. Figurarsi, poi, la sua rielezione. Per l’Italia lo scenario di riferimento è in primo luogo quello atlantico, per la dipendenza storica dagli U.S.A., e in secondo luogo quello europeo, a cui il Belpaese si è ormai vincolato avendo ceduto la sovranità non solo monetaria ma anche legislativa. L’Europa appare oggi come una sovrastruttura burocratica più che politica, una sorta di Leviatano che tutto vede e a tutto provvede, riducendo la libertà dei popoli. Per questo, l’Europa è ancora oggi vista quanto meno con diffidenza dalla maggior parte dei cittadini italiani, quelli che manifestano l’intenzione di voler votare i partiti cosiddetti “sovranisti”: Lega e Fratelli d’Italia.

Con la definitiva uscita dalla scena politica della Merkel ed il conseguente consolidamento della von der Leyen alla guida della UE (e con la perdita, guardacaso, dell’unico volto umano delle istituzioni europee, David Sassoli, che aveva citato in giudizio la Commissione UE, “distratta” in materia di diritti umani), si registra un marcato avvicinamento dell’Europa agli U.S.A. – come rivelano in modo eloquente le tensioni in Ucraina – che, sotto la presidenza dei “democratici” guidati da un quanto mai malfermo Joe Biden, hanno un rilevante interesse strategico a ghettizzare gli orientamenti “sovranisti” che attraversano il vecchio continente da ormai diversi anni, evidente crisi di rigetto verso un’Europa sentita e vissuta più come una prigione che, come si vorrebbe raffigurare nelle convenzionali rappresentazioni propagandistiche, la “casa comune” dei popoli europei.

Difficile ritenerlo, se ancora oggi il principale se non l’unico valore “comune”, a detta della stessa von der Leyen, rimane la moneta, l’idolatrato dio “Euro”. Ed ecco, allora, l’urgenza dell’esigenza euro-atlantica di neutralizzare ciò che il popolo chiede e vuole, sopratutto quando la ferita, profonda e quasi mortale, della “Brexit” non è ancora stata rimarginata, potendo anzi divenire il veicolo per nuove e clamorose defezioni, “Italexit” in primis. E’ chiaro che se un paese fondatore e strategico come l’Italia decidesse di voltare le spalle non all’Europa ma a questa brutta copia dell’ideale europeista degli Adenauer, dei De Gasperi e dei Monnet, il castello di carte costruito in partita doppia tra Bruxelles e Strasburgo cadrebbe inesorabilmente in un men che non si dica. E l’ipotesi non è certo remota, dato che alle prossime elezioni politiche del 2023 la maggioranza relativa sarà delle forze “sovraniste”.

Ecco che era necessario, prima che fosse troppo tardi, il golpe di palazzo. Tutto inizia con il veto insuperabile del presidente della repubblica Mattarella nei confronti del candidato ministro dell’economia Paolo Savona durante la formazione del governo “giallo-verde” all’esito delle elezioni politiche del 2018. L’esclusione è tanto politica quanto inammissibile: Savona viene ritenuto poco europeista e si teme che possa propugnare politiche economiche filo “sovraniste”. Ma se questo aveva deciso il popolo e i suoi rappresentanti appena eletti, che titolo aveva il capo dello stato per impedire la realizzazione della sovranità popolare e affidare l’incarico per un governo tecnico a tale Cottarelli? Nessuno, tanto è vero che il M5S minaccia l’impeachment, col favore di Lega e Fratelli d’Italia. Tuttavia la frattura si ricompone e viene varato il governo “giallo-verde”, con Savona spostato ad altro dicastero.

E non finisce qui. Il golpe deve ottenere la progresiva neutralizzazione delle forze “sovraniste”. Dopo aver “corrotto” il M5S (da cui le espulsioni e le fuoriuscite) e aver imposto la “quarantena” alla Lega col governo “giallo-rosa”, ecco la pietra tombale: arriva il commissario della Troika e degli americani Mario Draghi a guidare il governo, approfittando dell’emergenza pandemica per applicare draconiane restrizioni ai diritti costituzionali dei cittadini. Costui e la stampa al soldo di Confindustria e dei poteri finanziari mettono in mora la politica: ora vi dovete fare da parte, ora servono i “migliori”. Sicché anche la Lega è costretta a sostenere il governo di unità nazionale, da cui resta fuori solo Fratelli d’Italia. Ma l’emergenza diviene stato d’eccezione, e quindi il “consolato” Draghi-Mattarella deve durare oltre il 2023, scadenza elettorale per le politiche. Per sterilizzare il voto dei cittadini.

La fantarepubblica

di Salvatore Fiorentino © 2022

L’art. 278 del codice penale recita che “chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni “. Il reato si consuma quando sia comunicata con qualsiasi mezzo, un’offesa relativa alla persona del Presidente della Repubblica, sia in riferimento a fatti che ineriscono all’esercizio o alle funzioni cui è preposto, sia a fatti che riguardano l’individualità privata, anche in relazione a fatti anteriori all’attribuzione della carica. Per contro, l’art. 90 della Costituzione prevede che “Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri“. Sembra quindi garantito il diritto/dovere di critica verso chi ricopra il ruolo di presidente della repubblica, purché non si rechino offese gratuite ed incontinenti alla figura.

Alla fine del mese di maggio dell’anno 2018 (non un secolo fa) il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha rischiato di essere sottoposto al cosiddetto “impeachment” da parte della maggioranza assoluta del parlamento: il Movimento Cinque Stelle, con l’appoggio di Fratelli d’Italia e della Lega. A difendere Mattarella restavano solo il Partito Democratico e Berlusconi (quello che, secondo i “democratici”, pagava la mafia invece di denunciarla). Oggi, alla fine del mese di gennaio 2022, lo stesso parlamento che voleva mandare al rogo Mattarella lo prega, in ginocchio, di voler accettare la rielezione a presidente della repubblica dopo che quest’ultimo, anche da ex giudice costituzionale, ha pubblicamente dichiarato che la Costituzione non prevede la rielezione del capo dello stato e che, pertanto, ciò sarebbe un vulnus che non può essere consentito, dovendosi considerare la rielezione di “re” Giorgio Napolitano un’eccezione da non replicare.

Ecco che molti non hanno sufficientemente considerato che Mattarella è un siciliano doc (non è un offesa, ma anzi un complimento). Chi è siciliano sa bene che quando ci si trovi al bar, in pasticceria, e si chieda all’ospite se gradisce un cannolo, un bignè o un babà da consumare, la prima, la seconda e la terza risposta sono sempre un no. Ma quel no cela un si agognante, è un no che vuole farsi pregare, una forma di pudicizia che maschera la golosità e la brama di accettare, irresistibile. E tanto più si ambisce a quella prelibatezza tanto più si dissimula col verbo e con le membra il suo desiderio ad ottenerlo. Appare allo stesso tempo un comportamento infantile e peccaminoso sino alle estreme conseguenze, il che denota che la ragione cede il passo alla passione irrefrenabile. Sia essa politica. E non c’è peggior lussuria che quella di un politico posto di fronte al nudo potere, che raggiunge l’apice quando si dica “non lo fo’ per piacer mio ma per dare un figlio a Dio“.

Mattarella è figlio di Bernardo (additato da alcuni come un notabile contiguo alla mafia), ossia il padre di Piersanti (assassinato perché scomodo alla politica più che alla mafia). Tra i due fratelli si è rivelato senza dubbio il meno coraggioso, quello più prudente, più silenzioso, più anonimo, come la sua carriera politica, vissuta all’ombra della Balena bianca, dimostra. Del resto, le sue prese di posizione nella scena politica italiana si contano sulle dita di una zampa di gallina: tra queste risaltano le dimissioni dal governo Andreotti VI, nel 1990, quando fu posta la questione di fiducia sulla legge Mammì (ritenuta un favore a Berlusconi), insieme ai ministri Martinazzoli, Francanzani, Misasi e Mannino, quest’ultimo poi ritenuto vicino alla mafia secondo la narrazione giustizialista dei “democratici”. Inoltre, si ricorda un intervento parlamentare di Mattarella contro Berlusconi, a voler evidenziare il ritenuto “male assoluto” della repubblica democratica.

Eppure l’ex presidente della regione siciliana, il potente Rino Nicolosi, aveva accusato Mattarella, tra gli altri indicati nel memoriale reso in punto di morte alla magistratura siciliana, di essere uno tra i principali collettori di finanziamenti della Democrazia Cristiana isolana, vicenda rimasta nelle retrovie delle cronache, a dispetto della coeva epopea di “Mani pulite”, nonostante a Palermo spiccasse, a capo della procura della repubblica, la figura di Gian Carlo Caselli, amico e sodale del profeta della conquista del potere per via giudiziaria, al secolo Luciano Violante, il padre-padrone dell’antimafia politica, quella dei “professionisti”, quella brandita come una scimitarra nell’agone di una lotta sempre più misera di idee e ideologie e, per contrappasso, sempre più sfigurata da interessi economici e giochi di potere fine a sé stessi, ovvero, ancora peggio, serventi gli obiettivi obliqui di ben note entità straniere a minaccia dell’interesse nazionale e del popolo sovrano. Fantasie.

Post scriptum

Sabato 29 gennaio 2022 (la data va segnata a futura memoria), nel primo pomeriggio, i capigruppo di Camera e Senato (Serracchiani e Malpezzi per il PD; Crippa e Castellone per il M5S; Fornaro e De Petris per LeU; Boschi e Farone per IV; Molinari e Romeo per la Lega; Barelli e Bernini per FI) salgono al Quirinale per chiede a Mattarella la disponibilità per il bis. Trapela subito dopo la risposta dell’interessato: “Disponibile se serve”. Così viene rieletto, con 759 voti, secondo solo a Pertini per numero di preferenze. I presidenti di Camera e Senato salgono al Qurinale per comunicare l’esito all’inquilino (confermato) del Colle più alto. Alla loro presenza, Mattarella pronuncia un breve discorso, ringraziando e dichiarando che la grave emergenza sanitaria, economica e sociale che l’Italia sta attraversando “richiamano al senso di responsabilità”, “impongono di non sottrarsi ai doveri cui si è chiamati” e “devono prevalere su altre considerazioni”.

Quindi o Draghi o Mattarella, tertium non datur. La Costituzione può attendere, così come ha atteso quando Mattarella lasciò passare le “riforme” incostituzionali di Renzi, fortunatamente bloccate dal referendum popolare. Così come sta attendendo da quando lo stesso Mattarella ha lasciato ancora passare la “riforma” della giustizia (non del totocalcio) proposta dalla ministra Cartabia, giudicata la peggiore mai vista in epoca repubblicana. E la Costituzione è inoltre in vigile attesa dopo aver assistito all’ultima seduta del C.S.M. presieduto da un Mattarella benedicente la decisione del plenum di confermare le nomine dei vertici della Cassazione, queste appena annullate dal Consiglio di Stato perché in violazione dei criteri meritocratici. “Occorre rispettare la volontà del parlamento”, ha affermato Mattarella. Dimenticando però di dire che questo parlamento non è più rappresentativo del popolo sovrano. E lo ha dimostrato, semmai qualcuno ne dubitasse.