Il falso mondo nuovo

di Salvatore Fiorentino © 2021

Il Re degli ignoranti lo ha detto: i conduttori tv devono essere licenziati in tronco, perché diffondono odio e divisioni tra i cittadini, non assumendo, come sarebbe loro dovere, una posizione super partes, ma anzi dando voce solo a chi la pensa come loro o come chi paga loro lo stipendio, imbavagliando ogni argomentazione avversa o solo parzialmente difforme, se non delegittimando e persino in alcuni casi irridendo chi abbia la ventura di sostenerla. Adriano Celentano non è premio Nobel, ma non occorre esserlo per capire come il mondo rappresentato oggi (e non da oggi) dai media pubblici e privati sia palesemente un mondo falso, una fake news continua, un travisamento costante di ciò che è invece sotto gli occhi di tutti, quella realtà oggettiva e tangibile che il sistema dell’informazione a canali unificati vorrebbe offuscare ai danni dell’opinione pubblica, per indirizzarla e manipolarla.

Ma ancora prima andrebbero licenziati governo e parlamento, tornando finalmente a dare la parola al popolo sovrano attraverso libere e democratiche elezioni senza alcun vincolo né pressione di questo o di quello, presidente della repubblica compreso (che ha rinunciato a rappresentare tutti i cittadini, discriminando pubblicamente quella minoranza che ha esercitato il diritto, riconosciuto dalla legge, di non vaccinarsi), al fine di ripristinare i valori costituzionali da qualche tempo (e da troppo tempo) sospesi se non del tutto calpestati in nome di non si sa cosa, oggi la tanto temuta pandemia dalle varianti infinite e senza fine, domani il tanto declamato recovery plan (i cui miliardi sembrano bastare per comprare a buon mercato diritti e doveri degli italiani), dopodomani la transizione ecologica (così viene definito persino il ritorno all’energia nucleare, peraltro bandita in Italia a seguito del referendum).

E qui torniamo a sollecitare il punctum dolens, i giornalisti naturalmente predisposti a servire il regime, quale che esso sia (addio cave canem). I più autorevoli tra costoro si sono persino spinti ad affermare, nero su bianco, che il risultato delle future elezioni (che non potranno essere impedite nel 2023, data la scadenza naturale non prorogabile, a meno di nuovi colpi di status) dovrà essere comunque disgiunto dalla nomina del capo del governo, che verosimilmente dovrà continuare ad essere il banchiere monetarista Mario Draghi, di fatto commissario della Troika in Italia per governare l’attuazione del grande disegno europeo, ossia quel programma da sempre propugnato dalle élite massofinanziarie: soggiogare il popolo impoverendolo in termini economici e culturali per renderlo docile e ricattabile, plasmabile secondo i piani del nuovo ordine mondiale, quelli all’orizzonte di questo falso mondo nuovo.

E’ un mondo dove alla scienza si è sostituito lo scientismo, se non il dogma della pseudoscienza, imposto con la forza e la propaganda, ove necessario con l’intervento in prima persona di colonnelli e generali in assetto da guerra campale; altro che tintinnio di sciabole d’altri e più democratici tempi, qui già si ode il clangore dei cingolati che attraversano le città italiane, con idranti e lacrimogeni per colpire inermi pacifici manifestanti, con i cittadini sempre più rinserrati nelle loro paure e idiosincrasie, ché, come in ogni guerra civile che si rispetti, scorgono il nemico già nell’ombra del vicino che si allunga sull’uscio della propria casa, tra superbonus del 110% e nuove rendite catastali che ne vanificano i tanto declamati benefici. All’autorevolezza che è propria delle democrazie mature si sta sostituendo l’autoritarismo tipico dei regimi dittatoriali di ogni tempo.

E’ l’era del transumanesimo. Ossia quella in cui l’umanità, a detta di chi pretende di dirigerne i destini, deve essere sterilizzata per depurarne la componente umana, ritenuta una debolezza, un difetto, un retaggio ancestrale, non più tollerabile al tempo del dominio della tecnica, dove tutto deve rispondere ciecamente ad un algoritmo, non essendo ammissibili deviazioni e interpretazioni “soggettive” o “emotive” che non siano già contemplate dal “grande orologiaio”, ossia quella sorta di leviatano che detta i tempi della vita e della morte, del pensiero e della volontà, per gli abitanti del pianeta Terra, che devono consumare e produrre, produrre e consumare, senza doversi né potersi interrogare, perché altrimenti metterebbero in crisi il nuovo ordine mondiale, quanto mai dittatoriale e, per questo, quanto mai debole e timoroso che un bambino (non vaccinato) possa dire che il re è nudo (finto).

La società familistico-amorale

di Salvatore Fiorentino © 2021

Si può partire dall’assunto, difficilmente controvertibile, che non siano le buone leggi a produrre una società civile, ma viceversa. E se ciò vale in generale, un discorso a parte si impone per le comunità di piccola dimensione, dato che sotto una certa soglia, laddove vige un ferreo mutuo controllo sociale, entrano in gioco meccanismi che, seppur riconducibili a tempi passati, sembrano tuttavia talvolta sopravvivere sino ad oggi. In tal senso, tra le più eleganti e rispondenti formulazioni sociologiche, la teoria di Banfield sul cosidetto “familismo amorale”, come è stato da altri osservato, nella specificità della Sicilia può estendersi oltre il paradigma della famiglia nucleare, costituita da genitori e figli, per includere fratelli, cugini e ad affini acquisiti con altro cognome, più altri acquisiti non imparentati, cooptati nella famiglia per comunione di interessi e fedeltà, il che per converso talvolta comporta l’estromissione di elementi o settori di consanguinei sgraditi e quindi da ignorare o addirittura da avversare.

Del resto, si è altrove osservato come tale teoria trovi sorprendente rispondenza anche in ambiti assai distanti da quelli di studio, come ad esempio alcune comunità accademiche, laddove non a caso il familismo è giunto alla ribalta delle cronache con l’impietosa locuzione di “parentopoli”. Dal canto suo Banfield, basandosi sulla convinzione di Tocqueville, secondo il quale la scienza dell’associarsi è la madre di tutti gli altri progressi, giunge ad ipotizzare che certe comunità manterrebbero un’anacronistica condizione di arretratezza essenzialmente per ragioni, per così dire, “culturali”. Il loro retaggio, radicato e consolidato da fattori, anche geoambientali, di isolamento e di chiusura, in specie laddove la diffusione della subcultura mafiosa ha gravato un peso rilevante, presenterebbe una concezione estremizzata dei legami familiari tale da compromettere la capacità di associarsi e di perseguire l’interesse collettivo oltre il cerchio di questo familismo ancorché allargato.

Gli individui sembrerebbero così agire secondo la regola della massimizzazione dei vantaggi materiali di breve termine esclusivamente nell’utilità del proprio gruppo di appartenenza, nella convinzione che tutti gli altri si comportino allo stesso modo, peraltro ignorando e persino disdicendo il perseguimento di obiettivi ideali, in quanto considerati non produttivi, nell’immediato, di ricadute economiche concrete e apprezzabili. E, per incidens, una plastica raffigurazione di questo “utilitarismo” spiccio ed introverso è rivelata dall’urbanistica degli insediamenti di siffatte comunità – una volta ricordato che la città costruita (l’urbs) è rispecchiamento tanto della città degli uomini (la civitas) quanto della forma associativa (la polis) – laddove nessuna indulgenza è concessa alla cura dello spazio pubblico, persistendo in particolare una sorta di avversione per il verde e per tutto ciò che appare improduttivo, contrariamente a quanto invece accade per le risorse dedicate allo spazio privato.

Sarebbe dunque questa particolare “etica”, radicata e perseguita con convinzione in quanto in animo sentita come “giusta” e “corretta”, dei rapporti sociali la causa del protrarsi dell’arretratezza anche laddove sussistano le condizioni per un suo superamento. Da cui la definizione di “familismo amorale”: amorale in quanto mirato a perseguire esclusivamente l’interesse materiale del gruppo ristretto, con pregiudizio della formazione di una coscienza civica collettiva e, quindi, del perseguimento di interessi superiori a quelli materiali e particolari, il che poi si riflette negativamente su tutti gli abitanti, non già “cittadini” in quanto per ciò preclusi a completare il percorso di maturazione di tale status, così ritrovandosi spesso, in un’ottica in tal modo aberrata, a scambiare il favore per il diritto, a fraintendere l’educazione per debolezza, a travisare la prepotenza per forza, finendo per affidarsi ad improbabili duces. Nonché a rassegnarsi nel convincimento che nulla potrà mai cambiare.

Ed è un sistema al quale, parafrasando una emblematica frase di Giuseppe Fava nel documentario “Siciliani” (1980), ci si può ribellare solo emigrando. Chi rimane in patria è destinato a soggiacere alla legge del più forte, ovvero a diventare egli stesso il più forte, in una competizione che diventa malata e che come tale produce frutti avvelenati dal risentimento covato, dall’invidia malcelata. Ed è ancora stato osservato come il “familismo amorale”, nel meridione e soprattutto in Sicilia, non impedisca, anzi serva ad accentuare, l’accumulo e l’accrescimento di ingenti patrimoni concentrati nella disponibilità di pochi a scapito della maggior parte della popolazione, e talvolta slittando sino a confondersi con il “familismo mafioso”, dato che, come annotava Rodolfo Loffredo (“Un samizdat per raccontare Palermo“, Catania, 1995), “[…] al di là dei grandi fatti di mafia l’amoralità mafiosa o paramafiosa si esprime nel quotidiano, nel sentire e giudicare come nel rapportarsi con gli altri […]”.

Banfield ha successivamente tratto dalla sua teoria alcune implicazioni, tra cui le seguenti: 1) nessuno perseguirà l’interesse comune, salvo quando ne trarrà un vantaggio proprio; 2) chiunque, persona o istituzione, affermerà di agire nell’interesse pubblico sarà ritenuto un truffatore; 3) il pubblico ufficiale tenderà a farsi corrompere, e se anche non lo farà sarà comunque ritenuto corrotto; 4) la legge sarà trasgredita ogni qual volta sembrerà possibile evitarne le conseguenze; 5) il debole vedrà con favore un regime autoritario che mantenga l’ordine con mano ferma; 6) non vi saranno né leader né seguaci, poiché nessuno sarà interessato a sostenere l’impresa, tranne se motivato da interesse personale; 7) il voto verrà usato per assicurarsi vantaggi materiali di breve termine, oppure per punire coloro da cui ci si sente lesi nei propri interessi, anche se hanno agito per favorire l’interesse pubblico; 8) gli iscritti ai partiti tenderanno a rivendersi a partiti più favoriti, determinando l’instabilità politica.

In questo quadro, l’abitante medio sarà indotto a massimizzare le energie per salvare la propria famiglia nucleare da un contesto che gli si presenta ostile e precario, con da un lato la natura incontrollabile che rischia di annullare ogni sforzo del lavoro agricolo a causa delle continue calamità, dall’altro gli estranei al gruppo familistico, seppur compaesani, nei cui confronti la competizione, in assenza di alcuna propensione ad associarsi, diviene lotta spesso impari ed aspra, sicché costoro finiscono presto per apparire come potenziali nemici da cui poter solo diffidare. E se tra questi vi è chi, per posizione dominante acquisita, può offrire aiuto a chi invece versa in serie condizioni di difficoltà, non viene a mobilitarsi quella sana solidarietà collettiva che sarebbe opportuna nell’interesse generale, mentre viene adombrato il più odioso dei ricatti, quello dell’usura o della sottomissione, catene da cui il bisognoso sa che non si libererà mai, e semmai a carissimo prezzo.

Ecco che allora vi sono così belle e pronte le condizioni per il germinare di tutto un florilegio di sentimenti antisociali, quali l’invidia, l’odio, la vendetta o la disperazione, stati comportamentali che conducono alla stagnazione se non al peggioramento delle condizioni di arretratezza, per contro alimentata dai pochi che da essa continuano a trarre aggio, a ciò unendosi l’esempio diseducativo per i giovani, ai quali questo humus asfittico rischia di contagiare l’idea malsana che ogni potere sia capriccioso, ossia inoculare il virus del fatalismo sociale, fonte di atteggiamenti omertosi e financo paramafiosi, dove il prepotente viene visto come esempio da imitare. Sicché, ma forse non del tutto, solo di fronte ai lutti e alle disgrazie, nonché alla venerazione dei santi, si riesce a trovare, nelle comunità ancora affette dal questo atavico familismo amorale, un fondo di generale autentica fratellanza, il che quindi prescinde dall’appartenenza all’insediamento locale, nelle tre declinazioni di urbs, civitas e polis.

Posto, dunque, che il familismo amorale pregiudica ogni possibilità di reale e duraturo sviluppo per una comunità, rilevato che tale pregiudizio implica l’impossibilità o la estrema difficoltà di maturazione dei processi formativi tanto dell’urbs (la città costruita) quanto della civitas (la città dei cittadini) che della polis (la città istituzione), chi sia chiamato a cimentarsi con un siffatto nodo gordiano dovrà necessariamente governare un processo di discontinuità, più o meno graduale, mirato innanzi tutto a ribaltare le principali conseguenze, come sopra esemplificativamente elencate, già generate da questa particolare forma di familismo. Dovrà, innanzi tutto, indirizzare ogni azione verso l’interesse comune a prescindere dai confliggenti interessi particolari, vincendo quindi le inevitabili resistenze al cambiamento, che potranno manifestarsi sino agli estremi della delegittimazione e della minaccia, soprattutto da parte di chi dall’arretratezza ha tratto manifesti vantaggi personali.

Ciò consentirà di restituire credibilità, sempre a condizione che si sia selezionata la classe dirigente in modo imparziale e non per cooptazione, agli organi pubblici chiamati ad applicare le regole con altrettanta imparzialità oltre che con l’adozione di ogni strumento utile alla partecipazione degli abitanti al processo di rinnovamento, i quali dovranno essere rieducati a non perseguire le scorciatoie e gli espendienti, ma la via maestra. Da un accentuato rigore professionale dei funzionari pubblici ne scaturirà, necessariamente, una selezione meritocratica tra i professionisti esercenti servizi al cittadino, sicché un regime di effettiva concorrenza stimolerà l’accrescimento della qualità e dell’economicità delle prestazioni, piuttosto che le tendenze speculative tipiche di un regime caratterizzato da posizioni dominanti. Con la conseguenza che i comportamenti non solo corretti ma persino virtuosi saranno indotti non tanto dal timore di una possibile sanzione quanto dal rilievo restituito al decoro professionale.

Sicché alla angusta concezione basata sulla speculazione e sul profitto immediato potrà sostituirsi una visione di più ampio respiro, volta alla tutela e alla valorizzazione degli interessi diffusi e dei beni comuni. In questo rinnovato quadro, la politica (la polis) sarà necessariamente indirizzata a raccogliere il consenso non più mediante un’affannosa rincorsa del soddisfacimento di esigenze particolari, per definizione incoerenti, di breve termine e portanti in sé il germe della deriva clientelare e della conseguente ingiusta discriminazione a danno dei cittadini (la civitas), ma dal progressivo miglioramento strutturale delle condizioni dell’urbs (la città costruita), e tanto nelle sue componenti materiali (edifici, strade, piazze ed infrastrutture in genere) quanto nelle sue componenti immateriali (servizi, attività, eventi, etc.), rafforzando l’idea di appartenenza ad una comunità impegnata a migliorarsi, con una predisposizione alla crescita collaborativa piuttosto che alla egoistica competizione.

Ogni attore pubblico dovrà contribuire all’applicazione di regole che siano percepite come chiare e condivise, ferme ma giuste, eque ed effettivamente eguali per tutti, sicché esse saranno rispettate, in una maturata coscienza civica, da colui che inizia ad essere a pieno titolo “cittadino”, più per intimo convincimento che per mero timore dell’autorità costituita, quest’ultima vista altrimenti come oppressiva e vessatoria, con l’ingenerazione della sfiducia verso le istituzioni e il rischio concreto che queste siano sostituite di fatto da altre organizzazioni non legittimate e persino criminali. Ed infine, ma non ultimo, il processo di ritrovamento della coscienza civica, attraverso gli apporti dei soggetti pubblici e privati concorrenti alla vita associata, comporterà anche la riduzione del trasformismo politico, causa di instabilità amministrativa, sicché urbs, civitas e polis convergano per la costruzione di una comunità consapevole della necessità del superamento della fase, primordiale, del “familismo amorale”.

La repubblica di Arlecchino e Pulcinella

di Salvatore Fiorentino © 2021

L’unità d’Italia è fatta. Nelle maschere del carnevale che ne raffigurano l’essenza indomita. L’italiano è caleidoscopico, camaleontico, servo del padrone del momento, più lesto di tutti a saltare sul carretto del prossimo presunto vincitore. Esuberante, ironico e canagliesco, persino generoso, senza segreti e senza verità, omertoso da nord a sud, isole comprese, mafioso quanto basta. Il caos è la regola, non la premessa necessaria per la rigenerazione. Un guazzabuglio perenne dove tutto è giustificabile ed interpretabile, dove spuntano come funghi i tribuni della plebe, i soloni dello scibile, i paladini dell’onestà, i santoni dell’antimafia, i profeti della giustizia e della verità. E tutto si rincorre mordendosi la coda come il can che fugge menato per l’aia. La maschera è l’abito prediletto, che non si smette neppure quando ci si guarda, quelle rare volte, allo specchio. La personalizzazione è spinta al parossismo, per cui il destino di milioni di cittadini dipende dall’umore del potente di turno.

Chi chiede l’attuazione della democrazia è considerato nella migliore delle ipotesi un pazzo, nella peggiore un eversore del disordine costituito. La res publica è quanto di più privato possa esistere, nelle mani di pochi che se ne impossessano, per ciò ingaggiando una lotta che non ha eguali, senza esclusione di colpi bassi, per servire gli interessi, spesso illeciti, di una ristretta élite. Altro che pari opportunità, pari condizioni, non discriminazione, meritocrazia. La repubblica di Arlecchino e Pulcinella è fondata sull’appropriazione indebita della sovranità popolare, sulla sua manipolazione, sul mercanteggiamento al ribasso di ogni granello di potere, sul clientelismo spudorato per famigli e amici, compagni di merende e colazioni. Un carnevale perenne che non conosce quaresima, che si perpetua alimentandosi dei peggiori vizi antisociali, quali lo sfruttamento dei più deboli, il ricatto che fa leva sullo stato di bisogno, l’abuso di potere e dell’autorità senza freno.

Perché deve esistere un uomo scalzo e un uomo che ha perso il conto delle scarpe che indossa? Quale legge, sia universale che umana, può giustificare tutto questo? Si dirà che il primo non è stato capace di affermarsi ed è quindi immeritevole, mentre il secondo si, ed anzi più grandi sono i suoi possedimenti e più grande è il suo valore. E’ davvero così? E se il primo non fosse stato capace di rubare, di approfittare degli indifesi, di essere spietato nell’applicare la legge con i deboli e accondiscendente con i potenti, di raggirare il prossimo e di fare strame dell’altrui buona fede, sarebbe per questo da giudicare peggiore del secondo che, invece, ne sia stato capace? Non è forse celeberrima la frase che afferma, senza mai aver ricevuto smentita, che non esiste democrazia laddove c’è qualcuno che è così povero da poter essere comprato da qualcun altro che è così ricco da poterlo comprare? E’ quindi il denaro il metro della virtù o semmai dell’immoralità?

E se le banche sono il tempio del denaro ed i banchieri i loro turpi sacerdoti, che democrazia sarà mai quella amministrata da siffatti ministri del culto dell’immoralità? Che società sarà mai quella che si ponga come obiettivo primario l’idolatria della moneta, sia essa il dio Dollaro o, più modernamente, il dio Euro? Quale etica, ed in nome di quale divinità o principio, potrà mai giustificare per un verso la ricchezza ottenuta senza lavoro e per altro il lavoro che non sia retribuito per ciò che produce? Non c’è fisiologia ma patologia nello sviluppo incotrollato, innaturale, canceroso, di qualsiasi organismo. L’accumulazione smisurata della ricchezza è quindi il sintomo di una grave sindrome sociale ed economica che necessita di correttivi adeguati e se del caso drastici per mezzo della mano pubblica che deve regolare quella privata, dovendo la prima assicurare l’equità e la redistribuzione del reddito nella comunità in cui esercita la propria giurisdizione.

L’Italia nel 2018 si è affidata ad un Comico con un manipolo di apprendisti che, alla prova dei fatti, si è rivelato un Carnevale, incarnato nelle maschere più famose, da nord a sud, Arlecchino e Pulcinella. Ha partorito governi di tutti i colori sino al punto di incoronare un dittatore della peggiore risma, un sacerdote sommo del tempio del denaro, pronto a sacrificare il popolo per garantire la vita della moneta, il dio Euro, ideale ultimo della repubblica al tempo della degenerazione, del calpestamento quotidiano della Costituzione, del ritorno dei manganelli e degli idranti nelle piazze della protesta, per soffocarne la voce con la forza sotto la scusante dell’emergenza pandemica. Emergenza che, vediamo, vale solo per alcune manifestazioni, ma non per altre, a cominciare dai festeggiamenti per la vittoria, quanto mai celebrata, degli europei di calcio 2020. Quanto meno a quel tempo non c’era l’apartheid tra vaccinati e non. E tanto più è ottuso il potere tanto più diventa autoritario.





La fasciorepubblica

di Salvatore Fiorentino © 2021

Che le cose si mettano male lo rivela il colpo di teatro di Mattarella nell’occasione del ricordo dell’ex presidente Leone, con la rievocazione dell’avversione di quest’ultimo (così come del predecessore Segni) per una eventuale rielezione del capo dello Stato. Ora, che l’attuale inquilino del Quirinale non sia un cuor di leone è fatto notorio ma, come scriveva Manzoni, Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare. Così lo prende in prestito, citando altri, per dire no grazie, non sono disponibile ad avventure autoritarie, quali quelle che sembrano nei prossimi programmi della repubblica (ah), con la svolta che si è realizzata con l’avvento a palazzo Chigi di Mario Draghi, osannato dai poteri che contano, industriali italiani e alta finanza europea, gli stessi che un tempo videro con favore la presa del potere di Benito Mussolini, per l’instaurazione del regime fascista in Italia, complice un monarca debole, anch’egli privo di coraggio e che, pertanto, non poteva darselo da solo.

Non è mai stato un problema della destra politica. Così come il fascismo originò dal nazionalsocialismo, il neo-autoritarismo di Draghi è oggi sostenuto da forze che, come il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle (oltre all’irrilevante Liberi e Uguali), si collocano nella grande famiglia europea dei socialdemocratici. Quelli stessi che hanno salutato con tripudio la liberazione degli USA dal pericoloso Trump, grazie all’elezione del “democratico” Joe Biden, certamente più abile a vestire i panni del politicamente corretto. Come aveva capito in tempi non sospetti l’Avvocato Agnelli (legato a filo doppio con gli USA), il modo più efficace per ottenere gli obiettivi restauratori è quello di farli realizzare dalle forze democratiche e progressiste. Perché così nessun sindacato oserà contestarle, mentre verranno spiegate al “popolo” come riforme non solo necessarie ma persino utili. Berlusconi non ha mai potuto (né voluto) abolire l’art. 18 dello statuto dei lavoratori.

Mentre lo ha fatto Renzi, con il silenzio complice della Triplice, Landini il fu “metalmeccanico”, che oggi si fa mettere la mano sulla spalla dal padrone Draghi, in primis. Quel Renzi che adesso viene additato da chi lo esaltava, da chi lo invocava, da chi lo usava per il disbrigo dei “dirty works” che facevano tanto comodo a tutta la sinistra perbenista e legalitaria di giorno, ma che di notte trescava con la peggiore imprenditoria, a cominciare dagli inquinatori assassini dell’ILVA e per finire con quelli, tali Benetton, che fanno crollare i ponti perché devono lucrare sino al punto di mettere a rischio la vita delle persone, salvo poi finanziare iniziative culturali e campagne pubblicitarie “politically correct“. Quello stesso Renzi grazie al quale è stato eletto Mattarella come presidente della repubblica (deo gratias) e grazie al quale è stato insediato Draghi (deo gratias bis) come premier al posto di colui che, per quanto criticabile, era espressione del voto popolare scaturito dalle elezioni del 2018.

Sicché, quando spira il vento autoritario i giornalisti italiani danno il meglio di sé. Come dimostra il fatto che firme ritenute autorevoli, quali Paolo Mieli, Massimo Franco e Stefano Folli, solo per citare i più noti al grande pubblico dei grandi giornali, Corriere della Sera über alles, abbiano non solo ipotizzato ma addirittura prospettato la possibilità di una nuova svolta autoritaria, di fatto abolendo le elezioni politiche, ovvero rendendole ininfluenti rispetto alla formazione del governo, che si dovrebbe affidare a prescindere al neo duce, il migliore, l’unico, l’unto delle banche, Mario Draghi, come se su sessanta milioni e più di italiani non vi fosse nessun altro in grado di governare questo disgraziato Paese, dato per scontato che la volontà popolare, ossia l’unica forma di sovranità riconosciuta dalla Costituzione vigente, non sia da tenere in alcuna considerazione. E guai a chi lo facesse. C’è poi persino chi, tale Giorgetti (horror), ha sostenuto che Draghi possa governare dal Quirinale.

Lo dice l’Europa. Ma chi è mai quest’Europa? Se costei viene raffigurata come la cornucopia offerta in dono dalla Troika allora vi è una manifesta contraddizione in termini, oltre che un epocale inganno. Sono ormai vent’anni che agli italiani vengono chiesti sacrifici in nome di questa terra promessa di pace e prosperità dei popoli, mentre sino ad oggi si è assistito alla compressione dei diritti dei cittadini, al loro impoverimento progressivo, con la concentrazione della ricchezza in un cerchio sempre più ristretto di privilegiati parassitari, in un revival aristocratico che pretende di generare colonie in patria, sacche di sudditanza e persino di schiavitù, dove i lussi sfrenati delle élite vengono sostentati dallo sfruttamento delle classi subalterne, tenute nell’ignoranza e nello stato di bisogno, per precludere loro ogni speranza di emancipazione sociale ed economica. Timeo Danaos et dona ferentes, è questa l’unica verità che si può dire oggi di fronte ai doni della Troika e del suo pupo Mario Draghi.

L’altra verità sulle stragi

di Salvatore Fiorentino © 2021

Con l’assoluzione di Mario Mori e Giuseppe De Donno nel processo in appello sulla cosiddetta “Trattativa Stato-mafia”, sembra raggiunto il punto di inversione della parabola ascendente della procura della repubblica di Palermo, che per oltre vent’anni è stata impegnata in uno scontro senza precedenti con il ROS dei Carabinieri, di cui esponenti di punta in Sicilia erano gli stessi Mori e De Donno. Mori adesso pubblica un memoriale in cui ripercorre i momenti più significativi di questa singolar tenzone che ruota attorno all’archiviazione della “tangentopoli siciliana”, la famigerata indagine su “mafia e appalti”, che sarebbe collegata alla ricerca del vero movente (e dei veri mandanti) delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Secondo la procura scaturite per favorire la “trattativa”, premessa per l’instaurazione del “ventennio” berlusconiano, secondo Mori invece generate dall’interessamento di Falcone, e quindi di Borsellino, sul dossier “mafia e appalti” predisposto dal ROS.

Così, se la prima parte di questo memoriale tradisce un intento difensivo che sovrasta le vicende narrate, le quali finiscono a fare da sfondo alle gesta del protagonista “Mori”, la parte conclusiva sollecita interrogativi inquietanti su aspetti che non possono essere ancora oggi archiviati alla stregua di fatti storici, ma che conservano intatta tutta la loro rilevanza in termini giudiziari e politici. Al di là del personaggio “Mori”, che certamente si muove secondo modalità quanto meno irrituali nel momento che avvicina l’ex sindaco mafioso di Palermo Ciancimino, in una sorta di rigetto delle nuove norme che trasferivano l’iniziativa delle attività dalla polizia giudiziaria alla magistratura, emerge una chiara inerzia, che finisce per costituire un ostacolo al buon esito delle indagini e quindi all’accertamento della verità, da parte della allora magistratura requirente siciliana, tanto a Palermo che a Catania, probabilmente preoccupata di non sconvolgere gli assetti di “sistema” tra imprenditoria e politica (e mafia).

Tuttavia Mori, consapevole che ancora i suoi presunti “nemici” non sono usciti di scena, non affonda il colpo e non fornisce quindi letture “politiche”, ancorché adombri il sospetto di una magistratura che si sia mossa più sulla base di un “preordinato disegno di politica giudiziaria” che “sull’accertamento dei fatti scevro da personali convinzioni ideologiche”. Ma perché mai la magistratura requirente siciliana ed in particolare palermitana avrebbe avuto un interesse “politico” ad insabbiare la tangentopoli isolana che anticipava quella milanese che da lì a poco avrebbe spazzato la “prima repubblica” e quindi personaggi del calibro di Craxi e Andreotti? Fermo restando che la procura di Palermo del tempo non era certamente un corpo unitario ma piuttosto, come la definì lo stesso Borsellino, un “covo di vipere”, l’unica spiegazione logica che può darsi, sulla scorta della lettura retrospettiva della controversa richiesta di archiviazione dell’indagine “mafia e appalti”, conduce allo iato tra “prima” e “seconda” repubblica.


Non è più un mistero che tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 si stesse preparando, per iniziativa dei poteri atlantici, verosimilmente col gradimento di Unione Sovietica (ormai in dissolvimento) e Cina, l’attuazione di un cambiamento traumatico negli assetti politici italiani volto a determinare l’ascesa al potere degli eredi del PCI, ossia quei nuovi “democratici” che in fretta e furia avevano sotterrato la falce e il martello presentandosi come gli apostoli della “legalità”, declinata al nord sul versante della lotta alla corruzione e al sud su quello della lotta alla mafia, secondo il verbo del profeta Luciano Violante. Quello che Mori ora omette di dire, ma che meglio di altri conosce, è che nel rapporto “mafia e appalti” è contenuto il bandolo che conduce dritto filato alle grandi imprese del nord legate a filo doppio con l’allora PCI. E’ questo il fil rouge che avrebbe, ove valorizzato dalla magistratura, vanificato l’attacco alla prima repubblica “corrotta” e “mafiosa” di Craxi e Andreotti a favore degli “onesti” neo-democratici.

Ecco che la stessa realtà può essere valutata in modo opposto secondo il punto di vista, portando al disvelamento di verità apparentemente inconciliabili. Era noto che Falcone e Borsellino fossero magistrati di straordinaria capacità professionale così come culturalmente distanti, diversamente da altri, da quel “mondo nuovo” che si prefigurava all’orizzonte politico italiano, sino al punto che Falcone veniva tacciato di “filo-andreottismo” e Borsellino di “trascorsi fascisti”. Qualcuno forse temette che il dossier “mafia e appalti” potesse essere l’arma segreta utilizzabile da Craxi e Andreotti per neutralizzare il “golpe rosso” che da lì a poco si sarebbe dispiegato. Ecco che la chiamata di Falcone a Roma probabilmente accelera l’esigenza di chiudere l’operazione in modo eclatante, nel momento del cambio di consegne al Quirinale. La discesa in campo di Berlusconi viene letta come un colpo di coda del regime morente, e da quel momento inizia l’odissea giudiziaria del “Caimano”. Ma anche di Mori e De Donno.




IL MEMORIALE DI MARIO MORI

La vera storia del covo di Totò Riina e il falso mito della perquisizione mancata

Nelle interminabili discussioni originate dall’attività operativa del Ros dei Carabinieri nel contrasto alla mafia, il punto di partenza è sempre costituito dalla mancata perquisizione del “covo” di Salvatore Riina. Quale protagonista di quei fatti espongo in merito la mia versione. Subito dopo la cattura del capo di “cosa nostra”, nella riunione tra magistrati e investigatori che ne seguì, fu naturalmente considerata l’ipotesi dell’immediata perquisizione della sua abitazione, ubicata a Palermo in via Bernini 54, ma al momento non individuata precisamente, perché inserita in un comprensorio – delimitato da un alto muro di recinzione – costituito da una serie di villette indipendenti.

Prospettata dal cap. Sergio De Caprio, e da me sostenuta, prevalse la decisione di non effettuare la perquisizione. La proposta derivava della considerazione che il Riina era stato appositamente arrestato lontano dal luogo di residenza della famiglia – un suo “covo” non è mai stato trovato – e teneva conto della prassi mafiosa di non custodire, nella proprie abitazioni, elementi che potessero compromettere i parenti stretti. Questa soluzione avrebbe dovuto permetterci lo sviluppo di indagini coperte sui soggetti che gli assicuravano protezione, senza che fosse nota la nostra conoscenza della sua abitazione. L’improvvida indicazione dell’indirizzo ad opera di un ufficiale dell’Arma territoriale di Palermo, che consentì alla stampa, dopo circa ventiquattro ore dalla cattura, di presentarsi con le telecamere davanti all’ingresso di via Bernini, “bruciò” l’obiettivo, e i conseguenti servizi di osservazione del cancello di accesso al comprensorio furono sospesi per il serio pericolo di lasciare dei militari dentro un furgone isolato, esposto a qualsiasi tipo di offesa.

A questo punto anche le indagini che ci eravamo prefissi di svolgere in copertura divennero molto più difficili, stante l’eco addirittura internazionale della vicenda. Malgrado queste difficoltà, la cattura del Riina non rimase un fatto episodico, perché attraverso alcuni “pizzini” trovatigli addosso, fu possibile risalire alla cerchia stretta dei suoi favoreggiatori, procedendo in successione di tempo al loro arresto. La perquisizione della villetta abitata dai Riina venne eseguita solo dopo alcuni giorni su iniziativa della Procura della Repubblica di Palermo, in un quadro di scollamento tra le attività della magistratura e della polizia giudiziaria. Noi eravamo convinti di potere sempre agire nell’ambito delle iniziative preliminarmente concordate, mentre la Procura era sicura del mantenimento del controllo sull’obiettivo. L’equivoco diede luogo all’apertura di un procedimento giudiziario che i sostituti procuratori incaricati, Antonio Ingroia e Michele Prestipino, proposero per due volte di archiviare, ma il Gip, attraverso un’ordinanza di imputazione coatta, decise per l’apertura del processo, con l’ipotesi, a carico mio e del cap. Sergio De Caprio, di favoreggiamento di elementi di “cosa nostra”. La vicenda penale si concluse con la nostra piena assoluzione, perché “il fatto non costituisce reato”.

Nella motivazione, la 3° Sezione penale del Tribunale di Palermo, sulla decisione volta a dilazionare la perquisizione, sosteneva testualmente: «… Questa opzione investigativa comportava evidentemente un rischio che l’Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di Polizia Giudiziaria direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione. Nella decisione di rinviarla appare, difatti logicamente, insita l’accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell’abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell’ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “Ninetta” Bagarella (moglie del Riina, ndr) che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere o occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina – cosa che avrebbero potuto fare nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell’arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo – od anche terzi che, se sconosciuti alle forze dell’ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti. L’osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al cancello di ingresso dell’intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l’allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata e le frequentazioni del sito».

Sull’ipotesi, emersa già anche in quel processo, di una trattativa condotta dal Ros con uomini di “cosa nostra”, il Tribunale la escludeva con queste considerazioni: «… La consegna del boss corleonese nella quale avrebbe dovuto consistere la prestazione della mafia è circostanza rimasta smentita dagli elementi fattuali acquisiti nel presente giudizio». A conferma dell’approccio sempre manifestato, fondato cioè sulla convinzione della nostra non colpevolezza, la Procura di Palermo non interpose appello. Malgrado l’esito processuale, che non avrebbe dovuto concedere ulteriori margini di discussione, “la mancata perquisizione del covo di Riina” rimane tuttora un postulato per coloro che sostengono il teorema delle mie responsabilità penali nell’azione di contrasto a “cosa nostra”. In particolare viene sempre citata l’esistenza di una cassaforte – contenente chissà quali segreti – che sarebbe stata smurata ed asportata dall’abitazione del boss e a nulla vale presentare la fotografia, scattata anni dopo e agli atti dei procedimenti giudiziari, che ritrae il mio avvocato, il senatore Pietro Milio, a fianco della cassaforte ancora ben infissa nel muro. Nell’ipotesi peggiore, l’attività investigativa mia e dei militari che comandavo è considerata sostanzialmente criminale. Bene che vada, la tecnica operativa attuata dal Ros, mutuata dal Nucleo Speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, è definita come autoreferenziale, quindi non perfettamente in linea con i canoni stabiliti dalle norme procedurali.

Di fronte a queste accuse che considero ingiuste, ritengo di dovere fare alcune considerazioni. Le critiche che mi vengono rivolte, relative alle indagini svolte dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, sono sostenute per lo più da persone che, all’epoca, in quella primavera/estate del 1992, se non erano minorenni, certamente non hanno avuto nessuna partecipazione e conoscenza vissuta degli eventi, per cui esprimono giudizi senza avere presente la realtà di quei drammatici mesi. La società nazionale ed in particolare i siciliani, già profondamente colpiti dal tragico attentato di Capaci, accolsero attoniti la nuova strage di via D’Amelio. Chi si trovava allora a Palermo poteva constatare l’angoscia e la paura diffuse, non solo tra i cittadini comuni, ma anche in coloro che per gli incarichi ricoperti avevano il dovere di contrastare con ogni mezzo “cosa nostra”. Ricordo in particolare come alcuni magistrati sostenessero che era finita la lotta alla mafia e parlassero di resa; ho ancora ben presenti tutti quei politici, giornalisti ed esperti che esprimevano il loro sconfortato pessimismo, valutando senza possibilità di successo il futuro del contrasto al fenomeno. Anche molti colleghi, tra le forze di polizia, avevano iniziato a privilegiare il più prudente e coperto lavoro d’ufficio rispetto alle attività su strada.

Nessuno, comunque, a livello di magistratura ma anche da parte degli organi politici competenti, ovvero delle scale gerarchiche delle forze di polizia, ritenne, in quei giorni, d’impartire direttive o delineare linee d’azione investigative aggiornate per contrastare più efficacemente l’azione criminale di “cosa nostra”. Le istituzioni sembravano dichiararsi impotenti contro l’attacco mafioso. In particolare erano scomparsi dalla scena i protagonisti dell’antimafia militante. In questo sfacelo generale alcuni, e tra questi i Carabinieri del Ros, ritennero invece un dovere, prima morale e poi professionale, incrementare l’attività investigativa, nel rispetto della propria funzione e per onorare la memoria dei morti nelle due stragi. Decisi così d’iniziativa, ma nella mia competenza di responsabile di un reparto operativo dell’Arma, di attualizzare e rendere più incisiva l’attività d’indagine, costituendo un nucleo, comandato dal cap. Sergio De Caprio, destinato esclusivamente alla cattura di Riina ed autorizzai il cap. Giuseppe De Donno a perseguire la sua idea di contattare Vito Ciancimino, personalità politica notoriamente prossima alla “famiglia” corleonese, nel tentativo di ottenere una collaborazione che consentisse di acquisire notizie concrete sugli ambienti mafiosi, così da giungere alla cattura di latitanti di spicco.

Si tenga conto che il cap. De Donno, negli anni precedenti, aveva arrestato Vito Ciancimino per vicende connesse ad appalti indetti dal Comune di Palermo, ma se si voleva ottenere qualche risultato concreto, non si poteva ricercare notizie valide tra i soliti informatori più o meno attendibili, ma avvicinare chi con la mafia aveva sicure relazioni. A proposito del contatto con Vito Ciancimino non posso essere criticato per un’attività riservata nella ricerca di notizie e di latitanti; infatti le norme procedurali consentono all’ufficiale di polizia di ricercare e tenere rapporti con quelli che ritiene in grado di fornirgli informazioni. Ciancimino quindi, libero cittadino in attesa di giudizio, era una potenziale fonte informativa e per questo avvicinabile in tutta riservatezza dalla polizia giudiziaria, così come previsto dall’art. 203 del nostro codice di procedura penale.

(tratto da “Il Riformista”, 26 ottobre 2021)

La verità sul dossier mafia-appalti

Molti mi imputano il fatto di non avere avvertito l’autorità giudiziaria competente del tentativo di convincere l’ex sindaco di Palermo alla collaborazione. Del tentativo ritenni di dovere rendere edotte alcune cariche istituzionali. La dott. Liliana Ferraro, stretta collaboratrice di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia, ne fu informata nel corso del mese di giugno 1992, sino dai primi approcci tentati dal cap. De Donno col figlio del Ciancimino; il magistrato ne parlò a sua volta col ministro Claudio Martelli e con il dott. Borsellino. Nel luglio 1992 avvisai personalmente il segretario generale di palazzo Chigi, l’avv. Fernanda Contri, che comunicò la notizia al presidente del Consiglio dei Ministri, Giuliano Amato. Nell’ottobre successivo ne parlai ripetutamente all’on. Luciano Violante, nella sua qualità di presidente della Commissione Parlamentare Antimafia.

Tutti questi contatti hanno avuto conferme da parte degli interessati nei dibattimenti processuali che mi hanno riguardato. Le personalità qui citate rivestivano cariche istituzionali e avevano funzioni che mi consentivano di riferire loro notizie riservate sulle indagini che stavo svolgendo. Se qualcuno di costoro, peraltro, avesse ravvisato qualche comportamento illecito nel mio comportamento, avrebbe avuto l’autorità, anzi l’obbligo, di denunciarlo immediatamente ai miei superiori, ovvero alle autorità politiche da cui dipendeva la mia scala gerarchica, ma questo non avvenne. La mia scala gerarchica, per suo conto, sulle indagini svolte, così come previsto, eseguì successivamente un’indagine amministrativa che si concluse senza rilevare elementi censurabili nella mia condotta. Rimane però il fatto di non avere informato la Procura della Repubblica di Palermo per un tentativo certamente non di routine che prevedeva, per me e De Donno, e questo deve essere chiaro, anche significativi rischi personali, visto che ci eravamo presentati con i nostri nomi e le nostre funzioni ad una persona legata strettamente ai “corleonesi”, avendogli precisato, dopo i primi approcci, che il nostro intento finale era quello di ottenere la cattura dei latitanti mafiosi di spicco.

Sarò esplicito sul punto: decisi di non avvisare la Procura di Palermo, in attesa della sostituzione prevista di lì a qualche mese del suo responsabile, dott. Pietro Giammanco, perché non mi fidavo della sua linearità di comportamento e ne spiego qui di seguito i motivi. Quando fui nominato, nel settembre 1986, comandante del Gruppo CC. di Palermo, provenivo dall’esperienza della lotta al terrorismo condotta dal Nucleo Speciale di PG del gen. Dalla Chiesa, dove si era capito che nelle indagini contro le maggiori espressioni di criminalità – terrorismo ma anche delinquenza organizzata di tipo mafioso – si doveva agire considerando il fenomeno nel suo complesso e non per singoli aspetti. Mi resi conto che a Palermo le Forze di Polizia operavano di norma per eventi specifici – solo con Giovanni Falcone ed il pool antimafia si era cominciato ad affrontare analiticamente il fenomeno mafioso – ottenendo risultati complessivamente inadeguati. Mancava la cultura dell’indagine di lungo respiro, preferendo il più facile risultato immediato ma senza prospettive, a un’azione che, portata in profondità, consentisse alla fine di raggiungere risultati realmente consistenti.

Questo concetto d’azione, cioè il differimento della perquisizione dell’abitazione, sarà alla base dell’indirizzo d’indagine prospettato ai magistrati subito dopo la cattura di Salvatore Riina. Per tornare al mio arrivo a Palermo, mi parve presto chiaro che “cosa nostra” non si preoccupava tanto della cattura di qualche suo elemento, perché sempre sostituibile, ma temeva gli attacchi alle sue attività in campo economico, quelle cioè che le consentivano di sostenersi ed ampliare il proprio potere. Individuai non nelle estorsioni, il così detto pizzo, ma nella gestione e nel condizionamento degli appalti pubblici, il canale di finanziamento più importante dell’organizzazione. Dalle prime indagini, da me assegnate al cap. Giuseppe De Donno, si evidenziò la figura di Angelo Siino quale uomo di “cosa nostra” incaricato di gestire i rapporti con gli altri protagonisti dell’affare appalti.

Per la prima volta, con il sostegno convinto e fattivo di Giovanni Falcone, si sviluppò un’indagine specifica relativa alle turbative realizzate nelle gare degli appalti pubblici, partendo dagli interessi mafiosi. Emerse allora il fatto che dei tre protagonisti cointeressati (mafia, imprenditoria e politica) imprenditoria e politica, come sino ad allora ritenuto, non erano affatto vittime, ma partecipi dell’attività criminosa, concorrendo alla spartizione dei proventi illeciti.
Si arrivò così a risultati concreti addirittura prima, come sostenuto dallo stesso dott. Antonio di Pietro in dichiarazioni processuali, che l’inchiesta milanese “Mani pulite” prendesse corpo e producesse i suoi effetti pratici. Infatti, all’inizio di febbraio 1991, il dottor Falcone, nel lasciare il Tribunale di Palermo per il ministero della Giustizia, chiese di depositare l’informativa riassuntiva sull’indagine che era già stata preceduta da una serie di notazioni preliminari, redatte dal cap. De Donno su aspetti particolari dell’inchiesta, tra cui quelli relativi alle attività di politici apparsi nel corso degli accertamenti. Giovanni Falcone spiegò che la consegna formale fatta nelle sue mani ci avrebbe in parte protetti dalle polemiche che l’indagine avrebbe sicuramente creato. Appena ricevuta l’informativa, il dottor Falcone la portò al procuratore capo Pietro Giammanco.

Da quel 17 febbraio 1991, per mesi, malgrado le insistenze del cap. De Donno e mie, non si seppe più nulla dell’inchiesta, e questo anche se, il 15 marzo 1991, in un convegno tenutosi al castello Utveggio di Palermo, a proposito della nostra indagine, Giovanni Falcone avesse affermato: « … Si potrebbe dire che abbiamo fatto dei tipi di indagine a campione, da cui si può dedurre con attendibilità un certo tipo di condizionamento, ma l’indagine di cui mi sono occupato a Palermo, mi induce a ritenere che la situazione sia molto più grave di quello che appare all’esterno …»; e proseguendo: «Io credo che la materia dei pubblici appalti è la più importante perché è quella che consente di fare emergere come una vera e propria cartina di tornasole quel connubio, quell’ibrido intreccio tra mafia, imprenditoria e politica …». Il 2 luglio 1991, infine, furono emesse cinque ordinanze di custodia cautelare per quattro imprenditori siciliani più Angelo Siino.

Dopo pochi giorni tutti, a cominciare da “cosa nostra”, seppero i risultati raggiunti dall’inchiesta e soprattutto dove questa poteva portare, perché alla scontata richiesta degli avvocati difensori di conoscere gli elementi di accusa relativi ai propri patrocinati, invece di stralciare e consegnare esclusivamente gli aspetti documentali relativi ai singoli inquisiti, così come previsto dalla norma, venne consegnata l’intera informativa: 878 pagine più gli allegati.
Il procuratore Giammanco, addirittura, ritenne d’inviare l’informativa al ministro della Giustizia Claudio Martelli, iniziativa presa nell’agosto del 1991, provocando la reazione del ministro che, consigliato da Giovanni Falcone, la rispedì al mittente, rilevando e sottolineando l’irritualità della trasmissione di un atto di indagine che, in quanto tale, non poteva essere di competenza dell’autorità politica. Iniziò in quel periodo la crisi nei rapporti tra la Procura Palermo e il Ros. Nel marzo 1992 rientrò a Palermo, proveniente dalla Procura della Repubblica di Marsala, Paolo Borsellino, assumendo le funzioni di procuratore aggiunto.

Tra lo stupore generale, il procuratore Giammanco, non gli delegò la competenza delle indagini antimafia su Palermo e provincia. A riguardo appare oltremodo significativa l’affermazione, riportata nella recente sentenza della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta (Borsellino quater), attribuita a Giuseppe “Pino” Lipari che, alla notizia del rientro del magistrato a Palermo, aveva sostenuto come il fatto avrebbe portato problemi a “quel santo cristiano di Giammanco ”. Il Lipari era un geometra palermitano che curava gli affari della “famiglia” corleonese. In quei primi mesi Paolo Borsellino divenne rapidamente il punto di riferimento di magistrati e investigatori impiegati nel contrasto alla mafia e continuò a mantenere costanti rapporti personali e professionali con Giovanni Falcone che il 23 maggio 1992, a Capaci, venne ucciso da una bomba che provocò anche la morte della moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e di tre addetti alla sua scorta. Da quel momento l’attività di Paolo Borsellino assunse un ritmo quasi frenetico e continuò sino alla sua fine, avvenuta il successivo 19 luglio 1992.

(tratto da “Il Riformista”, 27 ottobre 2021)

La rivelazione di Borsellino: “Ecco perché Falcone è stato ammazzato”

Nel periodo compreso tra l’uccisione di Falcone e quella di Borsellino (e lo sterminio delle loro scorte) si sviluppò una significativa serie di vicende riguardanti le indagini del Ros, e precisamente:

19 giugno 1992, due ufficiali del Ros, i capitani Umberto Sinico e Giovanni Baudo, informano direttamente il dott. Borsellino di avere ricevuto notizie confidenziali circa la preparazione di un attentato nei suoi confronti, precisando e che in merito erano stati formalmente allertati gli organi istituzionali competenti per la sua sicurezza;

25 giugno 1992, Paolo Borsellino mi chiede un incontro riservato che si svolge a Palermo nella caserma Carini, presente anche il cap. De Donno. Il magistrato, che già aveva ottenuto dal Ros il rapporto “mafia e appalti” quando era a Marsala – in merito ci sono le dichiarazioni processuali a conferma da parte dei magistrati Alessandra Camassa, Massimo Russo e Antonio Ingroia, oltre a quelle dell’allora maresciallo Carmelo Canale – sostiene di volere proseguire le indagini già coordinate da Giovanni Falcone che gliene aveva parlato ripetutamente e sollecita, ottenendola, la disponibilità operativa del Cap. De Donno e degli altri militari che avevano condotto l’inchiesta;

12 luglio 1992, la Procura di Palermo, con lettera di trasmissione a firma Giammanco, invia quasi per intero l’informativa Ros sugli appalti ad altri uffici giudiziari siciliani “per conoscenza e per le opportune determinazioni di competenza”. Per un’indagine basata sull’ipotesi di associazione per delinquere di tipo mafioso (416 bis c.p.) la procedura adottata implica, da parte della Procura mandante, il sostanziale cessato interesse per gran parte dell’indagine, infliggendole un colpo praticamente mortale;

13 luglio 1992, i sostituti procuratori Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato chiedono l’archiviazione dell’inchiesta mafia e appalti;

14 luglio 1992, in una riunione dei magistrati della Procura di Palermo, Paolo Borsellino chiede notizie sull’inchiesta e afferma che i Carabinieri sono delusi della sua gestione. Dalle successive dichiarazioni al Csm da parte dei presenti a quella riunione, emerge che nessuno gli dice che ne è già stata proposta l’archiviazione (Guido Lo Forte era tra i presenti);

16 luglio 1992, si tiene a Roma una cena tra Paolo Borsellino, l’on. Carlo Vizzini, e i magistrati palermitani Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli. Nel corso dell’incontro, a riguardo c’è la testimonianza processuale di Carlo Vizzini, il dott. Borsellino parla diffusamente dell’indagine mafia e appalti individuandola come una delle possibili cause della morte di Giovanni Falcone. Il dott. Lo Forte non informa il collega che due giorni prima, insieme al dott. Roberto Scarpinato, ne aveva chiesto l’archiviazione. Anche il giornalista Luca Rossi testimonierà in dibattimento di avere avuto, in quei giorni, un incontro con Palo Borsellino che gli parlò dell’inchiesta mafia e appalti. Vale la pena altresì ricordare, come risulta dalle plurime testimonianze dei suoi colleghi, tra cui Vittorio Aliquò, Leonardo Guarnotta, e Alberto Di Pisa, che il dott. Borsellino ritenesse come l’interesse mostrato dall’amico Giovanni Falcone per l’indagine fosse una delle possibili cause della morte di quest’ultimo;

19 luglio 1992, al primo mattino, il dott. Borsellino riceve la telefonata del procuratore Giammanco che gli conferisce la delega ad occuparsi delle indagini relative alla città di Palermo e alla sua provincia. Nel pomeriggio il magistrato viene ucciso da un’autobomba unitamente ai cinque agenti della sua scorta;

22 luglio 1992, tra giorni dopo la morte di Paolo Borsellino, il procuratore Giammanco inoltra al Gip del Tribunale di Palermo la richiesta di archiviazione per mafie e appalti;

14 agosto 1992, il Gip del Tribunale di Palermo, dott. Sergio La Commare, firma l’archiviazione dell’inchiesta. La decisione passa inosservata nella completa distrazione propria del periodo ferragostano.

Sulla base di questa sequenza di fatti e alla luce dei successivi sviluppi investigativi, si dovrebbe chiedere ai magistrati della Direzione Distrettuale di Palermo perché, il 14 luglio 1992, nella loro riunione, non fu detto a Paolo Borsellino che c’era già una richiesta di archiviazione per mafia e appalti e per quali motivi si voleva chiudere l’indagine, e inoltre perché il procuratore Giammanco non sia stato mai formalmente sentito su queste vicende. In particolare, poi, al dott. Giammanco, vissuto sino al 2 dicembre 2018, viste le polemiche nel frattempo insorte e protratte nel tempo, si sarebbe dovuto chiedere di:

… spiegare il motivo per cui solo il 19 luglio (giorno dell’attentato di via D’Amelio), previa una telefonata di primo mattino, concesse a Paolo Borsellino la delega ad investigare anche sui fatti palermitani;
… commentare l’affermazione fatta da Giovanni Falcone alla giornalista Liana Milella, quando, riferendosi alle determinazioni assunte dalla Procura della Repubblica di Palermo sull’inchiesta mafie e appalti le definì: “Una decisione riduttiva per evitare il coinvolgimento di personaggi politici”;
… chiarire i termini dell’appunto rinvenuto nell’agenda elettronica di Giovanni Falcone nella quale si evidenziavano le pressioni del dott. Giammanco sul cap. De Donno al fine di chiudere l’inchiesta mafia e appalti, giustificate dal procuratore come richieste pervenute dal mondo politico siciliano che altrimenti non avrebbe più ottenuto i fondi statali per gli appalti;
… smentire eventualmente le dichiarazioni di Angelo Siino che, nel corso della sua collaborazione, sempre ritenuta fondamentale dalla Procura della Repubblica di Palermo, affermò di avere avuto l’informativa mafia e appalti pochi giorni dopo il suo deposito e che il documento gli era pervenuto, attraverso l’on. Salvo Lima, dal dott. Giammanco.
Infine mi piacerebbe conoscere perché le dichiarazioni di alcuni magistrati della Direzione Distrettuale di Palermo che il 29 luglio 1992 e nei giorni a seguire, sentiti dal Consiglio Superiore della Magistratura, avevano riferito della riunione della Dda di Palermo, tenutasi il 14 luglio 1992, e nella quale Paolo Borsellino aveva chiesto notizie sull’indagine mafia e appalti, non sono state oggetto di nessun accertamento.

Si tenga poi conto che queste dichiarazioni si sono conosciute solo a distanza di molti anni ed esclusivamente per l’iniziativa dell’avv. Basilio Milio, mio difensore, che, dopo avere collezionato negli anni vari dinieghi, qualche mese orsono ha finalmente avuto accesso a un fascicolo processuale che ha trovato presso la Procura della Repubblica di Caltanissetta e qui le ha rintracciate. Così le ha potute presentare nel corso del recente dibattimento davanti alla Corte di Assise di Appello di Palermo relativo alla presunta trattativa Stato/mafia, rendendole finalmente pubbliche. Per concludere questo argomento sottolineo che le perplessità nei confronti di alcuni indirizzi assunti dal dott. Giammanco nella gestione della Procura di Palermo, non costituivano solo una convinzione mia e di qualche altro ufficiale del Ros, ma erano radicate anche in una parte dei magistrati appartenenti al suo ufficio, che diedero anche vita a significative e pubbliche azioni di contestazione, senza che però in prospettiva, anche dopo l’arrivo del nuovo procuratore capo, il dott. Giancarlo Caselli, qualcuno ritenesse di svolgere accertamenti su quanto in quell’estate del 1992 era successo.

Dopo pochi mesi, uno dei cinque arrestati nell’inchiesta mafia e appalti, il geometra Giuseppe Li Pera, dal carcere e tramite i suoi avvocati, manifestò la volontà di collaborare, ma visti respinti i suoi tentativi di essere ascoltato dalla Procura della Repubblica di Palermo, riferì i fatti da lui conosciuti al cap. Giuseppe De Donno e al sostituto procuratore Felice Lima della Procura della Repubblica di Catania. Quest’ultimo, al termine degli accertamenti conseguenti alle dichiarazioni del collaborante, inoltrò al Gip del Tribunale di Catania la richiesta di ventitré ordinanze di custodia cautelare in carcere per associazione per delinquere di tipo mafioso ed altro, ma venne fermato dal proprio procuratore capo, il dott. Gabriele Alicata, che si rifiutò di firmare il provvedimento e decise, anche qui, di frazionare l’inchiesta in tre distinti segmenti:

-a Catania, rimase la parte riguardante un ospedale cittadino che portò all’arresto di Carmelo Costanzo, il Cavaliere del lavoro che, insieme ai colleghi Francesco Finocchiaro, Gaetano Graci e Mario Rendo, costituiva il gruppo dei cosiddetti “quattro cavalieri dell’apocalisse” e delle cui attività si era a suo tempo interessato anche il generale Dalla Chiesa. Oltre al Costanzo furono arrestati un ex presidente della Provincia e alcuni membri di una Usl locale;

-a Caltanissetta, venne avviata la parte che riguardava le accuse di Li Pera a quattro magistrati della Procura della Repubblica di Palermo, i sostituti procuratori Giuseppe Pignatone, Guido Lo Forte, Ignazio De Francisci e il procuratore capo Pietro Giammanco. L’inchiesta si concluse con l’esclusione di ogni responsabilità a carico degli indagati. Anche l’addebito, rivolto al Giammanco, di avere ricevuto denaro per ammorbidire gli esiti di mafia e appalti fu archiviato;

-a Palermo, toccò specificatamente la parte relativa a “cosa nostra”, che portò alla successiva emissione di un’ordinanza di custodia cautelare intestata a Salvatore Riina più ventiquattro, in pratica il gotha mafioso palermitano, escludendo quindi ogni responsabilità della componente politica.

In nessuno di questi tre filoni operativi fu richiesta la partecipazione dei militari del Ros che pure avevano svolto, in esclusiva, tutte le precedenti indagini. Il conflitto interno alla Procura di Catania si concluse con la richiesta da parte del dott. Lima del trasferimento al Tribunale Civile. Il comportamento del cap. De Donno, ritenuto scorretto dalla Procura della Repubblica di Palermo, fu segnalato alla Procura Generale presso la Corte di Cassazione che definì la pratica senza riscontrare alcun comportamento irregolare da parte dell’ufficiale. Sulla propaggine catanese di mafia e appalti, meglio su tutta la vicenda, mi sembra appropriato concludere citando le parole dette dal dott. Felice Lima, il 4 maggio 2021, davanti alla Commissione d’inchiesta dell’Assemblea Regionale Siciliana: «… Io avevo le stesse carte dei colleghi palermitani, ma mentre sul mio tavolo queste carte portarono i frutti contenuti in quelle duecentotrenta, non mi ricordo, pagine di richiesta, a Palermo non era praticamente successo niente, anzi c’era stata una dolorosa, dal mio punto di vista, richiesta di archiviazione».

(tratto da “Il Riformista”, 28 ottobre 2021)

Tangentopoli era in Sicilia, ma fu fatta sparire

Per completare la narrazione sulle indagini da me coordinate nel settore degli appalti pubblici, c’è da aggiungere che, vista l’impossibilità di proseguire questa tipologia di inchieste in Sicilia, sempre nel corso del 1992, spostai il reparto del cap. De Donno a Napoli, dove fu riproposta la stessa ipotesi investigativa, questa volta applicata alla camorra. Lo spunto ci proveniva dalla segnalazione di minacce e intimidazioni con danneggiamenti, di chiara origine camorristica, rivolte a tecnici e cantieri della Impregilo, società impegnata nella costruzione della linea ad alta velocità Roma-Napoli (Tav). Da una serie di riscontri ottenuti, si constatò che, anche qui, l’interesse verso gli appalti pubblici da parte di appartenenti alla camorra era prioritario. Concordammo con due magistrati illuminati, il procuratore della Repubblica di Napoli, Agostino Cordova e il responsabile di quella Direzione Distrettuale Antimafia, Paolo Mancuso, una linea di lavoro che prevedeva l’inserimento fittizio di un nostro uomo nel contesto operativo dei lavori della Tav, con la funzione di eventuale catalizzatore degli interessi illeciti, presentandolo come rappresentante dell’Associazione Temporanea d’Imprese (Ati) aggiudicataria del complesso dei lavori.

In breve, il nostro uomo, il sedicente ing. Varricchio, in realtà il tenente colonnello Vincenzo Paticchio del Ros, fu contattato da elementi del clan camorristico degli Zagaria, egemone nella zona di Casal di Principe, e si dichiarò disposto ad accettare un confronto che consentisse un “sereno” svolgimento delle attività. La richiesta dei criminali prevedeva la dazione del tre per cento dell’importo dei lavori. Vi erano inoltre altre percentuali da prevedere per la componente politica e per il mondo imprenditoriale. Varricchio accettò, ma pretese che tutte le richieste fossero in qualche modo formalizzate. Alcune di queste vennero ufficializzate nel corso di riunioni, tenutesi presso l’hotel Vesuvio di Napoli e coordinate dal geometra Del Vecchio, che prese fedelmente nota dei nominativi delle imprese segnalate, delle loro richieste e da chi venivano sponsorizzate. Il geometra Del Vecchio era in effetti un abilissimo maresciallo del Ros.

Tutte le operazioni furono registrate in audio e video e l’indagine si concluse con il rinvio a giudizio di camorristi, imprenditori e politici, tra cui anche il vice presidente della Regione Campania. Nel processo vennero condannati gli imprenditori e i camorristi, mentre i politici risultarono assolti in quanto “vittime di un’attività di provocazione”. Ancora mi domando che differenza effettiva ci fosse tra politici, camorristi e imprenditori, visto che analogo era stato il loro comportamento. Lo svolgimento dell’indagine condotta d’intesa con la Procura della Repubblica di Napoli dimostrò comunque che un’inchiesta nel settore degli appalti, anche con la normativa degli anni Novanta, poteva essere portata avanti se c’era coordinamento e unità d’intenti tra magistrati requirenti e investigatori.
All’Università Federico II di Napoli, nella facoltà di Economia e Commercio, si tennero per anni lezioni su quella nostra indagine.

Nel lungo tempo trascorso da quell’anno 1992, ho avuto più volte la possibilità di parlare con gli ufficiali che svilupparono con me quelle indagini sugli appalti. Il confronto ci ha portati a una serie di conclusioni:
– Il business nazionale della criminalità organizzata mafiosa era costituito dal condizionamento degli appalti che si affiancava, a livello internazionale, con quello costituito dal traffico delle sostanze stupefacenti;

-Il condizionamento degli appalti pubblici non costituiva solo l’obiettivo principale dei gruppi mafiosi, ma era fonte di guadagno illecito anche per molti imprenditori e politici, da considerare quindi non vittime ma partecipi dell’attività criminale;

– Stroncare l’inchiesta mafia e appalti, sorta ancora prima di “mani pulite”, evitava di collegare i due procedimenti giudiziari che in effetti sono stati condotti in maniera separata. Solo anni dopo, Antonio Di Pietro ha riferito dell’intenzione di Paolo Borsellino di unificare gli sforzi per gestire le rispettive inchieste, ravvisandovi una strategia unica. Lo stesso dott. Di Pietro ha ricordato di avere ricevuto dal cap. De Donno la sollecitazione ad interessarsi dell’inchiesta siciliana a fronte dell’inerzia di quella magistratura;

– L’inchiesta sviluppata dal Ros a partire dal 1990, coordinata e sostenuta da Giovanni Falcone, si è integrata senza soluzione di continuità con quella di Catania diretta dal dott. Felice Lima, e seppure stroncata con la stessa tecnica usata a Palermo, ha consentito di evidenziare anche nella parte orientale dell’isola la presenza al tavolo degli appalti pubblici degli stessi attori: mafiosi, imprenditori e politici;

– Le inchieste sugli appalti, demolite in Sicilia, hanno invece avuto più ampi sviluppi in altre zone del paese;

– Alcuni esponenti della magistratura siciliana hanno consentito, con le loro decisioni, che le inchieste sul condizionamento degli appalti pubblici abortissero nella loro fase iniziale. Prima che tutti i protagonisti di queste vicende siano scomparsi, saremmo ancora in tempo per analizzare e valutare le ragioni delle loro decisioni;

– Io e Giuseppe De Donno siamo vivi perché la morte di Paolo Borsellino ha praticamente reso inutile la nostra soppressione. Eliminato il magistrato, è stato facile neutralizzare tecnicamente l’indagine che stavamo sviluppando, senza provocare altri omicidi che avrebbero potuto indirizzare in maniera più precisa le indagini sui fatti di sangue di quell’anno: omicidio di Salvo Lima, strage di Capaci, strage di via D’Amelio e omicidio di Ignazio Salvo. Tutto ciò premesso, appare assolutamente necessario che su quanto esposto vi sia un chiarimento, insistentemente richiesto anche da altre parti coinvolte. Il lungo tempo trascorso potrà contribuire a più distaccate e serene valutazioni che, però, appaiono tuttora necessarie, perché troppe morti le hanno segnate indelebilmente.

A conclusione di queste brevi note voglio esprimere una considerazione di carattere personale. Il Ros, costituito il 3 dicembre 1990, è un reparto investigativo a competenza nazionale che si interessa dei fenomeni di grande criminalità. Negli anni in cui era da me diretto, come peraltro avviene tuttora, conduceva indagini rapportandosi con le Procure della Repubblica più importanti del paese, tutte coordinate da magistrati di grande qualificazione professionale. Ebbene, nelle numerose attività sviluppate, solo in Sicilia, si sono verificati fatti che hanno dato origine a polemiche e inchieste di rilevanza penale, protrattesi addirittura per oltre un ventennio. Ora se è nella forza delle cose che per attività così delicate si possano verificare singoli episodi di contrasto frutto di incomprensioni e anche di errori umani tra i responsabili delle operazioni, l’ampiezza temporale delle tre inchieste, svolte in successione nei confronti miei e di alcuni ufficiali da me dipendenti, appare oltremodo indicativa, e tale da presentarsi non come il riflesso di convincimenti supportati da documenti e riscontri maturati nel tempo, ma piuttosto come l’attuazione, da parte di alcuni magistrati, di un predeterminato disegno di politica giudiziaria.

I tre procedimenti, sempre derivati dallo stesso contesto investigativo, per cui più di un giurista di fama ha parlato di “bis in idem”, volendo così indicare la riproposizione, esclusa dal nostro codice, degli stessi fatti in procedimenti diversi, sono sfociati in processi che si sono sin qui conclusi con l’identico risultato: assoluzione perché il fatto non costituisce reato. All’esito di questi ripetuti e conformi esiti processuali o siamo di fronte a un caso di clamorosa insufficienza professionale da parte di chi li ha aperti e sviluppati, ovvero le inchieste sono state condotte interpretando illogicamente o sovradimensionando gli esiti investigativi acquisiti che, infatti, non sono stati condivisi dalla magistratura giudicante. Ritengo che non si possa assolutamente parlare di mancanza di professionalità, ma invece la spiegazione vada ricercata in un approccio dei magistrati requirenti basato sulla volontà di intervenire processualmente in un campo, quello politico, che non compete al loro ordine, ma è esclusivo ambito del potere legislativo ed esecutivo.

Il magistrato, nel nostro ordinamento, deve valutare e giudicare i fatti accertati, così come afferma specificatamente l’art. 1 del nostro Codice Penale. A lui non compete in alcun modo tentare ricostruzioni più o meno avventurose in base a proprie convinzioni ideologiche che, in definitiva, portano solo a sovvertire l’equilibrata ripartizione dei poteri su cui si regge ogni democrazia compiuta.

(tratto da Il “Riformista”, 29 ottobre 2021)

Calamandrei interroga Draghi

di Salvatore Fiorentino © 2021

C. Buongiorno dottor Draghi.
D. Buongiorno.
C. Conosce il mio nome?
D. Si.
C. Intende rispondere alle mie domande?
D. Si.
C. Va bene, iniziamo pure.

C. Lei è l’attuale presidente del consiglio dei ministri italiano?
D. Si.
C. Si ritiene un servitore dello Stato?
D. Ricoprendo incarichi pubblici ho giurato sulla costituzione.
C. Costituzione o costituzione?
D. Non comprendo la domanda.
C. Allora cercherò di farmi comprendere.

C. Lei conosce la Costituzione?
D. Ne ho letto qualche articolo al liceo, altri all’università.
C. In che materia si è laureato?
D. In economia, alla Sapienza di Roma, relatore Federico Caffé.
C. Secondo lei la Costituzione è importante per un Paese?
D. Tutti i paesi hanno una costituzione.
C. Allora entriamo nello specifico.

C. Perché la Costituzione italiana è importante?
D. E’ la prima fonte normativa.
C. C’è qualche articolo che, secondo lei, è particolarmente significativo?
D. Sono tutti importanti, nella prima parte ci sono i principi inderogabili.
C. Come premier lei sta rispettando questi principi?
D. Certamente, il presidente della repubblica non mi ha mosso rilievi.
C. Passiamo alle altre domande.

C. Che importanza ha, secondo lei, la Politica?
D. Io non sono un politico.
C. Ma è un cittadino, no?
D. Si, godo dei diritti civili e politici.
C. La Politica è l’espressione della sovranità popolare o no?
D. I cittadini votano, ma poi decidono i governi.
C. Passiamo alle altre domande.

C. E’ vero che i suoi ministri non possono leggere prima ciò che votano?
D. E’ vero, ma possono farlo dopo.
C. Non pensa che magari potrebbero non essere d’accordo?
D. In quel caso si dovrebbero dimettere, quindi il problema non sussiste.
C. Quindi, se così stanno le cose, decide solo lei?
D. Si.
C. Andiamo alle conclusioni.

C. Quali sono i principi e i valori che informano le sue decisioni?
D. Sono un neoliberista monetarista, difendo l’Euro a qualunque costo.
C. Anche se ciò dovesse contrastare con i diritti costituzionali dei cittadini?
D. Il diritto comunitario è fonte sovraordinata a quelle nazionali.
C. Ma non pensa che si debbano contemperare i principi costituzionali?
D. Mi ha nominato il garante della costituzione, il parlamento mi può sfiduciare.
C. Grazie, non c’è altro da dire.





Nazindustria

di Salvatore Fiorentino © 2021

Leggiamo che Confindustria è la principale organizzazione rappresentativa delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia: si propone dal 1910 di contribuire, insieme alle istituzioni politiche e alle organizzazioni economiche, sociali e culturali alla crescita economica e al progresso sociale del Paese. L’emblema che ne rispecchia l’identità, coniato nel 1923, rappresenta un’aquila, simbolo di forza ed indipendenza, sovrastante la ruota dentata, segno rappresentativo delle fabbriche. Nel 1925 al marchio viene aggiunto il fascio littorio e la denominazione diviene “Confederazione Generale Fascista dell’Industria Italiana”. Caduto il fascismo cade anche il fascio littorio nel marchio, l’aquila viene accentuata rispetto alla ruota dentata e la denominazione modificata in “Confederazione Generale dell’Industria Italiana”. Nel 2003 col restyling del marchio vengono rimossi gli artigli dell’aquila, già ridimensionati nel 1983, resa più stilizzata e leggera così come la ruota dentata.

Leggiamo, inoltre, che il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, al secolo “Partito Nazista”, guidato da Adolf Hitler, prese il potere nel 1933 dopo la Repubblica di Weimar e realizzò un governo totalitario di estrema destra dalle forti connotazioni nazionalistiche, militaristiche e revansciste, antisemitiche e di superiorità razziale, fortemente espansionista in termini di politica estera, in particolare verso i territori dell’Est europeo abitato da popolazioni slave. Il Partito Nazista fu l’unico partito legalmente autorizzato della Germania dal luglio del 1933 sino alla fine della seconda guerra mondiale nel 1945, quando venne dichiarato illegale ed i suoi capi arrestati e condannati per crimini di guerra e contro l’umanità al processo di Norimberga. L’emblema del Partito Nazista era un’aquila che sormontava un cerchio nel quale era inscritta la famigerata svastica, simbolo antico che risale alla preistoria e che viene associato alla purezza ariana.

Se si confrontano gli emblemi di Confindustria e del Partito Nazista si riscontra una inquietante similitudine. In entrambi i casi si tratta di un’aquila che sormonta un cerchio, con l’unica differenza che l’aquila degli industriali ha le ali a riposo mentre quella nazista le mostra distese, oltre al dettaglio che il cerchio su cui poggia l’aquila è una ruota dentata nel primo caso e una svastica nel secondo, ancorché si tratti di segni equivalenti non solo geometricamente, ma anche semanticamente, dato che entrambi rimandano al concetto di produzione, prosperità, buoni auspici. E dio sa quale prosperità ha portato il Partito Nazista all’umanità. Ovviamente, non si può fare, come in ogni cosa, di tutta l’erba un “fascio”, sicché esistono fior di industriali italiani come Adriano Olivetti, anche se, osservando il panorama dal dopoguerra ad oggi, costoro sembrano relegati al ruolo delle classiche “mosche bianche”, essendo ben altra la specie più adatta in termini darwiniani (e per certi versi nazisti).

Se si pensa agli industriali italiani appaiono subito alla mente famiglie, talvolta decadute, come gli Agnelli, i Falk, i Ferruzzi, i Pirelli, i Ferrero, i Benetton, i Caltagirone, i De Benedetti, i Berlusconi (nome assorbito dalle cronache politiche, ormai), i Del Vecchio, i Garrone, i Merloni, i Marcegaglia, i Moratti, i Barilla e tanti altri più o meno noti al grande pubblico. Tra gli illustri sconosciuti ai più c’è l’attuale presidente dell’associazione degli industriali, tale Carlo Bonomi. A sentire questo nome, la prima reazione sarebbe quella di esclamare, manzonianamente, ma chi è costui? Basti dire che ha iniziato a praticare come commercialista e ha fatto esperienza in una multinazionale farmaceutica prima di rilevare la prima impresa. Pare che sia un esperto di “scatole cinesi”, dato che con un capitale risibile riesce a controllare società nel campo biomedicale anche se di modesta dimensione. Ha sposato la dottrina in voga: chiedere assistenza allo stato quando serve per poi sputare l’osso nel piatto.

E’ il modello adottato dagli Agnelli (le cui fortune scaturiscono con la produzione di armi nel periodo del nazifascismo), dai Ferrero e tanti altri “imprenditori” italiani, che introitano contributi pubblici in Italia per poi mungere dividendi tra Olanda e Lussemburgo per miliardi di euro, risorse che vengono drenate dal “sistema Italia” per non favi più ritorno, il che si traduce in termini di progressiva emorragia di posti di lavoro. Poi non sorprenda che ogni tanto saltino fuori depositi in lingotti d’oro e denaro presso banche dei paradisi fiscali. Ora questo tale Bonomi, evidentemente una testa di legno sotto il comando dei veri “padroni”, continua a martellare pubblicamente la politica affinché di fatto rinunci al proprio ruolo, per contro esaltando il modello di governo, autoritario e privo di legittimazione popolare, attuato dall’ex banchiere centrale europeo Mario Draghi, il quale ignora la sovranità popolare e dichiara impudentemente di “tirare dritto” per la sua strada. Un’aquila.

Semestre nero

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dal 3 agosto 2021 è iniziato il cosiddetto “semestre bianco” del presidente della repubblica, secondo quanto prevede l’art. 88 della Costituzione. In questo periodo non possono essere sciolte anticipatamente né la Camera dei deputati né il Senato. La misura è volta ad impedire che un presidente possa, alla scadenza del proprio mandato settennale (volutamente sfasato temporamente rispetto a quello quinquennale del parlamento), tentare di condizionare l’elezione del suo successore (anche propugnando la propria rielezione), da cui discende l’evidente “incostituzionalità” sostanziale di un bis dell’inquilino del Quirinale, ed ancora peggio se a tempo ridotto, come fu per il primo presidente ex comunista, Giorgio Napolitano, ad oggi unico precedente. Eppure la rielezione di Mattarella viene auspicata per garantire continuità al governo Draghi anche dopo le elezioni politiche che, nonostante non siano gradite dall’establishment, dovranno tenersi nel 2023.

Quando il sangue scorre i lupi perdono la testa. E anche gli squali. Si avventano sulla preda ciecamente e scaricano brutalmente la furia assassina che è insita nella loro natura. Fuor di metafora, la classe impreditoriale più inetta, assistita e parassitaria d’Europa (altro che reddito di cittadinanza!), sente scorrere il sangue della democrazia italiana, mai come oggi ferita dal dopoguerra seguente alla tragedia nazifascista. Pace ad ogni costo, si disse, mai più guerre in Europa. Ma le guerre di oggi non si combattono con le armi convenzionali, e i generali in mimetica si devono umiliare con la logistica dei vaccini da trasportare a temperature polari, ma da somministrare nelle spiagge estive, con improbabili paternali intinte in un cipiglio militaresco degno della fumettistica alla Sturmtruppen. Sicché questa casta di presunti “padroni”, forte della inossidabile consorteria consolidata con la triplice sindacale, dopo la caduta del totem dell’art. 18, ora invoca la fine della politica.

Fine della politica, ergo della democrazia. Qualcosa di peggiore persino del fascismo, dato che a suo modo era comunque una espressione politica, seppur nefasta e criminale. Con i cittadini ridotti a manichini telecomandati con strumenti che ne limitano, condizionano, privano persino i diritti costituzionali fondamentali, quali quello alla salute o al lavoro. Manichini che vengono progressivamente spogliati di ogni diritto, aspettativa, speranza, schiacciati da regole e regolamenti sempre più macchinosi ed inutili. E a coloro che non si assoggettano a questa condizione subumana si riservano i trattamenti speciali, con idranti e manganelli azionati contro inermi cittadini che più pacifici non si può, nonostante le ingiustizie sociali sempre più crescenti, con le fasce deboli della popolazione abbandonate a sé stesse, con i licenziamenti di massa in contraddizione con la crescita dei profitti, con le perdite dei privati a carico del debito pubblico e i fondi pubblici dirottati ai soliti noti.

Per tutto questo serviva un banchiere spietato e senza scrupoli, il migliore nel suo genere. Ma è chi lo ha nominato – sarebbe meglio dire imposto – alle soglie del suo semestre bianco che porta sulla coscienza tutto il peso delle azioni che un siffatto dictator con l’effige dell’euro al posto del cuore ha già commesso e commetterà, certamente contro il popolo italiano, come ha già mostrato bene di saper fare, per ciò osannato dalla stessa classe “imprenditoriale” che attende di spartirsi i miliardi di quel “recovery fund” di cui i cittadini non vedranno che i debiti da pagare a futura memoria per conto terzi. La scelta di ministri “politici” del tutto improbabili o perfetti “utili idioti” da mandare avanti a testa bassa non è casuale, ma sapientemente programmata. Per questo, proseguire ad ogni costo lo stato di emergenza, anche se non ne ricorrono i presupposti di fatto e di diritto, diventa una premessa necessaria alla abolizione della politica e quindi della democrazia.

Ecco che il semestre bianco di Mattarella si tinge di nero, il colore delle tenebre, della notte della repubblica. Muto sulla riforma della giustizia più scandalosa che si ricordi, muto sull’abuso degli strumenti antisommossa per impedire il diritto di manifestare nelle piazze, muto sulla vergogna delle università italiane dove è impossibile svolgere un concorso in modo regolare secondo i criteri di merito tutelati dalla Costituzione, con la conseguenza diretta che un’élite intellettualmente corrotta non potrà che diffondere il germe della mistificazione, dell’ingiustizia elevate a modalità di pensiero ed azione. Tanto muto sui diritti basilari dei cittadini quanto loquace, e a sproposito, sui presunti doveri degli stessi, umiliati nei discorsi “presidenziali” solo perché si avvalgono di una facoltà riconosciuta dalla legge vigente, quella di non vaccinarsi dopo aver letto il lenzuolo di controindicazioni partorite da ciò che non è “scienza”, ma “business” sulla pelle delle vittime civili. Come in ogni guerra.

Fratelli d’Italia

di Salvatore Fiorentino © 2021

Se è alquanto noto il bacio di Giuda, meno lo è l’abbraccio dei Giuda. E’ quello dei novelli “Fratelli d’Italia”. Eh, no, qui la Meloni non c’entra, né c’entra il “Canto degli italiani” (scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, ma divenuto definitivamente inno nazionale solo con la legge n. 181 del 2017, alla faccia della Patria e dei bei discorsi tricolori in occasione delle parate della festa della Repubblica) che tante volte abbiamo sentito risuonare negli ultimi mesi in occasione dei successi sportivi degli azzurri, tra Europei (l’Europa innanzi tutto) di calcio, olimpiadi e paralimpiadi, mai così esaltati dai tempi di Benito Mussolini (non basta più dire “Duce”, perché oggi si potrebbe fare confusione con l’attuale dictator), con Mattarella che si è illuso di essere un nuovo Pertini (che non si ripete). Ma i “Fratelli d’Italia” (maiuscoli entrambi) di cui ora si parla sono il capo del governo in carica e il capo del maggiore sindacato (la CGIL) italiano: Mario Draghi e Maurizio Landini.

Draghi e Landini rappresentano i vertici delle rispettive controparti, il governo e le organizzazioni sindacali. E, nel gioco di queste controparti, se il governo cerca di comprimere i diritti dei lavoratori, tagliare le pensioni e congelare i rinnovi contrattuali (Brunetta docet, come dimostra il blocco decennale poi dichiarato incostituzionale con risarcimento, ancorché solo parziale, corrisposto a milioni di lavoratori, motivo per cui Brunetta, avendo “ben operato”, è stato richiamato nello stesso dicastero nel gabinetto Draghi), dall’altra parte della barricata il sindacato (e soprattutto la CGIL a trazione metalmeccanica di quella FIOM da cui Landini proviene e con storica cinghia di trasmissione col PCI-PDS-DS-PD) cerca di tutelare, ancorché sempre più blandamente, questi diritti, con vistosi ed incomprensibili cedimenti, come quello sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, storico presidio a tutela della dignità dei lavoratori caduto senza che Landini né altri si siano stracciate le vesti.

Landini ha sbraitato in lungo e largo nelle piazze (ma soprattutto nei talk show dei tanto detestati “padroni”) quando era a capo della FIOM, ma non appena è riuscito a compiere la scalata al vertice della CGIL, assumendo il ruolo di segretario generale, si è trasformato in un “collaborazionista” del governo – e che governo! – secondo la parabola tipica che contraddistingue coloro che assumono strumentalmente i panni dei “rivoluzionari” per poi cambiarsi d’abito rapidamente una volta raggiunto il loro personale obiettivo di carriera, pratica per la verità molto diffusa in certa “sinistra democratica” che col potere ama scendere a patti per ottenere non tanto la tutela delle masse popolari quanto i privilegi per chi si arroga il ruolo di guidarle, di fatto tradendole, come ha fatto Landini in linea con molti dei suoi predecessori, molti dei quali divenuti parlamentari. Landini ci dica degli stipendi abnormi dei dirigenti sindacali, delle loro pensioni privilegiate, dei precari sfruttati che lavorano per loro.

Con Draghi si inneggia alla crescita del 6%, che è un dato che va considerato rispetto al meno 9% dell’anno scorso, il che vale a dire che siamo ancora in recessione del 3% rispetto all’epoca pre-Covid. In compenso si è eroso il potere d’acquisto, i costi dell’energia e dei carburanti schizzano alle stelle, l’inflazione inizia a galoppare, si sbloccano i licenziamenti di massa, si lasciano a casa i lavoratori dell’ex Alitalia, non si ha la forza di imporre sanzioni o comunque deterrenti per quegli “imprenditori” che succhiano risorse dalla fiscalità generale in Italia e delocalizzano non solo le sedi legali (per eludere il fisco), ma persino quelle produttive (contribuendo all’emorragia di posti di lavoro), si prosegue nell’annosa incapacità di dotare il paese di una politica industriale, non si contrasta la devastazione del territorio, si riforma la giustizia perché i potenti e i delinquenti possano strappare la ragnatela in cui rimangono impigliati solo i poveri cristi e gli onesti, si impone la tessera verde per lavorare.

Se Draghi, forte dell’imprimatur di Mattarella ma soprattutto dei poteri economico-finanziari nazionali ed europei, ha mostrato di infischiarsene delle forze politiche che sostengono, per costrizione o incapacità, il suo “dittatorato”, sicché è pressoché nulla la sua considerazione verso il popolo sovrano e quindi verso il parlamento, dal canto suo Landini non solo ha rinunciato sin dall’inizio ad interpretare il dovuto ruolo di controparte, ma ha persino avuto l’impudenza di chiedere di “partecipare” alle decisioni del governo, in tal modo auspicando una “consorteria” per accedere alla quale egli porta in dote la testa dei lavoratori italiani, ossia quanto di meglio si possa offrire ai dante causa dello stesso Draghi, quelli stessi che lo hanno osannato all’assemblea 2021 di Confindustria e che bramano la “riforma generale del lavoro” che adesso, dopo la forzatura del “green pass” sugellata con il fraterno abbraccio col capo della CGIL, appare come non mai a portata di mano.

Ecce dictatura

di Salvatore Fiorentino © 2021

Dalle elezioni politiche del 2018 l’Italia è entrata in una stagione che non si può oggettivamente definire democratica, essendo stato ampiamente superato il limite di guardia, quanto meno se ci si riporta ai principi della Costituzione tutt’ora vigente, probabilmente anche perché il suo garante è apparso quanto mai distratto, con vistosi svarioni nel momento della formazione dei governi che si sono succeduti, rischiando persino l’impeachment col l’improvvida iniziativa del governo tecnico (Cottarelli) di minoranza, poi ritirata precipitosamente. Ma l’ormai uscente (eppure dato rientrante dalla finestra) presidente, a suo tempo voluto da Matteo Renzi, ha avuto la sua grande rivincita con il governo Draghi, con il quale si è instaurato qualcosa di più di quella che per i Romani era una dictatura, ossia un governo d’emergenza che assumeva i poteri in caso di calamità. Ma il dictator romano aveva un mandato limitato a sei mesi e veniva eletto dal senato per sostituire temporaneamente i consoli.

Adesso invece sembra che l’unico premier (dictator) possibile sia proprio lo stesso Mario Draghi, osannato da Confindustria e dalla stampa (pressoché tutta) a libro paga della predetta, a cui si vorrebbe affidare un mandato in perpetuo, sino al punto che già lo si designa come premier, qualsiasi sarà il risultato alle elezioni politiche del 2023, a ciò finalizzando la rielezione di san Mattarella al Quirinale, perlomeno per il tempo necessario a reinsediare “il migliore”. Le elezioni politiche e la formazione del parlamento verrebbero ridotte ad una mera formalità, un rituale tra sacro e profano come la processione del patrono di paese. Certo è che questa condizione esiziale in cui è precipitata la democrazia italiana sia stata in primo luogo causata dal successo del Movimento Cinque Stelle, ossia la più grande truffa mai compiuta ai danni degli elettori del Belpaese, dato che il 33% dei consensi è stato, è e verrà utilizzato abusivamente per legittimare politiche contrarie al mandato popolare.

La storia insegna (ma, come noto, non ha scolari) che il dictator ai tempi dei Romani, pur assorbendo i pieni poteri civili e militari, era tenuto a rispettare la costituzione repubblicana. Solo che poi, come avviene sempre, ciò che è temporaneo diventa permanente, sicché il dictator finì per assumere il potere legislativo costituente. Ecco che coloro che oggi inalberano il vessillo antifascista riportandosi al Ventennio mussoliniano e riconoscendo il pericolo fascista in quei gruppuscoli neofascisti guidati da improbabili duces dalle fattezze e dai modi grotteschi, non fanno altro che il gioco del vero fascismo d’aujourd’hui, che è molto più spietato e pericoloso di quello sconfitto dalla Resistenza, perché più subdolo e dissimulato sino al punto di assumere le sembianze dell’antifascismo di maniera. Draghi che abbraccia Landini davanti alla sede storica della CGIL a Roma dopo che il suo ministro di polizia non ne ha impedito l’assalto ne è la plastica rappresentazione.

Il sintomo conclamato di questo stato patologico della democrazia italiana si legge chiaramente nel paradosso per cui l’unica forza politica d’opposizione – e che si schiera a difesa dei diritti costituzionalmente garantiti dei cittadini – è quella che proviene dalla tradizione post fascista. Sicché i post fascisti ci salveranno dagli “antifascisti” che minacciano la Costituzione e la libertà dei cittadini, il diritto al lavoro, il diritto a non subire discriminazioni di ogni sorta? Forse, ma solo se non verranno sciolti in quanto “fuori dall’arco democratico e repubblicano”, a dire del vicesegretario del Partito Democratico, tale Giuseppe Luciano Calogero Provenzano da San Cataldo, provincia di Caltanissetta. E’ difatti più probabile che sia sciolto il partito di Giorgia Meloni – attualmente la prima forza politica italiana e come tale intollerabile fumo negli occhi per chi vuole spianare la strada alla perpetua dictatura di Mario Draghi – che i gruppuscoli neofascisti di Forza Nuova e Casapound.

E’ evidente che l’emergenza pandemica, peraltro ormai nella fase terminale per fatto naturale e non certo per i prodigi del dictator Draghi e del suo magister equitum Figliuolo, sia stata solo il pretesto per assoggettare i cittadini al giogo di chi è stato nominato senza alcuna legittimazione popolare per dirottare le risorse del famigerato PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) nelle tasche dei soliti noti grandi gruppi imprenditoriali italiani con sede legale nei paradisi fiscali, privilegiando il nord come sempre avviene dalla spoliazione del meridione avviata sin dall’unità d’Italia, e negando ogni possibilità di sviluppo del sud e soprattutto delle isole, considerate subcolonie della colonia Italia in Europa, al netto della cartolina a colori del ponte sullo stretto di Messina periodicamente sventolata sotto il naso degli allocchi con abuso della credulità (e della disperazione) popolare. Del resto, al tempo della dictatura, invece che i corrotti si spazzano i processi e lo Stato può trattare con la mafia.